L’intervista rilasciata nei giorni scorsi dal sindaco di Catania, Enrico Trantino, offre lo spunto per alcune considerazioni che non cercano l’effetto speciale: cercano la sostanza. Perché quando si parla di sicurezza e la si restringe a parcheggiatori abusivi e rifiuti, la domanda non è “sono temi importanti?”. Certo che lo sono.
La domanda è un’altra: basta davvero questo per raccontare Catania?
Una città non è una fotografia scattata dal finestrino: è un film lungo, spesso ruvido. E se in quel film restano fuori le scene decisive, non è più cronaca: è un taglio di montaggio.
La domanda che pesa: la mafia è sparita o è stata solo messa tra parentesi?
Qui arriva il punto che non può essere dribblato con una pacca sulla spalla: il fenomeno mafioso è scomparso, oppure resta una questione centrale per Catania e la sua provincia?
Chi vive i territori sa che la criminalità organizzata non ha bisogno di annunci per esistere. Le basta l’abitudine. Le basta il silenzio. Le basta che la parola “mafia” scivoli fuori dall’agenda, come una sedia spostata in un angolo perché “ingombra”.
E invece è proprio lì che dovrebbe stare: al centro. Non per fare allarmismo, ma per fare verità.
Esiste un “sistema” che decide? Politica, economia, urbanistica e poteri trasversali
Seconda questione: esiste a Catania un sistema di potere, trasversale e sinergico, capace di orientare scelte fondamentali sul piano politico, economico e urbanistico?
La domanda è retorica, sì. Ma non per gioco: perché certe domande sono retoriche come lo è il mare quando lo guardi e capisci che è lì da sempre. Se un sistema c’è, non si vede solo nei grandi scandali: si vede nelle traiettorie, nelle carriere che non si spiegano, nelle decisioni che “cadono sempre in piedi”, nelle porte che per alcuni restano chiuse e per altri si aprono da sole.
E quando una città somiglia troppo spesso a un circuito chiuso, la parola giusta non è “coccole”: è trasparenza.
Periferie: non solo dispersione scolastica, ma disuguaglianze storiche e responsabilità precise
Terzo nodo: i problemi dei quartieri periferici possono ridursi alla pur grave dispersione scolastica?
No. Sarebbe comodo, quasi rassicurante: un problema misurabile, un grafico, un progetto, un bando. Ma le disuguaglianze sociali non nascono dal nulla e non si mantengono per caso. Spesso sono figlie di scelte ripetute, di disattenzioni che col tempo diventano strutturali. E quando sono strutturali, qualcuno le ha costruite. O ha scelto di non smontarle.
Le periferie non chiedono pietà, né slogan. Chiedono diritti: servizi, trasporti, scuole che non siano trincee, spazi pubblici che non siano deserti. E soprattutto chiedono che lo Stato, e le sue istituzioni locali, siano presenti prima del degrado, non dopo.
“Catania ha bisogno di coccole”: una frase che stona
Infine, l’immagine che colpisce: nel suo augurio per il nuovo anno il sindaco afferma che Catania “oggi avrebbe bisogno di maggiori coccole da parte dei suoi cittadini”.
Coccole: carezze, vezzeggi, lusinghe. Una parola tenera, quasi domestica. Ma una città non è un animale ferito da consolare con un biscotto. Una città è una comunità di persone, con problemi reali, responsabilità istituzionali, scelte amministrative, priorità politiche.
Se proprio vogliamo usare una metafora: Catania non ha bisogno di coccole. Ha bisogno di ossa dritte. Ha bisogno di regole rispettate. Ha bisogno di una cultura della legalità che non sia un manifesto, ma una pratica quotidiana.
E sì: anche di un po’ di amore civile. Ma l’amore civile non è adulazione. È pretesa di serietà.
Il mio augurio, e lo ribadisco con chiarezza, è che Catania e i suoi cittadini recuperino una seria cultura della legalità in tutti i settori della vita, personale e collettiva. E che l’esempio lo diano, prima di tutti, la politica e le istituzioni.
Perché la legalità funziona così: se chi governa la tratta come un optional, diventa un optional anche per chi vive la città. Se chi governa la difende con coerenza, allora può diventare una diga, una scuola, una strada illuminata.
Poi, magari, ben vengano anche le “coccole”. Ma dopo. Quando la casa è in ordine, quando le fondamenta tengono, quando nessuno deve più scegliere tra rassegnazione e rabbia.




