Nella ventisettesima puntata di “30 minuti con…”, il format di WordNews.it fondato e diretto da Paolo De Chiara, l’ex magistrato Armando D’Alterio ha attraversato due vicende decisive della storia civile italiana: Lea Garofalo e Giancarlo Siani.
Due nomi, due ferite, due esempi per capire come si deve vivere una vita dignitosa.
La puntata, con la collaborazione giornalistica di Antonino Schilirò, ha messo al centro la memoria del 5 maggio 2009, giorno del tentato sequestro di Lea Garofalo a Campobasso, in via Sant’Antonio Abate, e la storia di Giancarlo Siani, cronista precario del Mattino, ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985 a Napoli.
Armando D’Alterio (già PM del caso Siani, Procuratore Capo della DDA di Campobasso e PG presso la Corte d’Appello di Potenza) ha ricostruito la vicenda di Lea partendo dal suo arrivo alla Procura di Campobasso. Il magistrato entrò in servizio il 9 maggio 2009, pochi giorni dopo il tentato sequestro. Solo successivamente venne a conoscenza della denuncia della donna, che aveva raccontato l’irruzione nella sua abitazione di un uomo sconosciuto (Massimo Sabatino, ndr).
Quell’uomo venne poi identificato, un soggetto legato da rapporti criminali e di affari al clan Cosco. D’Alterio ha spiegato che, leggendo gli atti, comprese la necessità di superare i dubbi iniziali sull’attendibilità della donna. Lea Garofalo era già uscita dal programma di protezione e la sua posizione era complessa, ma per l’ex magistrato gli elementi raccolti imponevano un intervento rapido.
Da qui la richiesta di misura cautelare, con la contestazione dell’aggravante della finalità mafiosa. Un passaggio decisivo. Secondo D’Alterio, quella contestazione consentì in seguito a Denise Cosco, figlia di Lea, di ottenere un risarcimento come vittima superstite.
D’Alterio ha ricordato anche il drammatico epilogo della vicenda. La FIMMINA CALABRESE venne attirata a Milano. Una trappola mortale. Durante la puntata è stata affrontata anche una domanda inevitabile: lo Stato ha fallito con Lea Garofalo? D’Alterio ha riconosciuto che “non si fa mai abbastanza” e che, certamente, si sarebbe potuto fare di più. Allo stesso tempo, non ha voluto indicare responsabilità morali o giuridiche specifiche. Ha ricordato la complessità del programma di protezione, le sue regole rigide, le violazioni che possono portare alla revoca.

La seconda parte della puntata è stata dedicata a Giancarlo Siani, giovane cronista ucciso dalla camorra a ventisei anni. D’Alterio lo ha ricordato non solo come giornalista, ma come uomo. Un ragazzo severo, esigente, rigoroso, tanto da essere inizialmente scambiato dallo stesso magistrato per un appartenente alle forze dell’ordine.
Siani, ha spiegato D’Alterio, fu un precursore di un giornalismo capace di andare oltre la semplice cronaca. Non si limitava a seguire le inchieste giudiziarie. Cercava i fatti prima che diventassero atti processuali. Parlava con fonti dirette, amministratori, ambienti imprenditoriali, pezzi di territorio attraversati da interessi criminali e politici. Era un giornalista che metteva insieme frammenti, intuizioni, rapporti di potere, segnali apparentemente marginali.
Il cuore del caso resta l’articolo del 10 giugno 1985, nel quale Siani ipotizzò un tradimento interno tra clan, legato all’arresto di Valentino Gionta nei pressi della tenuta dei Nuvoletta a Marano. Per i clan, anche ipotizzare una violazione dell’omertà significava colpire un codice criminale intoccabile.
D’Alterio ha inserito l’omicidio Siani in un quadro più ampio, ricordando il rapporto tra criminalità campana e Cosa Nostra, il ruolo dei Nuvoletta, i collegamenti con ambienti siciliani e la possibile volontà di spostare l’attenzione investigativa su altri fronti.
Per D’Alterio, Giancarlo Siani resta un esempio di giornalismo d’inchiesta vero, ma la sua figura non deve essere usata per svalutare il cosiddetto giornalismo “sulle inchieste”. Anche leggere una sentenza, comprenderla, spiegarla, inserirla in un contesto più ampio, renderla accessibile ai cittadini, è un lavoro nobile e necessario. Senza giornalisti capaci di tradurre le carte giudiziarie in conoscenza, molti processi resterebbero chiusi dentro le aule.
D’Alterio ha riconosciuto che il giornalismo vive una stagione complessa. Ha ricordato la necessità di tutelare la dignità, la riservatezza e la presunzione di innocenza delle persone coinvolte nelle vicende giudiziarie. Ma ha anche messo in guardia dal rischio di costruire un muro troppo alto tra il diritto dei cittadini a sapere e la possibilità concreta dei giornalisti di informare.
Il punto è l’equilibrio. Verità, continenza e pubblico interesse restano i tre pilastri del diritto di cronaca. Ma negli ultimi anni l’asticella della responsabilità giornalistica si è alzata enormemente. Il giornalista deve verificare, selezionare, pesare le parole, riassumere senza deformare, pubblicare senza trasformare l’indagato in colpevole e senza svuotare la notizia della sua forza civile.
Per D’Alterio il giornalista deve essere “eretico”, nel senso originario del termine greco, cioè colui che sceglie. Non deve essere diplomatico, ma deve essere rigoroso.
Nel finale è stata richiamata la condizione dei testimoni di giustizia, ed è stato rinnovato l’invito alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo.



