C’è una parola che nel rapporto Antigone ritorna come un fischio in un corridoio: respiro. Non come metafora ma come misura concreta di civiltà. Perché il carcere toglie la libertà, ma quando comincia a togliere anche l’aria allora non sta “eseguendo una pena”: sta fabbricando altra sofferenza, e altra violenza.
In questa fotografia cupa, arrivano due frasi che inchiodano il dibattito, senza sconti: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella parla di “sovraffollamento inaccettabile”. E il cardinale Zuppi mette il dito nella ferita: «È troppa sofferenza nelle carceri. Si tratta di fare giustizia alla vittima non di giustiziare l’aggressore». Poi aggiunge un dato: «Due terzi delle persone che escono dal carcere e che hanno seguito percorsi solo dentro al carcere sono recidivi. Al contrario coloro che sono stati ammessi a fruire delle misure alternative hanno una bassissima recidiva».
Mentre fuori si urla “più carcere”, dentro il sistema sta andando in apnea. E Antigone racconta proprio questo: un carcere “senza respiro”, schiacciato tra sovraffollamento e chiusure crescenti.
La polveriera: sovraffollamento e custodia chiusa
Il punto non è solo quante persone ci stanno dentro, ma come ci stanno. Il rapporto descrive un cambio di clima: dopo anni in cui si era provato a immaginare più celle aperte e sorveglianza dinamica, oggi la tendenza è opposta: custodia chiusa per la gran parte delle persone detenute. Meno ore fuori, meno attività, meno contatti. Non serve essere sociologi: se metti esseri umani in spazi saturi e li chiudi per gran parte del tempo, non stai “rafforzando l’ordine”, stai solo alzando la pressione. E quando la pressione sale, prima o poi esplode. Antigone lo dice con chiarezza: chiusure e sovraffollamento stanno trasformando le carceri in una polveriera.
Nelle ricostruzioni sulle visite e sugli eventi critici, emerge anche una correlazione tra sezioni a regime chiuso e aumento di conflittualità, autolesionismo e gesti estremi.
Suicidi e autolesionismo: il termometro rotto della sofferenza
I numeri non sono statistiche, sono persone. Nel 2024 i casi di suicidi in carcere sono stati almeno 91, e tra gennaio e maggio 2025 almeno 33. Il 2024 diventa così l’anno con più suicidi di sempre, superando il record del 2022.
L’autolesionismo nel 2024 cresce del 4,1% rispetto al 2023, i tentati suicidi del 9,3%. E le strutture dove questi eventi si concentrano non sono “casi isolati”: sono spesso le grandi case circondariali. Nell dossier richiamato dal rapporto, su 122 suicidi considerati (2024 e primi mesi 2025), almeno 90 avvengono in sezioni a custodia chiusa.
È come se il carcere diventasse un imbuto che schiaccia proprio chi è più fragile.
Personale al limite: quando mancano le persone che tengono in piedi il sistema
Il carcere non è solo mura e cancelli. È un’organizzazione fatta di esseri umani che dovrebbero garantire sicurezza, diritti, percorsi. Antigone segnala una criticità trasversale: carenza di personale in più aree, dagli operatori amministrativi ai direttori, fino alla polizia penitenziaria e ai funzionari giuridico-pedagogici (ex educatori). Sul fronte educativo, il rapporto ricorda numeri e carichi che raccontano bene l’affanno: a maggio 2025 gli educatori risultano 963 a fronte di 1.040 previsti; la media nazionale è circa 64,8 detenuti per ciascun funzionario.
La rieducazione rischia di diventare una parola di carta, quando chi dovrebbe costruire i percorsi è sommerso.
Affetti regolati col contagocce: colloqui, telefonate, videochiamate
Antigone ricorda che la legge considera i contatti con la famiglia parte del trattamento, non un favore.
Eppure, nella pratica, l’affettività vive dentro limiti rigidi: normalmente sei colloqui al mese da un’ora (quattro per alcuni reati), telefonate generalmente da dieci minuti, di regola una a settimana (o due al mese per alcuni casi).
Nel mezzo ci sono le videochiamate, introdotte e poi stabilizzate. Sul tema degli incontri intimi, il rapporto segnala un passaggio storico ma ancora fragile: nel carcere di Terni si è svolto il primo colloquio intimo in Italia (due ore, in uno spazio non sottoposto a controllo visivo). La dignità non si sospende con la condanna.
Minori e giovani adulti: quando il sistema educativo si incrina
Antigone descrive un aumento record di presenze negli Istituti Penali per i Minorenni, istituti in sovraffollamento e un modello storico che rischia di essere stravolto. E c’è il tema dei giovani adulti: spesso gli istituti non riescono nemmeno a garantire la separazione prevista. È una miscela che non “corregge” nessuno: indurisce, incattivisce.
La svolta vera: giustizia, non “giustizialismo”
Lo dice Zuppi: fare giustizia alla vittima non significa giustiziare l’aggressore. E la sottolineatura sulla recidiva dice una cosa che in Italia facciamo finta di non capire: se la pena è solo chiusura, il carcere rischia di produrre altra criminalità. Se invece la pena è anche percorso, soprattutto con misure alternative e strumenti di comunità, la sicurezza, perché diminuisce il ritorno al reato.
E allora Mattarella e Antigone, in fondo, stanno dicendo la stessa cosa con linguaggi diversi: il sovraffollamento è una ferita costituzionale.
Il rapporto non chiede miracoli. Chiede scelte: meno carcere dove non serve, più misure alternative, più personale educativo, più salute mentale, più spazi e tempi di umanità. Un carcere che non respira non rende più sicuro nessuno. Rende solo più buio tutto.





