“Lavori senza infermieri, senza portantini, senza posti letto: cosa vuoi che possiamo fare?”. Pastore riparte dal punto dove la sanità pubblica smette di essere un diritto e diventa un azzardo.
Nell’intervista Pastore ricostruisce una giornata di servizio del 2017 al Pronto Soccorso: oltre venti persone presenti, pazienti gravi, organico ridotto all’osso.
Racconta la vicenda della paziente per cui si è arrivati a un procedimento giudiziario, spiega come l’accusa sia cambiata nel tempo e insiste sul nodo centrale: la responsabilità scaricata sul singolo medico mentre mancano personale, mezzi e posti letto. Collega poi questa fragilità strutturale a un modello che spinge verso il privato e verso una sanità “di mercato”.
Infine, parlando delle proteste e della sensazione di “muro di gomma”, indica una direzione: iniziative politiche, “stati generali”, proposte alternative e una ridefinizione dei beni comuni, anche sul piano giuridico.
“Stiamo facendo questo processo e dobbiamo sentire i testimoni. È una cosa proprio fuori dalla grazia di Dio”.
Ripartiamo dall’inizio: che situazione c’era al Pronto Soccorso quel giorno?
Quando ho montato in servizio c’era una situazione drammatica: codici rossi, pazienti intubati, più di 20 persone dentro. Eravamo io e un giovane collega, che cercavo anche di supportare. In tutto questo c’era questa signora che veniva in Pronto Soccorso: mi era stata lasciata con indicazioni di fare TAC cerebrale e altri esami. Io mi aggiravo fra tutti questi pazienti. Erano arrivati gli esami, c’era uno squilibrio, ho corretto e sono andato avanti. Poi ho saputo che era morta. Il marito si è incazzato e ha detto che non l’avevamo seguita. Ma era una situazione davvero al limite. Una cosa che ho sempre riportato e che ho sempre denunciato: il pericolo possibile in situazioni di questo tipo. E adesso sto facendo questo processo. Io sto andando avanti.
L’accusa com’è cambiata nel tempo?
All’inizio avevano chiesto l’omicidio colposo. Poi il giudice l’ha respinto. Hanno contestato l’abbandono di paziente: io avrei abbandonato questa paziente?
Il rischio vero è strutturale. In cosa consiste, concretamente, questa “pericolosità”?
La pericolosità è che si lavora senza infermieri, senza portantini, senza posti letto. Cosa possiamo fare? L’unica cosa è che poi si concentra tutto sul medico, che diventa responsabile di tutto questo.
Il processo va avanti da anni.
Stiamo sentendo i testimoni. Sono 6 anni che si sentono questi testimoni… È possibile che paghi solamente una persona?
Com’era organizzato quel turno?
Per più di 20 pazienti presenti un solo portantino. E quel portantino doveva portare gli ammalati, portare le richieste, riprendere le richieste. Poi due medici e due infermieri. Questa era la situazione.
Lo “sfascio” della sanità pubblica a chi deve essere attribuito?
I responsabili di questo sfascio sono quelli che strutturano la sanità in questo modo. Alla fine, tra stipendi bassi, mancanza di personale e tutto il resto, si arriva a situazioni drammatiche come questa. E si vuole scaricare tutta la colpa su chi opera in queste condizioni.
Dopo la fiaccolata a Isernia e la protesta della tenda c’è stata una svolta o siamo sempre al punto di partenza?
I tempi diluiscono la tensione e annullano l’effetto che c’è stato. E si va avanti con la solita tecnica del muro di gomma.
E per rompere questo “muro di gomma” cosa bisogna fare?
Bisognerebbe prendere iniziative politiche, indire gli stati generali, cominciare a fare proposte alternative globali sulla sanità. Creare una dimensione diversa, un’area politica che ridefinisca il concetto di beni comuni, anche da un punto di vista giuridico, svincolandolo da un’ottica di mercato. Altrimenti si ritorna sempre alla solita manfrina, con i soliti palliativi: faranno vedere di fare qualcosa e poi continueranno a fare quello che hanno sempre fatto.
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