A Cremona, Paolo De Chiara parla agli studenti tra Pasolini, Alpi, Siani, Falcone, Borsellino e Lea Garofalo: basta santini, servono scelte nette contro le mafie.
A Cremona, sulle tracce di Pasolini: memoria senza alibi
A Cremona, nell’istituto frequentato da Pier Paolo Pasolini, la quarta edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo diventa molto più di una celebrazione. Diventa una chiamata alle armi. Davanti agli studenti, Paolo De Chiara, direttore di WordNews.it e presidente dell’Associazione Dioghenes APS, parte proprio da qui: da un Paese che a 50 anni dal massacro di Pasolini continua a non avere, davvero, responsabili per ciò che è accaduto e accade.
«Questo è un Paese strano, un Paese senza memoria. Pasolini diceva che un Paese senza memoria è un Paese senza storia».
De Chiara ripercorre le stragi del 1992, le piste fasulle, il “copione” recitato da un falso collaboratore di giustizia sulla strage di via D’Amelio, le verità costruite e poi smentite vent’anni dopo. Un copione che conosciamo fin troppo bene: depistaggi, silenzi, responsabilità diluite fino a scomparire.
Falcone, Borsellino, Siani, i giornalisti uccisi: il culto dei martiri
L’affondo è diretto, senza giri di parole:
«Il 19 luglio ci trasformiamo tutti in Paolo Borsellino, mettiamo la sua foto e le sue frasi sui social.
Il giorno dopo facciamo più schifo del giorno prima. E questo lo ripetiamo per 365 giorni l’anno».
De Chiara smonta la liturgia delle commemorazioni a comando: il 23 maggio tutti con Giovanni Falcone, il 19 luglio tutti con Paolo Borsellino, poi tocca a Giancarlo Siani, giornalista ammazzato dalla camorra a 26 anni, poi ai giornalisti uccisi all’estero, “che non erano andati in vacanza a Mogadiscio”, ma per indagare su armi, rifiuti, servizi segreti, istituzioni.
La domanda è secca: a cosa serve ricordare, se il giorno dopo si torna a sostenere gli stessi sistemi di potere contro cui quei nomi si sono schiantati?
La memoria, da sola, non basta. Se non produce scelte, resta solo retorica.
Lea Garofalo: da “pentita” a bandiera. E l’ipocrisia di uno Stato in ritardo
Il cuore dell’intervento è dedicato a Lea Garofalo, la donna che ha sfidato la ’ndrangheta e che oggi tutti esibiscono su bandiere, manifesti, murales. De Chiara ricorda con precisione la ferocia del delitto: Lea sequestrata, pestata, strangolata, buttata in un bidone, bruciata per tre giorni in una zona industriale vicino Monza. I frammenti ossei troppo piccoli persino per un test completo del DNA.
Oggi il suo viso è ovunque. Ma ieri, quando era viva, dov’era il Paese?
«Quando Lea Garofalo era in vita, nessuno ha aiutato questa donna. Lea è stata isolata da tutti, insieme a sua figlia. È stata cacciata dal programma di protezione, insultata, definita “pentita”, “prostituta”, “tossica”.
Oggi la facciamo diventare bandiera».
De Chiara ricorda come alcuni appartenenti al circuito del programma di protezione l’abbiano indicata con epiteti infami. E come, solo dopo, qualche magistrato abbia ammesso pubblicamente: «Abbiamo sbagliato con Lea Garofalo». Eppure ancora oggi, persino nei giardini della memoria dedicati a Lea, a Milano, compaiono corna, occhiali disegnati sul suo volto, segni di un disprezzo mai guarito.
“Io sono Lea”: il monologo di Paolo De Chiara squarcia il silenzio nella Sala dei Quadri di Cremona
Mafie sconfitte? No. Mafie istituzionalizzate
A chi parla di mafia siciliana “sconfitta”, De Chiara risponde senza mezzi termini:
«La mafia siciliana è ancora viva e lotta insieme a noi. Oggi non spara come prima perché ha capito che per fare affari bisogna stare in silenzio».
La fotografia che offre agli studenti è netta:
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’ndrangheta: l’organizzazione criminale più forte al mondo, militarmente ed economicamente;
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Cosa nostra: meno visibile, ma ancora radicata, soprattutto dove c’è da gestire affari e potere;
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mafie che, dall’Unità d’Italia in poi, sono state di fatto istituzionalizzate.
«Con l’Unità d’Italia ci hanno fatto due regali: la questione meridionale e l’istituzionalizzazione delle mafie».
Non è un “problema del Sud”: le mafie si muovono in Calabria, Lombardia, Emilia, Piemonte, in Europa e nel mondo e si infilano nei palazzi, nelle imprese, nella politica, nelle professioni.
Il nodo politico: quando il voto diventa complicità
Qui il discorso entra nel vivo. Se si vuole davvero “sconfiggere le mafie”, dice De Chiara, bisogna fare quello che Paolo Borsellino indicava come unico passaggio decisivo:
«Bisogna tagliare il nodo che è politico».
E allora De Chiara porta un nome preciso, che non si può edulcorare: Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
«È possibile che ancora oggi abbiamo un soggetto condannato definitivamente, che si è fatto anni di carcere per concorso esterno, e quel soggetto è stato il co-fondatore di un partito che ha governato questo Paese per vent’anni e continua a essere forza di governo?
Quel partito si chiama Forza Italia e quel soggetto si chiama Marcello Dell’Utri».
Il messaggio agli studenti è chiarissimo: le mafie non sono solo un fatto di pistole; la complicità passa anche attraverso le urne, la decisione di frequentare o meno certi locali legati a determinati ambienti; non è solo una questione di “destra” o “sinistra”, ma di persone per bene contro sistemi marci.
«Non dobbiamo votare questi soggetti. Dobbiamo scegliere persone per bene. Non è una questione di colore politico: è una questione di dignità».
La lettera ignorata e le responsabilità di tutti
De Chiara ricorda un altro episodio rimosso: la lettera che Lea Garofalo inviò nel 2009 al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo aiuto. Quella lettera fu ignorata.
Solo dopo, a tragedia avvenuta, venne pubblicata. Ma la colpa non è solo delle istituzioni:
«Le responsabilità sono di tutti. Anche dell’informazione. Quella lettera venne inviata a tutti, ma fu pubblicata dopo».
Qui il discorso si allarga: giornalisti che non fanno il proprio dovere, media che trasformano tutto in spettacolo, cittadini che si limitano ai post indignati senza cambiare i propri comportamenti.
Don Milani in cattedra: le parole come colpi contro l’ingiustizia
Per chiudere, De Chiara porta in classe un altro “testimone del nostro tempo”: Don Lorenzo Milani. Ricorda la scuola di Barbiana, i ragazzi cacciati dalla scuola pubblica perché considerati “idioti”, e quel prete che li prende con sé e dimostra che non erano affatto idioti, ma messi semplicemente nelle condizioni sbagliate.
«Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani».
De Chiara la rovescia sugli studenti presenti: sta a loro decidere se continuare a “prenderli” o iniziare a “darli”, metaforicamente, a chi tiene in piedi sistemi ingiusti, mafiosi, corrotti.
L’intervento si chiude così, senza carezze consolatorie: le mafie non sono sconfitte; la memoria non basta, se resta confinata alle celebrazioni; la politica è il nodo da tagliare; la scuola è un’arma potente, se le parole diventano coscienza e poi azione.
Agli studenti di Cremona, sulle tracce di Pasolini, Falcone, Borsellino, Lea Garofalo, Don Milani, De Chiara lancia una sola, pesantissima responsabilità: decidere da che parte stare.
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