Giorgia non sa, Giorgetti non dice. C’è una scena che, più di mille articoli e talk-show, racconta l’Italia del 2025: Giorgia Meloni sul podio, fiera come un’eroina tragica ma impreparata, pronuncia la parola “spread” con l’ingenuità disarmante di chi crede ancora che il termine abbia a che fare con la Nutella.
Accanto a lei, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti scuote la testa. Non ride. Non la corregge. Semplicemente la testa va giù, come il morale degli italiani davanti all’ennesima dimostrazione che la preparazione, in questo Paese, è facoltativa quando sei populista, quando sei potente, quando hai il dono del “vincere facile”.
Non si tratta solo di una gaffe. È un lapsus sistemico. È l’allegoria perfetta di un governo che si muove nel buio, con la torcia puntata solo sui nemici immaginari: i migranti, i centri sociali, le ONG, chi osa leggere Fanon o Kant nelle scuole.
È l’ignoranza al potere, ma non quell’ignoranza onesta, da bar, da dialetto, da fatica. No. È l’ignoranza presuntuosa, quella che si crede cultura perché si è seduta a Palazzo Chigi. Quella che confonde autorevolezza con arroganza e silenzio con diplomazia.
Perché poi c’è un altro silenzio, più assordante dello scivolone sullo “spread”. Giorgia Meloni non ha pronunciato una parola — una sola — sulla carneficina a Gaza, sul genocidio in corso, sulla pulizia etnica che ormai anche i ciechi vedono e i sordi ascoltano attraverso i numeri. Durante l’ultima seduta alla Camera dei Deputati, mentre fuori dal palazzo l’opinione pubblica si lacerava tra immagini di bambini sotto le macerie e famiglie annientate da droni “intelligenti”, la Premier ha scelto la linea del nulla. Il vuoto. Un silenzio più colpevole di mille frasi sbagliate. Neanche un accenno, neanche un tentativo di equilibrio. Solo omissione.
Nel frattempo, a Madrid, Pedro Sánchez parla di genocidio. Lo dice chiaro, lo dice forte. Prende una posizione che fa tremare le vene ai polsi delle diplomazie. Annuncia che la Spagna non commercerà con chi si macchia di crimini contro l’umanità. È un rischio? Sì. È una presa di posizione forte? Sì. Ma è questo che fa la politica con la “P” maiuscola: non si nasconde dietro l’ambiguità, non recita l’eterna litania del “non possiamo sbilanciarci”. Decide, si espone, paga il prezzo.
E noi? Noi siamo la Repubblica delle posture. Dei comunicati neutri. Delle frasi formulate da ghostwriter che tengono più al gradimento social che ai diritti umani. Noi siamo la politica che non osa, che tace, che china la testa ogni volta che gli interessi commerciali bussano alla porta del buon senso. Meloni non ha parlato di genocidio perché non conviene. Perché l’Italia, paese che ama definirsi “ponte nel Mediterraneo”, oggi è un ponte levatoio sempre pronto ad alzarsi per compiacere chi comanda, chi finanzia, chi garantisce appoggi e foto di gruppo internazionali.
E Giorgetti che scuote la testa? È il simbolo di un’intera classe dirigente che sa, ma non parla. Che si vergogna, ma non reagisce. Che preferisce restare dentro il cerchio magico del potere anche a costo di ingoiare l’imbarazzo, la disinformazione, la miopia strategica. È il passivo-aggressivo della politica italiana: so che è una figuraccia, ma non posso dirtelo davanti a tutti. Siamo in scena, e la sceneggiatura l’ha scritta qualcun altro.
La verità è che oggi governare non è più questione di visione, ma di narrazione. La destra italiana ha imparato a raccontarsi meglio degli altri: popolare, patriottica, radicata, “amica del popolo”. Ma quando il sipario si apre, lo spettacolo è un altro: incompetenza, silenzi colpevoli, ideologia senza contenuti. E una pericolosa inclinazione a confondere la fermezza con la crudeltà, l’identità con l’isolamento, la sicurezza con la censura.
Nel mondo, leader coraggiosi prendono posizione. E non perché siano perfetti o privi di interessi, ma perché capiscono che la Storia non si scrive con i comunicati stampa. Si scrive scegliendo. Esporsi, anche quando fa male. Anche quando rischi di perdere voti, contratti, simpatie. Meloni ha scelto di non scegliere. Ha scelto il silenzio. Ha scelto di non disturbare i potenti, di non infastidire l’asse Israele–USA–UE con cui spera di rimanere al tavolo dei “grandi”.
Ma essere grandi non significa sedersi con i potenti. Significa saper dire no. Significa scuotere la testa non solo quando il tuo capo sbaglia una parola tecnica, ma quando il tuo governo manca l’occasione storica di difendere la vita umana.
Siamo stanchi di gaffe e di silenzi. Vogliamo dignità. Vogliamo politica vera. E vogliamo che chi ci rappresenta sappia che il genocidio non è materia di opinione. È un crimine. Punto.
E su questo, una democrazia non può tacere. Altrimenti, è solo complice.
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