Dopo il comunicato stampa di USB Lavoro Privato sulla situazione delle lavoratrici impiegate nel servizio di pulizia affidato a Coopservice nelle strutture dell’ASP di Reggio Calabria, WordNews.it ha intervistato Giuseppe Marra, rappresentante di USB Calabria, per approfondire una vertenza che tocca riposi settimanali, turni notturni, organizzazione del lavoro, salari e sicurezza.
Nel precedente articolo avevamo raccontato la denuncia del sindacato: mesi di riposi compressi, turnazioni considerate insostenibili, cambi turno nel cuore della notte e il rischio che la nuova organizzazione del lavoro, arrivata dopo l’intervento dell’Ispettorato, finisca per penalizzare ancora una volta le lavoratrici.
Marra ricostruisce la vicenda partendo da settembre 2025 e chiama in causa anche l’ASP di Reggio Calabria, in qualità di committente pubblico del servizio: «Uno non può appaltare un servizio e poi sentirsi assolutamente deresponsabilizzato».
Giuseppe Marra, partiamo dai fatti. Che cosa sta accadendo?
«Il problema riguarda il servizio di pulizia e le condizioni delle lavoratrici. Da settembre, dove viene svolto il servizio notturno, queste lavoratrici coprono le ventiquattro ore.
Parliamo di lavoratrici che svolgono questo servizio da tantissimi anni, anche attraverso gestioni precedenti, perché chiaramente siamo dentro un appalto. Storicamente hanno sempre fatto turni da otto ore, nel modo classico: mattina, pomeriggio, notte, smonto notte, giornata di riposo e poi riprendevano con mattina, pomeriggio e notte. Era una situazione abbastanza tranquilla».
Che cosa è cambiato?
«Da settembre in poi è stata tolta la giornata di riposo. Quindi praticamente facevano mattina, pomeriggio, notte; poi c’era il giorno in cui smontavano dalla notte e il giorno dopo riprendevano di nuovo con mattina, pomeriggio e notte.
È una cosa folle, perché praticamente le lavoratrici erano tutti i giorni in ospedale. O facevano mattina, o facevano pomeriggio, o ci andavano alle dieci di sera, oppure uscivano alle sette del mattino. Di fatto erano tutti i giorni in ospedale».
Che cosa avete contestato come USB?
«Noi abbiamo contestato la violazione del diritto al riposo settimanale, che è un diritto sancito dalla legge e ribadito dal contratto. Loro ci dicevano che era tutto a posto perché venivano rispettate le ventiquattro ore di stacco tra un turno e l’altro. Ma non è questo quanto previsto dalla legge.
La legge dice che, una volta a settimana, devi avere ventiquattro ore di riposo consecutivo, che però vanno accumulate al riposo giornaliero. In pratica ogni settimana devi avere, per legge, trentacinque ore di riposo continuativo. Quindi non erano più solo ventiquattro ore».
Dopo questa contestazione come si è evoluta la situazione?
«Mese dopo mese, praticamente, da una sola giornata di riposo sono arrivate a due al mese. Noi non ci siamo sentiti presi in giro e abbiamo fatto denuncia all’Ispettorato del lavoro, che era la cosa che avevamo già annunciato con la diffida.
Nel frattempo, prima che l’Ispettorato avviasse le procedure, la situazione rimaneva stabile. Per questo abbiamo avviato anche lo stato di agitazione per lo sciopero».
Che cosa è accaduto dopo l’intervento dell’Ispettorato del lavoro?
«Con questo è successo il caos, perché nel frattempo è intervenuto l’Ispettorato. Noi non abbiamo ancora i verbali, ma probabilmente hanno ricevuto una sanzione e quindi hanno modificato i turni.
Però i turni sono diventati molto più problematici da un altro punto di vista. Quelle lavoratrici che prima non avevano il riposo settimanale, ora hanno quasi settanta ore di riposo consecutive a settimana. Siamo passati da un eccesso all’altro».
Perché considerate problematica anche questa nuova modalità?
«A noi sembra una modalità punitiva, perché vengono tagliate quelle ore che loro hanno sempre fatto, quelle ore in più che hanno sempre svolto.
C’è un danno economico e c’è un danno anche dal punto di vista dei ritmi di vita. Perché un cambio turno a mezzanotte, per una signora di una certa età o per una madre, non è il massimo. Significa due o tre volte a settimana fare questo cambio turno, ripeto, a mezzanotte».
Nel comunicato USB avete segnalato anche un problema di sicurezza notturna. A che cosa vi riferite?
«Parliamo di una struttura che, da diverse denunce che sono state fatte, ha grossi problemi di sicurezza notturna. Ci dicono che ci sono persone senza tetto, sono stati denunciati casi di danneggiamento di macchine, furti e altre situazioni.
Quindi c’è anche un problema di sicurezza, oltre al fatto, ripeto, che una signora di una certa età vada a mezzanotte a cambiare turno. Questa è una cosa che si potrebbe risolvere tranquillamente con un ragionamento sull’organizzazione del lavoro.
Era una discussione che si doveva fare. Dovevamo incontrarci, però la riunione che doveva esserci è stata rinviata più e più volte. Alla fine siamo stati costretti a questa nuova decisione».
Come definite il comportamento dell’azienda?
«Noi siamo convinti di aver svolto tutti i passaggi. Crediamo che sia un atteggiamento ritorsivo nei confronti di chi ha voluto denunciare».
Ritorsivo rispetto a quale denuncia?
«Rispetto alla denuncia fatta all’Ispettorato del lavoro».
Chi decide concretamente gli orari di lavoro, i turni e le ore?
«Gli orari di lavoro li decide l’azienda, certo. C’è un responsabile locale».
Ora avete chiesto l’intervento della Prefettura. Di che passaggio si tratta?
«In questo passaggio, che si chiama attivazione della seconda fase della procedura, noi abbiamo chiesto alla Prefettura di convocare un tavolo.
In questo tavolo dovranno essere convocati, oltre al prefetto o al rappresentante della Prefettura che farà da mediatore, noi, i rappresentanti dei lavoratori, Coopservice, ma soprattutto l’ASP in qualità di committente».
Perché dite “soprattutto l’ASP”?
«Perché noi in quel tavolo chiederemo conto all’ASP. Uno non può appaltare un servizio e poi sentirsi assolutamente deresponsabilizzato.
Quindi queste contestazioni che facciamo all’azienda dovranno, in qualche modo, riguardare anche l’ASP. Anche perché le problematiche di sicurezza di cui parlavamo avvengono dentro una struttura assolutamente pubblica».
L’ASP è a conoscenza di queste situazioni?
«Al momento le comunicazioni sono state inviate per conoscenza».
Nel comunicato stampa c’è anche un passaggio sugli altri sindacati. Perché lo avete inserito?
«Perché da settembre avere una situazione di questo tipo, senza che nessuno dicesse nulla, pare una cosa allucinante.
USB non è neanche firmataria del contratto. Le organizzazioni firmatarie, proprio in quanto tali, dovrebbero avere una responsabilità un po’ più diretta su queste cose. Il fatto che si sia permessa una turnazione di questo tipo senza che nessuno dicesse nulla, penso sia grave per l’azienda che l’ha applicata ed è grave per le altre organizzazioni sindacali che non hanno detto nulla».
Quindi il vostro intervento non riguarda soltanto le iscritte USB?
«Quando intervengo su un problema, non intervengo solo per i miei iscritti. Intervengo per una difesa generale dei diritti dei lavoratori.
Se c’è qualcosa che posso fare anche per difendere la dignità e i diritti di chi non è mio iscritto, lo faccio. A prescindere dalla tessera».
Per voi il problema riguarda tutte le lavoratrici coinvolte?
«Sì. In questo caso, ripeto, non sono solo le iscritte USB a subire queste turnazioni. Per questo mi pare strano che gli altri sindacati e gli altri lavoratori non abbiano detto nulla.
Alla fine, quando è intervenuto l’Ispettorato, non ha neanche convocato le lavoratrici. Ha solo controllato i turni. Quindi è una cosa del tutto oggettiva».
Nel comunicato sottolineate anche che questa non è una vertenza limitata al singolo ospedale, ma la fotografia di un sistema. È così?
«Sì, perché il sistema è degenerato. Sono anche io un lavoratore in appalto, anche se lavoro in un altro settore e per un altro ente pubblico, però è un problema che vivo sulla mia pelle.
È chiaro che la logica degli appalti prevede una catena di passaggi, di appalti e subappalti, in cui ogni anello deve poter avere il suo margine di profitto. Alla fine la pagano sempre i lavoratori da una parte e gli utenti dall’altra».
In che modo questa logica ricade anche sugli utenti?
«Ricade sui ritmi di lavoro, che è un’altra problematica che stiamo affrontando con Coopservice. Tu non fai altro che affidare sempre più lavoro a un lavoratore.
E quindi significa diventare proprio “Flash”, “Superman” oppure, più comunemente, significa che quelle parti saranno sempre meno pulite, sempre meno sanificate. Stiamo parlando di strutture ospedaliere, non di uffici.
Quindi, ripeto, in questo sistema folle alla fine a pagare sono da una parte i lavoratori e dall’altra gli utenti».
È quindi anche un problema di qualità del servizio pubblico?
«Il problema è che questa logica ormai ha pervaso tutta l’amministrazione pubblica. Da quando si parla di aziende e non di servizi, è chiaro che i bilanci sono più importanti dei servizi».
Quando è previsto l’incontro in Prefettura?
«L’incontro in Prefettura solitamente deve essere convocato entro cinque giorni, perché rientriamo in una procedura prevista per lo sciopero. Chiaramente c’è sempre un margine: possono essere cinque, sei, sette giorni.
Noi andiamo a contestare questa situazione davanti alla Prefettura. È chiaro che se non viene fatta la convocazione entro questo margine di tempo, anche se non è un obbligo ma di solito è un passaggio che si fa sempre, ed è propedeutico alla programmazione dello sciopero, se la Prefettura non convoca noi siamo liberi di programmare lo sciopero».
Quindi lo sciopero resta una possibilità concreta?
«Sì. Se la Prefettura non convoca, noi siamo liberi di programmare lo sciopero».
WordNews.it resta disponibile ad accogliere eventuali repliche o precisazioni da parte di Coopservice e dell’ASP di Reggio Calabria.
AVVERTENZA
In mattinata abbiamo provato a contattare anche la dirigente nazionale, dott.ssa Napoletano, per ascoltare anche il punto di vista del “datore di lavoro”. Non siamo stati fortunati e non siamo stati richiamati. Restiamo, come sempre, a disposizione per ascoltare e raccogliere la versione della CoopService.





