Palermo, 30 aprile 1982. Sono le 9 del mattino. Pio La Torre sta raggiungendo la sede del Partito Comunista a bordo della Fiat 131 guidata dal suo collaboratore e compagno di militanza, Rosario Di Salvo. Due uomini si avvicinano in moto e sparano a bruciapelo. La Torre muore sul colpo, Di Salvo poco dopo. Due morti. Due nomi. Due simboli. Un solo messaggio: la mafia non perdona chi la combatte davvero.
Oggi, 43 anni dopo, mentre Palermo ancora porta addosso le cicatrici della guerra mafiosa, il ricordo di Pio La Torre si consuma nell’indifferenza di chi dovrebbe onorarlo di più: lo Stato. Niente ministri, niente rappresentanti del governo, nessuna alta carica istituzionale ha sentito il dovere di essere presente alla commemorazione. Come se la memoria di chi ha dato la vita per la giustizia fosse un fastidio, una formalità da delegare.

Pio La Torre non era un politico qualunque. Era un contadino diventato dirigente, un uomo di popolo, nato povero nella Sicilia oppressa del dopoguerra, che ha dedicato la vita alla libertà e alla giustizia. Iscritto al Partito Comunista nel 1945, fu protagonista delle lotte bracciantili, organizzatore delle occupazioni delle terre incolte, più volte arrestato per la sua attività sindacale e politica. Sempre in prima linea. Sempre senza paura.
Negli anni ’70, da deputato, partecipò ai lavori della Commissione parlamentare antimafia. Ma fu la sua proposta di legge, presentata nel marzo 1980, a cambiare per sempre la giurisprudenza italiana: l’introduzione nel codice penale del reato di “associazione di tipo mafioso” (416 bis). Fino ad allora, incredibile a dirsi, la mafia non esisteva giuridicamente.
Non poteva essere perseguita in quanto tale.
Ma La Torre fece di più: volle che quella legge colpisse i patrimoni mafiosi, prevedendo la confisca dei beni. Perché sapeva che senza soldi, la mafia perde potere. Per questo lo hanno ucciso. E per questo la legge che porta il suo nome (Rognoni-La Torre) fu approvata solo dopo la sua morte, quasi come un tardivo riconoscimento postumo.
Chi oggi si riempie la bocca di “lotta alla mafia” dovrebbe ricordare quanto è costata, a Pio La Torre, quella battaglia. Dovrebbe esserci, almeno il 30 aprile, a stringere la mano ai familiari, a pronunciare parole di impegno vero, non frasi da comunicato stampa.
E invece, le assenze fanno più rumore delle presenze. Assenze pesanti, simboliche, dolorose. Perché quando le istituzioni si dimenticano dei giusti, non è solo un errore: è un tradimento.
La storia d’Italia è piena di nomi come quello di La Torre. Uomini lasciati soli a combattere, e poi santificati dopo la morte, in una triste liturgia che non consola nessuno.
Nel un tempo in cui la parola “mafia” sembra quasi fastidiosa per certa politica, ricordare Pio La Torre è un atto rivoluzionario.
Lo è dire che la mafia non è finita. Che non basta arrestare Riina o Provenzano o Messina Denaro per dichiarare vittoria. Lo è ricordare che ci sono ancora zone grigie, connivenze, silenzi compiacenti. Che la lotta alla mafia si fa anche – e soprattutto – dentro le istituzioni.
Pio La Torre l’aveva capito. Era scomodo. Era un esempio.
Ed è per questo che oggi, l’assenza delle istituzioni fa ancora più male.
“Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”, diceva Giovanni Falcone. Pio La Torre non ha avuto paura, e proprio per questo continua a vivere, nonostante tutto.
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