«Anche le sole parole pedofilia e pedopornografia appaiono proibite per certi ambienti dell’informazione (o, meglio, supposta tale) e della stampa main stream. I fatti vengono negati e sottaciuti, nascosti o quasi». Poco più di un anno dopo queste parole di un nostro articolo stanno arrivando, quotidianamente, conferme sconcertanti e vergognose che è così. Che anche nominarli è pedocrimini è considerato vietato, bannato come va di moda dire ai tempi dei social network, censurato, oscurato.
Un silenzio quasi totale da regime, un silenzio che puzza di omertà, compromesso, complicità. Ogni silenzio è complice, ogni parola non detta è un favore e un omaggio agli stupratori, agli abusatori, alle mafie pedocriminali, a chi assassina l’infanzia, i più piccoli, i più fragili, i più indifesi. Non è più solo vigliaccheria, è molto di più. Nauseante, immondo, squallido. Una sacrosanta rabbia non basta più, l’orrido tanfo è insopportabile. Eppure viene alimentato ogni giorno.
Il 20 agosto scorso per la prima volta Meter e don Fortunato Di Noto hanno denunciato l’esistenza di un gruppo telegram pedopornografico. Denuncia ripetuta costantemente per molti giorni.
Il 26 agosto documentammo e denunciammo che su quel gruppo l’Abruzzo è presente, che ci sono messaggi sull’Abruzzo. Messaggi in cui si “confessa” di spacciarsi per baby sitter per procurarsi video e foto pedopornografici, si chiedono foto di ragazze di vari comuni abruzzesi, c’è chi si vanta di continuare a stuprare la figlia di dieci anni.
Canale telegram pedopornografico denunciato da Meter, pedocriminali attivi anche dall’Abruzzo
Silenzio, totale silenzio, indifferenza più che totale. Ancora una volta l’Abruzzo non si è smentito, la notizia non ha interessato nessuno. In cinque anni ci sono stati casi in cui nostri articoli e notizie da noi pubblicate sono state riprese senza citare la fonte. C’è anche (è successo anche di recente su questioni ambientali locali) che c’è stato chi l’ha ripresa per fare marchette a mafiosetti della politica locale, a personaggi mediocri che baciando la pantofola a vecchi arnesi della politica politicante capibastone stanno prendendo potere. Se qualcuno l’avesse ripresa senza citarci non ci saremmo lamentati, almeno la cappa dell’omertà sarebbe stata spezzata. Invece nulla. Zero su zero dal Tronto al Trigno. Abbiamo finito anche la nausea da vomito.
Eppure sono settimane che (finalmente, noi l’abbiamo denunciato e documentato anni fa ricevendo minacce e insulti, online e offline) si parla a livello nazionale di un gruppo facebook e di un sito web in cui veniva trafficati foto e video sessualizzati. Un solo aspetto, su una sola parte di questi materiali c’è il silenzio quasi totale e nessuna grancassa mediatica. Quello pedopornografico, trafficando foto e video di familiari sono stati condivisi foto di bambine. Ma l’attenzione è sempre stata altrove. Quanto abbiamo denunciato oltre un anno fa concretizzato nella maniera peggiore possibile in queste settimane.
Il silenzio sul gruppo telegram, l’omertà generalizzata, non sono state rotte neanche dall’intervento della Garante nazionale per l’Infanzia Marina Terragni. Tutti i censori di Terragni dove sono finiti? Tutti coloro che per un nonnulla hanno scatenato canee infinite oggi tacciono. «Dopo la scoperta e la chiusura della pagina Facebook ‘Mia moglie’ si moltiplicano le segnalazioni di siti e iniziative social che violano senza consenso e a loro insaputa l’intimità di donne e ragazze – mogli, fidanzate, figlie, e anche personaggi pubblici le cui immagini vengono manipolate e pornografizzate – per esporla allo scambio sessuale tra uomini. È la banalità dello stupro – così l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni – Tra questi gruppi social, denuncia don Fortunato Di Noto fondatore dell’associazione Meter contro la pedopornografia, anche siti Telegram i cui utenti in modalità ‘privata’ si scambiano foto e video di bambine». «Queste ripugnanti iniziative, chi le organizza e chi vi prende parte – continua Terragni – vanno perseguiti con tutta la forza e la determinazione necessarie, con denunce individuali e collettive e anche, nel caso i portali abbiano sede all’estero, con accordi bilaterali tra l’Italia e i paesi che li ospitano». «Non è immaginabile – conclude l’Autorità garante – che i perpetratori di queste violenze e di questi abusi, espressione della più tenace e sordida volontà di dominio sulle donne e sui minori, si spostino semplicemente da una piattaforma all’altra, continuando impuniti a praticare le loro attività perverse».
La nostra denuncia pubblica contro il gruppo Dipreisti si conclude qui. Un sentito ringraziamento a tutti voi che ci avete aiutato nella condivisione e al piccolo 0,1% delle testate nazionali che hanno dato spazio alla notizia. A quanto pare, una denuncia che nasce da un’associazione fondata da un sacerdote impegnato nella lotta alla pedofilia non fa notizia. Per questo, il gruppo — almeno per ora — rimarrà attivo. Ci auguriamo che la Polizia Postale riesca a individuare i soggetti coinvolti. La chiusura del gruppo non è altro che un contentino per chi non sa che, una volta oscurato, verrà riaperto nuovamente. Non basta chiudere: bisogna individuare e fermare i responsabili.
(don Fortunato Di Noto, Meter, 26 agosto)
Le foto e i video pedøpørnografici, i messaggi che raccontano gli stupri e abusi sui bambini, gli inviti di uomini e donne per avere contatti e rapporti sessuali con loro, desideri inappropriati sui minori, siti che normalizzano la pedøfilia come orientamento sessuale. Tutto documentato e segnalato. Non vi indigna, non vi disgusta? Nessuna dichiarazione da fare? È roba da repressi o sono azioni criminali a danno di bambini che non hanno voce, il cui grido durante i loro stupri non riusciamo ad ascoltare? Diteci per piacere cos’è tutto questo scempio. Non si trova spazio nei media per rendere giustizia ai bambini che, come trofei, dopo essere stati violati e abusati, sono trafficati online.
(don Fortunato Di Noto, presidente e fondatore Associazione Meter, 30 agosto)
Negli ultimi mesi abbiamo osservato un fenomeno preoccupante: sempre più pedøfili stanno abbandonando piattaforme come Telegram per spostarsi su Signal, un’app che garantisce l’assoluta privacy. Il motivo non è casuale. Su Signal, infatti, le conversazioni sono criptate end-to-end, i gruppi non sono indicizzati e non esistono metodi semplici per tracciare utenti o scoprire chi è coinvolto. Questo rende praticamente impossibile per le autorità individuare e arrestare chi diffonde o richiede materiale pedøpørnografico. Negli ultimi sei mesi, abbiamo monitorato 507 gruppi: chi richiede materiali, chi in live streaming abusa dei minori, chi utilizza l’intelligenza artificiale per denudare bambini. Questo dato dimostra quanto sia urgente un’azione coordinata. Questo spostamento è un campanello d’allarme per autorità e istituzioni: i predatori cercano ambienti sempre più inaccessibili e sicuri per loro, mentre i bambini restano esposti a rischi altissimi. È ovvio che la protezione dei bambini non può aspettare. Ogni spostamento dei predatori online deve essere monitorato, denunciato e fermato, con strumenti investigativi adeguati anche su app altamente criptate
(don Fortunato Di Noto, Meter, 5 settembre)
Il problema della pedøpørnografia oltre alla sua esistenza, è l’applicazione della legge.
Troppe volte le norme restano sulla carta, mentre i minori non ricevono il sostegno concreto di cui hanno davvero bisogno.
Ogni bambino abusato non è un numero ma una vita ferita, che deve essere ricostruita con cura, giustizia e accompagnamento.
Le leggi vanno applicate con fermezza, le vittime sostenute con percorsi reali, e le piattaforme digitali devono assumersi precise responsabilità.
(don Fortunato Di Noto, Meter, 7 settembre)





