Lo avevamo detto all’inizio della guerra in Ucraina: sarebbe arrivata una marea montante di messaggi per convincerci dell’inevitabilità del conflitto e della necessità di investire sempre di più in armi. E infatti è andata così. Nonostante la valanga comunicativa, una parte enorme del Paese continua a non allinearsi alle posizioni dell’establishment europeo; e non passa più l’idea — stantia e offensiva — di chi vorrebbe dipingere come “vittime” gli autori di massacri in Palestina. La propaganda però non molla: lavora, scava, prepara il terreno.
Gli studiosi che da anni analizzano il rischio di conflitto nucleare ricordano che l’orologio dell’Apocalisse oscilla a pochi istanti dalla mezzanotte. Non servono cifre al dettaglio per capire il punto: con migliaia di testate atomiche in circolazione, l’idea di gestire una guerra “come quelle di una volta” è delirante. Chi spinge sul riarmo e sull’economia di guerra scommette sulla sorte di tutti: i numeri non perdonano.
Dietro il racconto nobile delle “democrazie in difesa” c’è l’ossessione di mantenere un ordine unilaterale nato e cresciuto con la globalizzazione USA. Una crisi di sistema che dura da decenni ha generato élite convinte che il potere si preservi alzando la tensione e schiacciando ogni dissenso sociale. È la politica ridotta a contabilità degli interessi, non a progetto di convivenza.
Per anni si è provato a far passare come “difesa” l’annientamento dei diritti dei palestinesi. Oggi questa narrazione scricchiola. I massacri non si archiviano con uno slogan, la realtà non si trucca all’infinito. Criticare governi e strategie militari non è antisemitismo: è dovere civile. Confondere piani diversi serve solo a zittire chi denuncia l’indicibile.
Il lavoro più sporco non si fa nelle caserme ma nelle coscienze: cancellare umanità e solidarietà, coltivare rabbia e paura, iniettare odio pronto all’uso. L’obiettivo è semplice: normalizzare l’eccezione. Se la guerra diventa “inevitabile”, allora tutto è concesso. È la strategia che trasforma i cittadini in tifoserie e la politica in tattica di manipolazione.
Nella storia recente lo abbiamo già visto: Pearl Harbor, le armi di distruzione di massa in Iraq, l’11 settembre. Eventi che — oltre alla loro tragedia — hanno compattato i popoli e spianato strade politiche già tracciate. Oggi lo schema è vivo e vegeto. È legittimo aspettarsi un nuovo evento catastrofico capace di orientare l’opinione pubblica verso la guerra totale. Non è dietrologia: è coscienza storica.
Cosa fare (subito) per non farsi trascinare
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Smontare la propaganda: verificare, contestare, non appaltare il pensiero.
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Rifiutare il frame del “non c’è alternativa”: la diplomazia è una scelta politica, non un miracolo.
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Riportare al centro i diritti: civili, sociali, internazionali. Senza diritti non c’è pace, solo tregue armate.
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Tagliare i ponti con l’economia di guerra: chiedere trasparenza, parlamenti coinvolti, contabilità pubblica.
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Difendere il linguaggio: chiamare le cose con il loro nome. Massacri non sono “incidenti”, civili non sono “danni collaterali”.
Il mondo non ha bisogno di più armate, ma di più umanità. Siamo a pochi passi dall’ora zero non perché la storia lo imponga, ma perché qualcuno ci spinge fin lì. La via d’uscita è non farsi arruolare nella paura: lucidità, memoria, solidarietà. E una pretesa semplice, radicale: la vita prima degli imperi.





