La guerra si avvicina. E noi balliamo sul Titanic
Sotto i riflettori di una propaganda sempre più pervasiva, l’Europa si avvicina a un conflitto disastroso come se fosse l’unico orizzonte possibile. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: “difesa”, “deterrenza”, “sicurezza”. Ma chi ha deciso che la guerra è inevitabile? Chi ha scelto che dobbiamo vivere in uno stato di pre-conflitto permanente?
La sensazione è quella di trovarsi su un Titanic globale, mentre l’orchestra dei media suona musiche rassicuranti per coprire il rumore dell’acciaio che si piega.
Dietro le quinte: chi ha davvero interesse alla guerra?
Dietro questa deriva non c’è il caso. Ci sono interessi concreti, materiali, potenti:
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Le industrie belliche, che vivono di guerra e devono creare costantemente un mercato per le proprie armi.
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Le élite economiche che cercano nuovi profitti, dopo il fallimento di un modello neoliberista che ha prodotto solo concentrazione di ricchezza, precarietà diffusa e povertà sistemica.
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Le vecchie potenze occidentali, che temono la concorrenza di nuove aree economiche emergenti e che rispondono con l’unico strumento che ancora controllano: la forza militare.
La globalizzazione è in crisi, e le bombe diventano “soluzioni”
Il mondo unipolare è finito. Ma invece di costruire nuovi modelli di cooperazione, ci si affida alla vecchia ricetta: chiudere i mercati, difendere i confini, militarizzare le economie.
La globalizzazione neoliberista ha fallito: ha smantellato i diritti, reso le democrazie più fragili, e creato milioni di esclusi. E ora che il meccanismo non regge più, la soluzione non è un nuovo ciclo produttivo sostenibile e inclusivo. No. La soluzione è la guerra. Perché guerra significa controllo, paura, distrazione, potere.
Siamo sottoposti a una massiccia pressione comunicativa. Ogni notizia è un tassello nel mosaico dell’assuefazione collettiva al linguaggio di guerra. Nessuno parla di diplomazia, di soluzioni alternative, di disarmo. La guerra viene presentata come una scelta obbligata. Una fatalità. Qualcosa da accettare in silenzio, mentre ci tagliano i diritti e aumentano le spese militari.
A guidare l’Europa verso l’abisso è una classe politica selezionata non per visione, ma per sudditanza e obbedienza. Tecnocrati senz’anima, burattini mediatici, yes-man travestiti da statisti. Sono i nani e le ballerine di un circo etico in rovina, il risultato di decenni di degrado culturale e comunicativo.
Serve un risveglio. Ora. O sarà troppo tardi
L’alternativa esiste. Ma non può venire da chi ci sta portando verso il disastro. Deve venire dal basso, da un risveglio di popolo, da una nuova consapevolezza civile e collettiva.
Il tempo è poco. All’orizzonte si staglia una nebbia scura, e dentro quella nebbia si muovono carri armati, interessi opachi, e la fine di ogni illusione democratica.
Possiamo ancora scegliere. Ma dobbiamo farlo ora.





