Ignazio Cutrò, ospite di “30 minuti con…” su WordNews.it, denuncia l’abbandono dei testimoni di giustizia: “Siamo carne da macello, ma non ci arrendiamo”.
La voce dei dimenticati dallo Stato. «Siamo carne da macello». Con queste parole, Ignazio Cutrò, testimone di giustizia e imprenditore siciliano, scuote ancora una volta le coscienze del Paese. Ospite della quinta puntata del format “30 minuti con…”, Cutrò ha raccontato la sua lunga battaglia contro la mafia e contro un sistema che troppo spesso abbandona chi ha avuto il coraggio di denunciare.
«Abbiamo sfidato la mafia a viso aperto ma la solitudine è arrivata dallo Stato.
Ci hanno lasciati soli, trattandoci come un problema, non come un valore».
Una testimonianza lucida, potente e dolorosa. Una puntata che è diventata, come spesso accade nel format, un atto d’accusa e insieme un grido di speranza civile.
Dal coraggio alla solitudine: la storia di un imprenditore libero
Ignazio Cutrò nasce a Bivona, piccolo paese dell’Agrigentino. Da giovanissimo inizia a lavorare nell’edilizia, seguendo le orme del padre. Ma nel 1999 la sua vita cambia per sempre: attentati, intimidazioni, incendi ai mezzi della sua azienda. In sette anni, oltre trenta attentati mafiosi.
Lui non cede. Denuncia. Si fida dello Stato. E inizia il suo calvario.
«Io non mi sono piegato – ha ricordato in diretta – ma dopo le denunce ho perso tutto: il lavoro, gli amici, la serenità.
Chi denuncia viene lasciato solo, e spesso viene colpito due volte: dai mafiosi e dall’indifferenza delle istituzioni».
Cutrò entra nel programma di protezione, ma decide di restare nella sua terra, accettando la sfida di vivere “in località d’origine”, a Bivona. Diventa così il primo testimone di giustizia italiano a rimanere nel proprio paese, protetto e insieme esposto.
Un simbolo vivente della lotta civile contro l’omertà.
“Lo Stato ci abbandona. Ci chiamano pentiti, ma noi siamo cittadini onesti”
Nel corso della puntata, condotta da Paolo De Chiara con la partecipazione di Antonino Schilirò, Cutrò ha denunciato con forza la confusione e la superficialità con cui vengono trattati i testimoni di giustizia, spesso assimilati – anche da funzionari pubblici – ai collaboratori di giustizia.
«Chiamarci pentiti è un insulto. Noi non abbiamo commesso reati, abbiamo denunciato.
Siamo cittadini onesti che hanno fatto il proprio dovere, ma per lo Stato siamo diventati scomodi».
L’imprenditore siciliano ha ricordato le angherie del Ministero dell’Interno, le minacce burocratiche, le perizie segretate per 50 anni e la mancanza di tutele reali per chi, dopo aver denunciato, si ritrova senza lavoro, senza casa, senza identità.
«Il testimone di giustizia è un valore per questa nazione ma per molti siamo solo carne da macello.
Lo Stato non può permettersi di sbagliare: se sbaglia, diventa peggio dei mafiosi».
La legge sui Testimoni di Giustizia
Nel corso della puntata, Cutrò ha ricordato i passaggi fondamentali che portarono alla nascita della legge nazionale sui testimoni di giustizia (legge n. 6 del 2018). Una norma che riconosce diritti e tutele a chi denuncia, ma che oggi – come ha denunciato Cutrò – rischia di restare sulla carta.
«La legge l’abbiamo voluta noi testimoni, scritta col nostro sangue. Ma se le istituzioni non la applicano, resta solo un bel titolo. Serve volontà politica, non passerelle».
L’ex vicepresidente della Commissione Antimafia Angela Napoli è stata citata più volte come una delle poche figure istituzionali che, in passato, hanno avuto il coraggio di denunciare le mancanze del sistema.
“Ricevete i testimoni”
Tra i momenti più forti, l’appello diretto alla presidente dell’attuale Commissione Parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo:
«Presidente Colosimo, non mi interessano le foto o le polemiche. Mi interessa che lei faccia il suo dovere: riceva tutti i testimoni di giustizia che chiedono ascolto. Parli con chi vive la paura e l’abbandono ogni giorno».
Un invito che si trasforma in una sfida morale, in un richiamo al senso profondo dello Stato: ascoltare chi ha servito la verità.
Chiara Colosimo deve dimettersi: la Commissione Antimafia è diventata un guscio vuoto
La memoria di Pasolini e il diritto alla verità
Nel corso del confronto, Paolo De Chiara ha richiamato le parole di Pier Paolo Pasolini, ricordando che
“Un Paese senza memoria è un Paese senza storia”.
Un filo rosso che lega tutte le puntate di “30 Minuti con…”: dal caso Mormile alla Falange Armata, dalle verità negate su Gladio fino alle voci dei Testimoni di Giustizia. Un percorso civile e politico nel senso più alto del termine.
“Denunciare è un dovere”
Nella parte finale della trasmissione, Cutrò ha lanciato un messaggio diretto ai cittadini e agli imprenditori:
«Denunciate. Non per lo Stato, ma per i vostri figli. Chi tace tradisce la libertà dei propri figli.
Non fatevi rubare la dignità: il silenzio è la prima forma di complicità».
“30 Minuti con…” – La verità senza filtri
Il format ideato e condotto da Paolo De Chiara, con la collaborazione di Antonino Schilirò, continua a rappresentare uno spazio libero e civile nel panorama informativo.
Ogni settimana, su WordNews.it e YouTube, si accendono i riflettori sulle storie che contano: testimoni di giustizia, magistrati, giornalisti, familiari delle vittime, uomini e donne che non si arrendono.
La quinta puntata, con Ignazio Cutrò, è una testimonianza viva del coraggio civile.
Una lezione di verità che non si insegna nei manuali, ma nella carne di chi non ha paura di pagare un prezzo per la giustizia.
“Il testimone di giustizia non è un eroe, è un cittadino che ha scelto la parte giusta”, ha detto Cutrò in chiusura.
“E per questo lo Stato dovrebbe esserne fiero”.
E noi con lui, nel nome di chi ha perso tutto ma non la propria dignità, possiamo solo dire:
in culo alle mafie.





