Il presidente Mattarella ha convocato Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e ha costretto il governo a correggere il decreto sulla sicurezza, sia sul fermo preventivo che sullo scudo penale.
Nel primo caso sembra che “i paletti” messi dal Quirinale riguardino la definizione di cosa debba essere una persona “sospetta” per subire un fermo di polizia e la sua durata, che dovrebbe essere ridotta da 48 a 12 ore.
In effetti, se questo provvedimento viene usato in modo estensivo e automatico, soprattutto verso categorie (“manifestanti”, “antagonisti”, ecc.), diventa un abuso e entra in tensione con le garanzie costituzionali perché limita arbitrariamente la libertà personale e lede il principio della presunzione di innocenza.
Nel secondo caso, quello dello scudo penale che in realtà già esiste per i poliziotti (art 51 del c.p.), il Quirinale sembra che abbia messo in guardia sulla possibilità di un conflitto costituzionale, con il principio di eguaglianza davanti alla legge, di fronte ad uso più ampio della forza per legittima difesa o per adempimento del dovere che fosse riservato alle sole forze dell’ordine.
Il controllo del Quirinale può essere solo formale e non può certo impedire l’emanazione di leggi che non violano palesemente i principi costituzionali.
Quindi il presidente ha fatto il suo lavoro e così ha fatto ripiegare la destra dai propositi più pericolosi di violazione di diritti fondamentali.
Ma il punto politico di una svolta autoritaria resta fermo, la volontà cioè di una compressione dei principi di libertà personale, di pensiero, di associazione e di manifestazione.
È un arretramento che non darà più sicurezza alle città nè garantirà maggiormente le manifestazioni pacifiche, nel concreto rischiando invece di attivare ancora di più tensioni e conflitti.
Quanto alla ulteriore estensione dello scudo penale, il pericolo è che la legittimazione della pallottola facile non sia limitata alla polizia ma addirittura venga esteso a tutti i cittadini per rispetto del principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Un disastro totale.
In questo modo, si avanza ancora sulla strada di un Paese dove con troppa facilità la polizia e persino i cittadini, per legittima difesa, ricorrono con frequenza le armi finendo per somigliare all’America dell’ICE di Trump e delle facili sparatorie.
Posso e anzi spero di sbagliarmi, il rischio è di far passare le ossessioni di Salvini sulla legittima difesa, la sua pretesa assurda del diritto di sparare liberamente senza nessuna ragionevole proporzionalità tra offesa e difesa.
Qui, oltre che sul piano delle libertà, l’arretramento si avrebbe sulla considerazione del valore della vita, prospettando una società sempre più armata e incattivita.
Vedremo in modo preciso quali saranno i risultati finali di questo ennesimo intervento legislativo sulla sicurezza che il governo Meloni vuole fare a tutti i costi, strumentalizzando i gravi fatti di Torino.
Intanto dobbiamo rilevare che il tema dell’ordine e della legge, tanto caro alla destra, riesce ad oscurare i dati disastrosi sull’economia.
I salari reali in Italia non hanno ancora recuperato i livelli pre-pandemia e non lo faranno prima del 2027.
Lo certifica l’Ufficio parlamentare di bilancio: anche a fine legislatura le retribuzioni reali saranno ancora circa due punti sotto i livelli del 2021.
A questa stagnazione delle buste paga fa da contraltare l’aumento dei prezzi dei beni essenziali.
Secondo Istat, a gennaio i prezzi di alimentari e bevande sono cresciuti dell’1% in un solo mese, dieci volte il ritmo registrato a dicembre. Il carrello della spesa continua a rincorrere verso l’alto, mentre i redditi restano fermi.
Sul versante industriale, i numeri sono ancora più allarmanti.
Nel 2025 sono state autorizzate quasi 560 milioni di ore di cassa integrazione, +10% rispetto al 2024. A crescere non è la Cig ordinaria — che dovrebbe accompagnare difficoltà temporanee — ma quella straordinaria, aumentata del 58% in un solo anno, oltre 275 milioni di ore. Nell’industria l’incremento supera il 69%. La crisi economica è strutturale.
Crescono anche le domande di disoccupazione: oltre due milioni di Naspi. Segno dell’espansione del lavoro precario espulso dal sistema produttivo. La crisi non riguarda più solo il Mezzogiorno: anche il Nord industriale è pienamente coinvolto, dall’automotive al metalmeccanico.
Poi ci sono le vertenze locali — spesso fuori dai riflettori della cronaca— che raccontano una desertificazione produttiva silenziosa
Ma di tutto questo Meloni e i suoi accoliti evitano di parlare perché dovrebbero ammettere di aver portato il paese sull’orlo della rovina.
E nella loro testa non vi sono nè idee nè il barlume di politiche di sviluppo che non siano quelle di tutelare gli interessi dei profitti e del capitale sostenendo una redistribuzione al contrario, dove chi è già ricco lo è sempre di più e chi non lo è diventa povero.
La stretta autoritaria sulla sicurezza si accompagna ed è funzionale all’aumento delle ingiustizie.
È la parabola naturale di un governo di estrema destra.


