Sono passati due mesi da quando Moni Ovadia, voce scomoda e necessaria, ha infiammato una piazza italiana con il suo durissimo intervento alla manifestazione pro Palestina. Un discorso che fece tremare molti per la sua potenza e per la radicalità con cui denunciava l’indifferenza, la complicità dell’Occidente e il carattere genocidario della guerra contro il popolo palestinese.
Oggi quelle parole non solo non hanno perso forza: sono diventate ancora più urgenti.
Il bilancio è devastante: migliaia di morti civili, infrastrutture distrutte, ospedali annientati, interi quartieri cancellati, fame, sete, assenza totale di diritti. E il mondo continua a voltarsi dall’altra parte, a balbettare appelli, a giocare con le risoluzioni ONU mentre Gaza affoga nel sangue.
Il grido di Ovadia – artista, intellettuale ebreo, antisionista – torna oggi come un atto di accusa implacabile.
Contro il sionismo, contro il capitalismo predatorio, contro il silenzio ipocrita dell’Europa. Contro chi, in nome dell’equidistanza, ha scelto di non scegliere.

“È genocidio. Non c’è niente di meno. E chi oggi tace, un giorno dovrà rispondere ai propri figli”. Con queste parole, Moni Ovadia squarcia il silenzio colpevole delle istituzioni e dell’opinione pubblica europea. Nel suo intervento, lungo oltre 15 minuti, l’intellettuale e artista ebreo-italiano ha parlato senza filtri, senza moderazione, con un’accusa tagliente che ha colpito nel cuore della politica occidentale: “I cosiddetti democratici occidentali hanno fatto carne di porco della legalità internazionale”.
“Non è Netanyahu. È il sionismo il crimine”
Ovadia ha rigettato ogni tentativo di ridurre le responsabilità al solo premier israeliano: “Netanyahu è il figlio più autentico del sionismo. È il progetto stesso ad essere criminale”. Denuncia la cancellazione della memoria storica, l’occultamento della Nakba, la distruzione di 500 villaggi palestinesi, l’uso di armi sperimentali, il furto sistematico di terre, acqua, diritti.
“Quando dicono che tutto è cominciato il 7 ottobre, cancellano anni, decenni di massacri, segregazioni, arresti arbitrari. Prima c’erano i bambini palestinesi uccisi, o no?”
Sionismo e genocidio: un’accusa senza precedenti
“Non usate più la parola ebreo per riferirvi allo Stato di Israele. Usate la parola giusta: sionista. Il crimine si chiama sionismo”.
Poi la parola che per molti è ancora tabù: genocidio. Pronunciata più volte, con forza, citando anche Amos Goldberg, massimo esperto israeliano della Shoah: “Ha parlato di genocidio intenzionale. Non è stato un errore. Era lo scopo”.
Moni Ovadia non lascia spazio a mediazioni: “L’unica soluzione è uno Stato unico per tutti gli abitanti della Palestina mandataria, con gli stessi identici diritti. Non esiste il ‘due popoli due Stati’. L’hanno già distrutto i sionisti, anche assassinando Rabin”.
Afferma che non si tratta di una battaglia di parte, ma di una scelta tra civiltà e barbarie. E chi resta in silenzio – ammonisce con toni danteschi – “verrà giudicato, anche solo da suo figlio, che un giorno gli sputerà in faccia per non aver fatto nulla.”
Tra le rivelazioni più inquietanti del discorso, la denuncia di un progetto sionista per trasformare Gaza in una “Riviera del Mediterraneo”, con un nuovo canale alternativo a Suez e con il controllo di uno dei più ricchi giacimenti di gas del Mare Nostrum.
“Gli uomini possono crepare a migliaia, l’importante è fare affari”. E ancora: “Questa non è solo una guerra. È un modello economico basato sul sangue”.
Ovadia ha ricordato con voce rotta un’immagine agghiacciante: “Una donna palestinese sola, cammina per strada. Le sparano addosso qualcosa, e si dissolve. Non puoi seppellire la polvere. E quindi non puoi piangerla. Nemmeno quello ti lasciano”.
Una denuncia diretta all’industria bellica, al business delle armi testate su civili inermi. Gaza come laboratorio dell’orrore.
“Milioni in piazza. Non c’è alternativa”
Il discorso si è chiuso con un appello a mobilitarsi, a scendere in strada, a riprendere il cammino della disobbedienza e della lotta.
“Dobbiamo diventare milioni. L’Italia era paradigma di lotta. Che cazzo ci è successo?”
Poi il saluto, senza retorica: “Tocca a ognuno di noi”.
Il discorso di Moni Ovadia è un pugno allo stomaco. Un grido contro l’indifferenza, contro il silenzio, contro il cinismo geopolitico. Ma è anche un richiamo alla responsabilità individuale: perché in gioco non c’è solo Gaza, ma la dignità stessa dell’essere umano.




