Il 9 dicembre si è celebrata la Giornata internazionale contro la corruzione, una ricorrenza per incoraggiare una riflessione sulle conseguenze di un fenomeno sociale, politico ed economico che colpisce tutti i Paesi, priva i cittadini di diritti fondamentali, rallenta lo sviluppo economico e mina le istituzioni. Ma l’Italia non se la passa bene. Infatti Transparency International, organizzazione internazionale non governativa leader mondiale nella lotta alla corruzione, ogni anno elabora il Corruption Perceptions Index, l’indice di percezione della corruzione, e nell’ultima analisi del 2024 piazza l’Italia al 52° posto, con un calo rispetto all’anno precedente, subito dopo l’Oman e subito prima del Bahrein, tutte e due in miglioramento rispetto all’anno precedente. Quanto a alla classifica europea è al 19° posto su 27 Paesi membri.
A questo si aggiunge l’analisi dell’associazione Libera: dal 1° gennaio al 1° dicembre 2025, ha censito da notizie di stampa 96 inchieste su corruzione e concussione, circa otto inchieste al mese (erano 48 nel 2024). Ad indagare su questo fronte sempre caldo si sono attivate 49 procure in 16 regioni italiane. Complessivamente 1028 (lo scorso anno erano 588) sono state le persone indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza un accertamento definitivo di responsabilità individuali, emerge una corruzione “solidamente” regolata, spesso ancora sistemica e organizzata, dove a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi: l’alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il “boss dell’ente pubblico” o l’imprenditore dai contatti trasversali, il boss mafioso o il “politico d’affari”. Infatti sono ben 53 i politici indagati (sindaci, consiglieri regionali, comunale, assessori) pari al 5,5% del totale delle persone indagate. Di questi 24 sono sindaci, quasi la metà. Il maggior numero di politici indagati riguarda la Campania e Puglia con 13 politici, seguita da Sicilia con 8 e Lombardia con 6.
Tra tutti questi reti si può notare come ci siano “mazzette” in cambio di un’attestazione falsa di residenza per avere la cittadinanza italiana iure sanguinis o per ottenere falsi certificati di morte. In altri casi le “mazzette” hanno facilitato l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei rifiuti, per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie, l’affidamento dei servizi di refezione scolastica. Ci sono scambi di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste per scambio politico elettorale e quelle relative alle grandi opere con la presenza di clan mafiosi.
Ma il dato allarmante è che la corruzione non risparmia nessuno, anzi spazia da nord a sud: da Torino a Milano, da Bari a Palermo, da Genova a Roma, passando per le città di provincia come Latina, Prato e Avellino.
Facendo una classifica su questi numeri si può notare che le regioni meridionali, con isole comprese, “primeggiano” con 48 indagini in totale, seguite dalle 25 del Centro e dalle 23 del Nord. Prima in classifica la Campania con 18 inchieste, seguita dal Lazio con 12 e dalla Sicilia con 11. La Lombardia con 10 inchieste è la prima regione del Nord Italia. Se guardiamo il numero delle persone indagate la classifica cambia. Prima rimane sempre la Campania con ben 219 persone indagate, segue la Calabria con 141 persone indagate, terza la Puglia con 110 persone, a seguire la Sicilia con 98 persone indagate. Prima regione del Nord Italia la Liguria con 82 persone, seguita dal Piemonte con 80 persone indagate.
Ad incrementare ancora di più la corruzione in Italia, fa sapere Libera, sono una serie di decisioni in materia legislativa. Infatti si possono richiamare:
- l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, che renderà impuniti abusi di potere e favoritismi compiuti in conflitto di interessi, cancellando dal casellario le migliaia di condanne già comminate;
- la riforma del reato di traffico di influenze illecite, contro i mediatori della corruzione (che ne ha fortemente ristretto l’ambito di applicazione);
- la limitazione delle intercettazioni e dell’utilizzo dei captatori elettronici (i cosiddetti trojan) nelle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione, una norma che determina un disallineamento tra durata delle intercettazioni e termine delle indagini preliminari, pregiudicando tra gli altri, i reati tributari contro la pubblica amministrazione a partire dalla corruzione;
- la prospettata cancellazione dell’obbligo di decadenza degli amministratori locali condannati in via non definitiva;
- l’indebolimento del ruolo della Corte dei Conti con il ruolo di supervisione in itinere sugli appalti del PNRR;
- il restringimento dei controlli istituzionali, tramite la limitazione delle funzioni di vigilanza sugli appalti dell’Autorità anticorruzione (ANAC) prevista dal nuovo codice;
- l’accelerazione forzosa delle modalità di gestione dei processi decisionali impressa al settore dei contratti pubblici dal cosiddetto “Codice Salvini”, che nella fase di massimo afflusso di risorse nel settore da decenni – grazie ai fondi PNRR – accresce esponenzialmente il potere discrezionale dei funzionari di assegnare forniture, appalti per servizi e lavori pubblici senza concorrenza e con scarsissima trasparenza.
Facile prevedere il convergere di appetiti criminali sugli esiti di quelle scelte, più o meno condizionati e “coordinati” da interessi mafiosi o di cartelli imprenditoriali.
Da ultimo, l’affidamento a fondazioni private della gestione irresponsabile di risorse pubbliche destinate a grandi eventi, così come i processi legislativi finalizzati a sanare ex-post abusi di potere e illegalità in campo urbanistico, sembrano configurare ormai forme più sofisticate e creative di “corruzione legalizzata”, che si rende invulnerabile alla repressione giudiziaria perché i suoi beneficiari hanno il potere di piegare le stesse norme dello Stato ai propri interessi particolaristici.





