Stefano Bandecchi ha annunciato la sua candidatura alla guida della Regione Campania. Non è uno scherzo, né l’ennesima boutade social: il sindaco in carica di Terni – e da pochi mesi anche presidente della Provincia – ha deciso di proiettarsi sulla scena politica campana con una lista personale, “Dimensione Bandecchi”, e con l’immancabile piglio populista. Il problema, però, è che dietro questo piglio non c’è né visione, né trasparenza, né un briciolo di rispetto per la complessità di una regione che ha bisogno di tutto tranne che dell’ennesimo uomo solo al comando.
Prima di parlare di programmi – che, al momento, restano più un’eco generica che una proposta concreta – è giusto partire da un dato fondamentale: chi è davvero Stefano Bandecchi?
Ex imprenditore, fondatore dell’università telematica Unicusano, ha un curriculum giudiziario che non può essere ignorato. Nel gennaio 2023, la Procura di Roma ha disposto un sequestro preventivo da 20 milioni di euro a carico proprio dell’ateneo da lui fondato. I reati contestati? Presunta evasione fiscale e dichiarazione infedele. La Guardia di Finanza ha ricostruito un sistema nel quale Unicusano, pur dichiarandosi ente non commerciale per beneficiare di agevolazioni fiscali, avrebbe svolto attività di tipo prettamente imprenditoriale: gestione immobiliare, bar, cosmetici, trasporti, TV universitaria, persino un elicottero. Un universo che ruota intorno al “gruppo Bandecchi”, e che – secondo l’accusa – ha sottratto al fisco milioni di euro.
Le cifre parlano da sole: oltre 22 milioni di euro di IRES non versata tra il 2016 e il 2021. Nel 2024 la Cassazione ha confermato che le agevolazioni di cui godeva l’ateneo erano state utilizzate in modo illegittimo. E nello stesso anno è stato chiesto il rinvio a giudizio per Bandecchi e altri tre dirigenti.
Certo, la difesa ha ottenuto anche una parziale vittoria: per l’anno 2017, la Corte tributaria ha accolto il ricorso annullando l’avviso di accertamento. Ma resta il dato complessivo: un imprenditore finito al centro di un’indagine pesantissima, con sequestri milionari e accuse gravi. E ora questo imprenditore pretende di governare una regione da oltre 5 milioni di abitanti, con problemi strutturali enormi, un tessuto sociale ferito e una macchina amministrativa spesso ostaggio dell’illegalità.
Ma non è solo una questione di processi.
Bandecchi è un personaggio che ha costruito il proprio spazio politico sulla provocazione e sull’aggressività verbale. A Terni, ha fatto più notizia per gli scontri istituzionali, le minacce ai giornalisti, le frasi fuori luogo, che per decisioni amministrative efficaci. Ha confuso la politica con lo spettacolo, trasformando la comunicazione in un’arma, e la città in un set permanente dove mettere in scena se stesso. E ora vorrebbe replicare lo stesso schema in Campania, in un contesto ben più fragile e delicato.
Ma la Campania non è un palcoscenico. È una regione che lotta ogni giorno con la disoccupazione, la sanità in affanno, la criminalità organizzata, il clientelismo. È una terra complessa, stratificata, che ha già vissuto il peggio della politica – e che non può permettersi un salto nel buio solo perché qualcuno urla più forte degli altri.
A confronto, persino Vincenzo De Luca – con tutti i suoi limiti e la sua comunicazione sopra le righe – rappresenta un esempio di stabilità istituzionale. Durante i suoi mandati ha gestito dossier delicati, ha preso decisioni impopolari, ma ha anche mostrato concretezza amministrativa. Piaccia o no, ha tenuto la barra dritta in anni difficilissimi. Bandecchi, invece, non ha una visione: ha solo un microfono.
Eppure, il pericolo è reale. In un contesto dove la sfiducia verso i partiti è altissima, dove l’astensione cresce e il voto clientelare continua a serpeggiare, figure come Bandecchi trovano terreno fertile. Promettono “rivoluzione”, ma portano solo disordine. Sventolano l’anti-politica, ma spesso ripropongono in forma nuova vecchie dinamiche: opacità, gestione personalistica del potere, rapporti ambigui con il denaro e con le regole.
Serve allora un appello forte e chiaro alla coscienza civile. Il voto non è un favore da restituire né una merce da vendere al miglior offerente. È l’atto più potente che abbiamo per costruire – o distruggere – il nostro futuro. Scegliere chi è sotto processo per evasione fiscale, chi ha alle spalle milioni di euro sottratti allo Stato, chi ha dimostrato più volte di agire sopra le regole, significa accettare di portare la Campania verso l’ennesima stagione buia.
La Campania merita di più. Merita politica vera, non spettacolo. Merita visione, non arroganza. Merita persone che abbiano servito le istituzioni con rispetto, non chi le ha usate come trampolino per la propria vanità.
Se davvero vogliamo spezzare il ciclo della mediocrità, cominciamo con il non credere a chi urla più forte. Perché chi ha troppo da nascondere, spesso è proprio quello che si mostra di più.




