Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, è finita nel mirino degli Stati Uniti, che hanno deciso di comminare sanzioni personali nei suoi confronti. Una decisione che l’ANPI definisce senza mezzi termini una “infamia“, un attacco diretto e flagrante alla verità, alla libertà di parola e ai principi fondamentali del diritto internazionale.
Il motivo? Francesca Albanese ha avuto il coraggio di dire ciò che in molti tacciono: che numerose aziende americane traggono profitto diretto o indiretto dall’occupazione israeliana, alimentando un sistema di guerra, oppressione e massacro del popolo palestinese.
A prendere posizione è stato Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale dell’ANPI, che in una dichiarazione pubblica ha denunciato non solo l’aggressione statunitense ma anche e soprattutto il silenzio assordante del governo italiano.
“Francesca Albanese è una cittadina italiana che fa il suo dovere fino in fondo e che per questo rappresenta in modo illustre il nostro Paese alle Nazioni Unite – scrive Pagliarulo – ma dal governo italiano non è arrivata nemmeno una parola in sua difesa. Francamente, c’è da vergognarsi.”
Parole dure, che fotografano perfettamente la mancanza di coraggio politico e la subalternità internazionale di un’Italia sempre più allineata ai voleri di Washington, persino quando questi violano ogni logica di giustizia e diritto.
Da tempo Francesca Albanese è bersaglio di attacchi mediatici e politici, di una campagna internazionale di diffamazione, insulti, accuse infondate e minacce gravi. Una macchina del fango costruita scientificamente per delegittimarla, isolare la sua voce e zittire un rapporto, quello stilato a marzo 2024, che parla chiaro: genocidio in atto a Gaza, con prove raccolte meticolosamente sul campo.
Mentre nel mondo crescono le manifestazioni di sostegno e le onorificenze per il suo lavoro, l’Italia ufficiale resta in silenzio. Una doppia violenza: da un lato quella dei poteri forti che la colpiscono, dall’altro quella del Paese che dovrebbe proteggerla e invece la lascia sola.
Pagliarulo va oltre la denuncia delle sanzioni. Il suo è un attacco frontale alla complicità occidentale. “Gli Stati Uniti si isolano sempre di più dal resto del mondo – scrive – accompagnati da un gruppo di Paesi occidentali ormai succubi della sindrome di Stoccolma nei confronti di Trump, che si comporta come il padrone del mondo.”
Una riflessione che tocca un nervo scoperto: l’assuefazione democratica al potere autoritario, il capovolgimento dei valori che porta oggi a sanzionare chi denuncia crimini e ad accogliere nei consessi ufficiali chi li perpetra o li copre.
L’Italia, che un tempo si vantava di essere culla del diritto internazionale, Paese della mediazione, difensore dei popoli oppressi, oggi volta le spalle ai suoi stessi cittadini. Non una parola di solidarietà da parte del Quirinale, del Ministero degli Esteri, del governo Meloni.
Eppure Francesca Albanese non è solo un’esperta dell’ONU. È un simbolo del coraggio civile, una voce italiana nel mondo che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, anche a costo della propria incolumità.
Il caso Albanese è un termometro morale per la nostra democrazia. Restare in silenzio davanti a queste sanzioni significa accettare che dire la verità diventi reato, che difendere i diritti umani significhi essere criminalizzati.
Chi oggi colpisce Francesca Albanese colpisce tutti noi. E chi tace, acconsente.
Gli Usa e le sanzioni a Francesca Albanese: quando dire la verità diventa un crimine




