L’Araba Fenice è una leggenda antica. Muore tra le fiamme, ma dalle sue ceneri nasce un nuovo uovo, pronto a dare vita a un’altra creatura identica. Una storia di rinascita e di illusione. Ed è la stessa favola che, in questi giorni, Marina Berlusconi ha riproposto sulle pagine de Il Giornale: la rinascita simbolica della “vittima”, la resurrezione mediatica di un racconto già smentito dalle sentenze.
Nella sua lettera, Marina Berlusconi parla di una persecuzione giudiziaria durata decenni ai danni di suo padre, Silvio Berlusconi, e di Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, come se la Cassazione avesse finalmente “restituito la verità”.
Ma la verità vera, quella giudiziaria, è un’altra, e l’ha ricordata ancora una volta Giancarlo Caselli, già procuratore della Repubblica di Palermo, l’uomo che si insediò il 15 gennaio 1993, lo stesso giorno della cattura di Totò Riina, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Berlusconi, Dell’Utri e la verità che non si cancella: le tre sentenze che smentiscono la propaganda
Caselli: “Non si può riscrivere la storia. Dell’Utri è stato condannato, punto”
Dopo anni di silenzio, Caselli è tornato a parlare chiaro:
“Non si può cancellare la storia, né falsificare la realtà.
Dell’Utri è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
Le sentenze dicono che fu intermediario tra Cosa Nostra e Berlusconi, che ottenne protezione in cambio di denaro. E Berlusconi non è mai stato imputato, ma ha tratto beneficio da quell’accordo.
Il resto è solo una manipolazione politica e mediatica”.
Il magistrato che, negli anni più difficili della lotta alla mafia, portò avanti le indagini sui rapporti fra imprese, clan e potere politico, riporta il dibattito alla realtà: le decisioni della Cassazione non si interpretano, si leggono.
La favola dell’Araba Fenice
Il provvedimento citato da Marina Berlusconi nella sua lettera, quello che avrebbe “dimostrato l’amicizia” tra suo padre e Dell’Utri, non riguarda affatto la sentenza del 2014 che ha condannato definitivamente Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.
Quella sentenza stabiliva che Dell’Utri fu il tramite tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, un “intermediario fiduciario” che garantì protezione in cambio di denaro.
La decisione citata oggi, invece, riguarda un procedimento civile relativo a somme di denaro elargite da Berlusconi a Dell’Utri dopo la condanna: la Cassazione ha riconosciuto che si trattava di un gesto di amicizia personale, non di un reato.
Un dettaglio che la propaganda ha trasformato in una “assoluzione morale”.
Ma come per l’Araba Fenice, la propaganda rinasce ogni volta dalle proprie ceneri:
risorge la favola della persecuzione, si riaccende il mito della vittima, e si tenta di far credere che il fuoco della verità sia solo un riflesso ottico.
Le sentenze parlano chiaro
Nelle tre decisioni della Corte di Cassazione – 2014, 2021 (Sezioni Unite) e 2021 (Civile) – la verità giudiziaria è scolpita nella pietra.
Dell’Utri ha fornito un contributo concreto e consapevole al rafforzamento di Cosa Nostra, mediando fra l’organizzazione mafiosa e Berlusconi, assicurando protezione in cambio di denaro.
La Cassazione 2021 conferma la “stabilità e durata” di tali relazioni, mentre la Cassazione civile riconosce che parlare dei rapporti tra Fininvest e la mafia non è diffamazione, ma diritto di cronaca fondato su atti processuali autentici.
Caselli: “Dopo Capaci e via D’Amelio, nessuno poteva più far finta di nulla”
Caselli lo sa bene. Fu lui, dopo la morte di Falcone e Borsellino, a raccogliere l’eredità del pool antimafia e a dare continuità all’opera interrotta.
“Dopo Capaci e via D’Amelio – ricorda – non era più possibile chiudere gli occhi.
La verità sui rapporti tra Cosa Nostra, la politica e l’economia era sotto gli occhi di tutti.
Eppure oggi assistiamo a un tentativo pericoloso: quello di ribaltare la storia, trasformando i condannati in vittime e i giudici in persecutori”.
Una denuncia lucida, che si lega direttamente alle parole di Luigi de Magistris:
“Vogliono falsificare la realtà e modificare la memoria del Paese”.
E al monito del Sostituto procuratore della DNA Nino Di Matteo, che aveva ricordato:
“Berlusconi ha versato centinaia di milioni nelle casse di Cosa Nostra”.
Tre voci, tre esperienze diverse, un’unica direzione: non permettere alla menzogna di riscrivere la verità giudiziaria.
Nino Di Matteo: “Berlusconi ha versato centinaia di milioni nelle casse di Cosa nostra”
Dalla verità alle ceneri: la propaganda come riscrittura
C’è qualcosa di profondamente simbolico nella favola dell’Araba Fenice: ogni volta che muore, rinasce dalle proprie ceneri. E così fa la propaganda politica.
Ogni volta che la giustizia ristabilisce la verità, la macchina mediatica la brucia e ne genera una nuova, lucidata, falsa, più comoda.
Caselli, Di Matteo, de Magistris: tre magistrati, tre custodi della memoria, tre voci che dicono la stessa cosa: la storia giudiziaria non si riscrive.
Chi lo fa, lo fa per paura o per interesse.
L’Araba Fenice della propaganda può anche risorgere mille volte, ma la verità non brucia. È nei faldoni della Cassazione, nelle motivazioni delle sentenze, nella memoria di chi ha pagato con la vita il prezzo della giustizia.
E mentre la grande stampa esulta, Caselli ci ricorda la sola frase che andrebbe incisa su ogni redazione e su ogni banco del Parlamento:
“Le sentenze non si interpretano a piacere.
Si leggono, si rispettano, e si ricordano”.
I nostri articoli precedenti pubblicati su WordNews.it per costruire un quadro coerente di analisi, memoria e verità giudiziaria:
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Berlusconi, Dell’Utri e la verità che non si cancella: le tre sentenze che smentiscono la propaganda
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Nino Di Matteo: “Berlusconi ha versato centinaia di milioni nelle casse di Cosa Nostra”
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Luigi de Magistris: “Vogliono falsificare la realtà e modificare la memoria del Paese”






