C’è un momento in cui il giornalismo smette di essere mestiere e diventa carne. Michele Santoro apre così: immaginandosi a Torino, davanti a quel portone della redazione della Stampa. Assaltato. E dicendo una cosa che oggi sembra quasi eretica: “Mi sarei messo davanti. Avrei usato il mio corpo per difendere la libertà di stampa”. Non la libertà di chi gli somiglia. Non la libertà dei “suoi”. La libertà di chi non la pensa come lui. Una bestemmia, in questo tempo dove le idee valgono meno delle tifoserie.
È da qui che parte un discorso che non è un discorso: è un processo verbale contro un continente sedato, contro governi che giocano alla guerra come fosse Risiko, contro un’opinione pubblica che si commuove la domenica e si distrare il lunedì.
“Difendere la stampa significa difendere tutti”
Santoro lo dice senza fronzoli: quei gesti “teppistici” non servono alla causa palestinese. La danneggiano, riportandola nel recinto delle narrative che giustificano la risposta violenta, la repressione, la rimozione del dolore vero. E mentre i riflettori si spengono sulle vittime, restano fuori fuoco i numeri che non si vogliono guardare:
-
quasi 400 palestinesi uccisi dal giorno in cui si era parlato di smettere di sparare;
-
oltre 220 giornalisti ammazzati mentre raccontavano la violenza;
-
coloni che irrompono e pestano, come se la vita non avesse peso;
-
un premier accusato di crimini di guerra che chiede la “grazia”, quando grazia non è: si chiama immunità.
Santoro picchia duro perché qualcuno deve farlo. Perché l’informazione non dovrebbe essere una barricata ideologica, ma un faro acceso quando tutti spengono la luce.
L’Europa che si prepara alla guerra mentre finge la pace
Il passaggio più feroce arriva quando il giornalista mette in fila ciò che in fila nessuno mette: il ministro della Difesa tedesco annuncia che entro il 2029 saremo in guerra con la Russia; l’ammiraglio italiano parla di colpire per primi; la politica italiana discute di leva militare proprio mentre l’Europa teorizza un esercito da 800.000 uomini.
E allora la domanda arriva come un pugno: “possiamo permetterci un’Europa che investe solo in armi mentre scuole, ospedali, trasporti cadono a pezzi?”
È una domanda che brucia. Perché è vera.
L’Ucraina dimenticata, cancellata dalle fanfare
Santoro ricorda tutto quello che non ricordiamo più:
-
oltre 200mila abitazioni distrutte;
-
decine di migliaia di fabbriche cancellate;
-
un paese contaminato da uranio impoverito, arsenico, bombe;
-
il mare di Azov dove i pesci non nascono più.
E mentre la retorica della resistenza infiamma i palazzi, la realtà parla di un paese devastato, che non può mantenere l’esercito che gli si chiede di mantenere. Allora l’esito è uno solo: verrà richiesto a noi. Agli europei. Agli italiani. A chi non riesce più a pagare il dentista, figuriamoci un missile a lungo raggio.
Politica italiana: le parole ci sono, il coraggio no
Qui Santoro diventa poeta e carnefice insieme. Chiede: “perché l’opposizione non chiama Putin? Perché non va a Mosca a chiedere qual è il prezzo della pace?”
Non è una provocazione. È una mera constatazione: in Italia la guerra divide le coalizioni prima ancora di essere discussa. La Palestina, poi, è diventata un corteo del sabato, un hashtag, una bandiera da ripiegare quando il vento è troppo forte. E così i palestinesi vengono lasciati soli, di nuovo. Soli come i 220 giornalisti morti. Soli come i diritti che non fanno audience.
“Pace” non è “tregua”: la differenza che Crosetto non dice
Altro colpo di scalpello: la tregua non funziona, perché permette a chi è in vantaggio di riorganizzarsi. La pace, invece, è un salto nel vuoto, un atto politico enorme, un rischio che nessuno vuole assumersi. E allora la domanda finale, che pesa come una pietra sul petto:
“Siamo pronti a costruire la pace o abbiamo deciso di prepararci alla guerra?”
La forza di Santoro non sta nei toni. Sta nella capacità di nominare ciò che gli altri evitano. Sta nel ricordare che la libertà di stampa non si difende a slogan, ma col corpo. Sta nel denunciare una politica che parla di diritti ma fugge dalle decisioni. Sta nel dire che Palestina e Ucraina non sono simboli, ma popoli massacrati.
È un invito, o una condanna, a guardare la realtà senza filtri. E a scegliere da che parte stare quando il mondo si prepara ancora una volta alla tempesta.




