La presunta “riforma” costituzionale della giustizia approvata dal Parlamento è un colossale inganno nei confronti dei cittadini. Un imbroglio orchestrato da una maggioranza di governo mistificatrice, in totale malafede.
Basti pensare che oggi solo lo 0,02% dei magistrati chiede di passare da una carriera all’altra, e in quei rarissimi casi è obbligato anche a cambiare regione.
La verità è semplice: nei fatti, la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici esiste già da anni.
I problemi reali della giustizia italiana sono altri, molto più concreti e drammatici: carenze di organico, strutture fatiscenti, assenza di risorse economiche. Tutto questo ha un solo colpevole: la classe politica, che da decenni disinveste nel sistema giudiziario.
Questa “riforma” è solo fumo negli occhi. L’obiettivo vero è un altro, più subdolo: assoggettare i pubblici ministeri al potere esecutivo, riducendo la loro autonomia e ostacolando le indagini sui politici, sui colletti bianchi, e sui mafiosi in giacca e cravatta.
Chiariamo un fatto fondamentale: questa proposta scellerata non è nuova. È il copia-incolla del Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli, un piano eversivo che mirava al controllo assoluto dello Stato. Un progetto che fu poi ripreso dal suo più devoto interprete: il pregiudicato piduista Silvio Berlusconi.
Non a caso, gli epigoni politici di quel sistema marcio hanno oggi dedicato proprio a lui questo obbrobrio di riforma.
Fortunatamente ci sarà un referendum, e ho deciso di impegnarmi in tutte le sedi, con ogni mezzo a mia disposizione, affinché questo sciagurato progetto venga respinto.
Per anni ho partecipato a campagne elettorali, ma questa ha un valore speciale: si tratta di fermare chi vuole trasformare la mafia in Stato e lo Stato in complice della mafia.





