Abbiamo letto con attenzione il “comunicato” diffuso da Tommaso Rea (lo trovate alla fine del pezzo), che contiene accuse, insinuazioni e minacce velate nei confronti di non meglio precisati “giornalisti compiacenti” e “testate che vendono rotoloni più che notizie”.
Pur non essendo citati direttamente, sentiamo il dovere di rispondere con chiarezza a quella che appare come l’ennesima tentata delegittimazione del lavoro giornalistico.
In uno Stato democratico, la cronaca dei fatti pubblici – comprese le vicende che coinvolgono figure note localmente – non si sottopone a richiesta preventiva né a liberatorie. I giornalisti non hanno bisogno di autorizzazioni per raccontare ciò che accade, quando ciò che accade è di interesse pubblico.

Le domande sono sempre lecite, esimio tabaccaro. Poi certe dichiarazioni sono state fatte in un’aula di Tribunale: lo stesso tabaccaro (così si firma) ha dichiarato di avere avuto rapporti con un ex esponente della camorra.
“Lei (chiede l’avvocato di parte civile durante un procedimento) poi, ha avuto contatti con il Fiore D’Avino, ha detto attraverso Messenger, quindi, si è… Ha avuto dei contatti con il Fiore D’Avino?”.
La risposta del tabaccaro: “Sì”.
“Successivamente anche alla sua detenzione domiciliare?”, chiede il legale.
“Che significa contatti? Che la mattina ancora oggi, “Ciao, come stai? Buongiorno”?”, chiede il Rea.
“Sì, sì, ovvio, se vi scrivete, vi sentite, volevo sapere questo”, precisa l’avvocato.
“Sì, sì”, risponde il Rea.
Il tabaccaro non ha compreso che il nostro interesse non è nei confronti del suo lavoro o del suo passato che, detto tra noi, poco ci interessa. A noi interessano i rapporti legati ad un soggetto che faceva politica attiva e che ha appoggiato politicamente altri soggetti. Un segretario politico che con una lista civica ha eletto degli amministratori. Questo è il rapporto che a noi interessa. Possiamo farle queste domande? Ma chi è Fiore D’Avino? Abbiamo consumato fiumi di inchiostro per raccontare le gesta di questo ex camorrista (“reggente del clan camorristico”, così definito dal suo legale), già collaboratore di giustizia.
È legittimo che Tommaso Rea voglia raccontare la sua versione dei fatti. Ma non è legittimo pretendere che la stampa taccia o si limiti a pubblicare solo ciò che lui approva. Questo non è diritto alla rettifica, è pretesa di censura preventiva.
Rea scrive: “Vi mando io una foto, se proprio volete usare la mia immagine”. Ammirate la foto in basso. Questo è il livello che siamo costretti a registrare. Non c’è altro da aggiungere.
Ma ciò che viene pubblicato, quando riguarda fatti realmente accaduti, vicende politiche, documenti pubblici o situazioni di rilievo collettivo, non dipende dal consenso del soggetto coinvolto. Se Rea intende offrire chiarimenti o precisazioni, ha tutto il diritto di farlo. E se ha “tutta la documentazione utile a chiarire i fatti”, come afferma nel suo comunicato, ci auguriamo che decida finalmente di renderla pubblica, anziché usarla come arma di dissuasione.
Nel suo intervento, Rea accusa “testate locali” di averlo attaccato moralmente, durante un suo periodo di ricovero. Ma confonde l’informazione con il giudizio personale. I giornali hanno il compito di raccontare – con rigore, verifica e fonti – anche le zone d’ombra, anche le contraddizioni, anche i cambi di rotta.
Il fastidio che genera un articolo non è indice della sua scorrettezza. Spesso è il termometro della sua verità scomoda. Non accettiamo lezioni di morale da chi riduce il lavoro giornalistico a “chiacchiera da bar” o “strumento per rotoloni”. Non accettiamo ultimatum o repliche camuffate da comizi. Il nostro mestiere si fonda su verifica dei fatti, pluralismo delle fonti e diritto alla critica.
E continueremo a esercitarlo con indipendenza, coraggio e dignità, anche quando dà fastidio.
La nostra redazione è sempre disponibile al confronto, alle interviste, alle smentite documentate, ai chiarimenti pubblici. Però rispondete al telefono. Da Somma Vesuviana abbiamo registrato questo vizio, che sembra molto diffuso.
Non ci faremo mai dettare la linea editoriale da chi pretende di stabilire cosa si può pubblicare e cosa no. Il giornalismo, quando è serio, non cerca padrini né consenso. Racconta i fatti. Anche quando graffiano.
p.s.: Noi la mattina facciamo il giro delle telefonate – come si usa fare nel nostro mestiere – alle forze di polizia per raccogliere i fatti. Non siamo abituati a fare altre telefonate o altri saluti.
Pubblichiamo integralmente il post del tabaccaro Tommaso Rea
COMUNICATO PERSONALE
Oggetto: Ennesimo utilizzo improprio della mia immagine – precisazioni necessarie
Apprendo nuovamente – grazie a fonti locali affidabili – che la mia immagine è stata utilizzata, ancora una volta, in articoli o contenuti riferiti a fatti e vicende a me legati.
Ritengo doveroso, quindi, fare alcune puntualizzazioni, rivolgendomi direttamente a coloro che, senza averne titolo né conoscenza piena, continuano a raccontare una versione distorta della realtà.
Il 9 luglio del 2020 mi trovavo ricoverato presso l’Ospedale del Mare, in condizioni che tutti sanno.
Dal 9 luglio fino a fine ottobre sono rimasto sospeso tra la vita e la morte. In quel periodo non avevo né voce né possibilità di difendermi da attacchi infondati, da insinuazioni e giudizi provenienti da ambienti a me ostili.
Nonostante ciò, in mia assenza, alcune persone – in collaborazione con una testata giornalistica locale – hanno pensato bene di pubblicare considerazioni personali, accuse velate e giudizi morali nei miei confronti.
È evidente che tali contenuti sono nati non da una ricerca di verità, ma da amicizie compiacenti, dinamiche di potere locali e, probabilmente, dalla fastidiosa presenza del sottoscritto in un contesto dove la libertà di pensiero non è sempre ben accetta.
Preciso che tutta la documentazione utile a chiarire i fatti è stata raccolta e archiviata da persone a me vicine, che si sono mosse non per vendetta, ma per rispetto verso la verità e la dignità umana.
Non ho mai proceduto legalmente nei confronti di chi mi ha diffamato, per una scelta precisa: non alimentare la spirale del fango e della calunnia.
Tuttavia, chi oggi scrive e commenta senza conoscere, deve sapere che le prove vere, i documenti e i fatti, esistono. E posso mostrarli di persona, a chi è realmente interessato a conoscere come sono andate le cose, lontano da tastiere e titoli sensazionalistici.
Ribadisco: sono disponibile a fornire una mia foto recente, nel caso si voglia ancora utilizzare la mia immagine pubblicamente.
Non ho nulla da nascondere. Ma chi intende farlo dovrebbe, quantomeno, assumersi la responsabilità di ascoltare anche la mia versione dei fatti, prima di pubblicare.
Quanto alle insinuazioni sulla mia esperienza politica, invito i soliti noti ad approfondire davvero il mio percorso, fatto di coerenza, libertà di pensiero e scontro aperto con il conformismo di chi oggi pretende di insegnare la morale agli altri.
La mia è una politica libertaria, scomoda, che non si è mai piegata a logiche clientelari o giochi di potere.
Ed è proprio per questo che ha dato fastidio a molti.
Chi oggi si appoggia a giornalisti compiacenti o a “testate” che servono più a vendere rotoloni che a informare, sappia che l’unico effetto reale che ottiene è quello di rafforzare la mia convinzione: continuare a dire le cose come stanno, senza paura e senza padrini.
Con rispetto verso il vero giornalismo e verso chi ancora crede nell’onestà intellettuale.
Tabaccaio, cittadino, e attivista politico.
P.S.:
A chi continua a evocare il mio nome per fare articoli da rotolone:
Contattatemi, vi mando una foto recente.
E se volete davvero sapere come stanno le cose, venite al tabacchino. Ma parlate con me, non con le ombre.
Chi si nasconde dietro insinuazioni e parole d’odio dimostra solo una cosa: non ha nulla da raccontare di sé, quindi si attacca agli altri.
Con rispetto verso il vero giornalismo, e disprezzo per chi lo tradisce.
Al prossimo articolo che scriverete su di me, (vi rilascio anticipatamente qui la LIBERATORIA) potete inserire direttamente questa.





