“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”. Antonio Gramsci, “Ordine Nuovo”, 1920
Un foglio incorniciato, una lezione sbagliata
A Bronte, in un liceo, c’è una stampa incorniciata: intestazione solenne, corona, stemma, titolone urlato in maiuscolo “Abitanti della Provincia di Catania”. Sotto, nel proclama, in prosa militare e senza pietà, una “nuova” Italia che parla con il linguaggio degli eserciti: prima ti “rassicura”, poi ti punta il fucile.
Il metodo utilizzato per imporre una scelta violenta arrivata dall’alto.
È firmata G. Nino Bixio (il braccio destro violento di Giuseppe Garibaldi), datata Randazzo, 12 agosto 1860. Il messaggio è chiaro: a Bronte si è sparato, e si può sparare ancora. La rivolta (primi di agosto del 1860) viene soffocata con il sangue di cinque presunti rivoltosi. Un massacro che dovrebbe far vergognare questo Paese. Ma a Bronte, all’assassino garibaldino, è stata anche intitolata una strada.
Non è un ricordo neutro, non è “storia” appesa al muro come un quadro qualunque: è un documento di potere, e il potere non chiede consenso, lo impone. Se serve, le fucilazioni si rifanno. Dentro una scuola. Dove si dovrebbe studiare la vera storia, non quella imposta dai vincitori ai danni dei vinti. Ancora oggi nei testi scolastici i “briganti” vengono etichettati come delinquenti. Erano, invece, i partigiani di quel periodo. La storia d’Italia affonda le sue radici nella menzogna.
La questione meridionale nasce così: con la paura come legge non scritta
La questione meridionale comincia con un metodo brutale e semplice: chi sta in basso viene definito colpevole, chi sta in alto viene definito “ordine”. Nel 1860 il Sud è una promessa che si trasforma in trappola. Arrivano parole nuove: patria, libertà, unità. Ma sul terreno la fame resta fame e la terra resta nelle stesse mani. Quando le attese esplodono, la risposta è quasi sempre la stessa: repressione.
Bronte 1860
A Bronte la questione non è astratta: è terra, demani, diritti negati, umiliazioni quotidiane. C’è un intreccio storico di proprietà e potere che alimenta rancori antichi. E quando la gente povera si convince che qualcosa possa cambiare davvero scoppia l’illusione più pericolosa. La rivolta degenera: violenze, vendette, caos. Ma ridurla a “criminalità” è il trucco classico. E arrivano i “salvatori”: colonne armate, tribunali militari, processi rapidi, sentenze ancora più rapide. La velocità del disprezzo.
Bixio e le fucilazioni: l’unità imposta dall’alto, col sangue innocente
La repressione a Bronte è un chiaro messaggio: “State al vostro posto”. Dice ai notabili: “Il potere vi riconosce, vi protegge”. Il proclama del 12 agosto è la spinta ideologica di quella violenza. Lo Stato agisce da padrone.
E quando scrive “fiducia nel Governo e nella forza di cui dispone” sta dicendo la verità: la fiducia non è richiesta, è prevista. Imposta.
Gramsci: la sentenza morale sull’Italia che nasce contro il Sud
“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”. Antonio Gramsci, “Ordine Nuovo”, 1920
La citazione di Antonio Gramsci è una lama affilata. Smaschera la narrazione nazional-savoiarda, strappa con forza la coccarda tricolore. I poveri diventano briganti e i briganti diventano la scusa per incendiare paesi, riempire fosse, imporre paura, fucilare, squartare, conquistare, massacrare donne e bambini, versare sangue, radere al suolo, tagliare le teste per creare la nuova tipologia del Lombroso: l’uomo delinquente, con la fossetta occipitale. Ancora oggi le teste dei “briganti” sono ospitate nel museo torinese. La vergogna di Stato continua.
Quando Gramsci parla di “dittatura feroce” sta descrivendo una continuità storica. La questione meridionale è anche una lunga criminalizzazione del disagio sociale. Un Sud costretto a portare addosso la colpa di ciò che ha subito.
“Briganti”: la parola che assolve chi spara
C’è una parola che ha funzionato per secoli: brigantaggio. Nella narrazione ufficiale, diventa sinonimo di barbarie, arretratezza, delinquenza. Chi reprime è “civilizzazione” chi resiste è “criminale”. L’alibi perfetto.
Non è solo un fatto di ieri. È un metodo, con una maschera diversa. Ieri: “briganti”, oggi: “assistiti”, “incapaci”, “spreconi”, “fannulloni”.
Un documento storico in una scuola può avere senso solo se viene disinnescato con la verità, non esibito come reliquia. Appenderlo senza contesto significa fare una cosa gravissima: normalizzare il linguaggio della repressione.
Rischia di non essere didattica ma decorazione del potere.
Oggi non servono fucilazioni pubbliche per produrre lo stesso effetto: basta togliere servizi, occasioni, futuro. Basta lasciare che la sanità diventi viaggio obbligato verso il Nord, il lavoro diventi valigia per l’estero, le infrastrutture restino promesse. Violenza senza polvere da sparo.
Bronte non è solo un episodio. È un simbolo: l’Unità d’Italia come progetto costruito anche contro una parte del Paese. Non perché il Sud fosse “inferiore”, ma perché era più facile governarlo così: con la forza, con la paura.
Quel proclama dovrebbe essere accompagnato da una frase semplice: non celebriamo la repressione, studiamo la ferita. Perché una Nazione (orribilmente sporca) che non guarda in faccia le proprie origini violente non diventa adulta: diventa solo più brava a mentire.






