Nella video intervista rilasciata a WordNews.it, Giovanni Bachelet spiega perché il No al referendum non è una scelta corporativa ma una difesa della Costituzione, dello Stato di diritto e dei diritti dei cittadini.
Per Bachelet, il nodo decisivo non riguarda la riorganizzazione della magistratura. Il punto è molto più profondo: la riforma interviene su equilibri costruiti dai costituenti per tenere distinto il terreno della giustizia da quello della convenienza politica.
Nell’intervista, Bachelet insiste su un passaggio: il referendum non può essere letto come una contesa tra magistrati e politica. La questione, afferma, riguarda la tenuta della Costituzione.
Bachelet riconosce che in questa riforma non esiste, in forma diretta e letterale, una subordinazione del PM al potere politico. Ma aggiunge subito che sarebbe un errore fermarsi a questa lettura superficiale.
A suo giudizio, il testo produce un indebolimento complessivo dell’ordine giudiziario, spezza gli equilibri interni, introduce una nuova Corte disciplinare e modifica i rapporti di forza in un settore come quello delle carriere, dei trasferimenti, delle promozioni e delle sanzioni.
Il passaggio più delicato, secondo il presidente del Comitato Società Civile per il No, è proprio quello che riguarda la disciplina. Prima, ricorda, il sistema aveva un baricentro istituzionale preciso e una garanzia alta, rappresentata anche dal ruolo del Presidente della Repubblica. Con la nuova impostazione, invece, quel potere viene disperso e collocato in un assetto che, secondo Bachelet, espone maggiormente i magistrati a pressioni e intimidazioni indirette.
Il sorteggio del Csm. Bachelet lo definisce un messaggio politico. Il significato implicito, sostiene, è devastante: i magistrati non sarebbero più degni di eleggere i propri rappresentanti perché avrebbero abusato dello strumento elettorale. Ma allora perché lo stesso principio non viene applicato ai membri di nomina parlamentare?
Perché la punizione dovrebbe colpire solo una parte del sistema e proprio quella che dovrebbe restare più autonoma dal potere politico?
Bachelet non nega il problema delle correnti. Dice che la risposta non può essere la cancellazione della dinamica elettiva solo per i magistrati. La crisi morale e politica riguarda tutti. E non si risolve sottraendo democrazia.
La riforma non migliora i processi. Non riduce i tempi della giustizia, non rafforza gli uffici, non risolve i ritardi cronici dei tribunali. Per Bachelet, dal punto di vista della qualità del servizio reso ai cittadini, il beneficio non si vede.
Per il giurista un giudice più debole, più esposto, più prudente del necessario potrebbe pensarci due volte prima di prendere decisioni scomode nei confronti dei grandi interessi economici o della politica.
Potrebbe esitare su questioni che toccano il lavoro, la salute, l’istruzione, il fine vita, i diritti dei più fragili.
Potrebbe scegliere, anche inconsapevolmente, la via meno rischiosa per sé anziché quella più giusta per il cittadino. E questo, nella lettura di Bachelet, non è un danno per la categoria dei magistrati: è un danno per tutti.
Nel colloquio con WordNews.it, il professore prova anche a riportare la campagna referendaria a un terreno meno tossico. Rivendica un impegno costante ad abbassare i toni e a discutere la riforma senza urla, senza slogan da curva, senza caricature. Ma avverte che spesso non fa notizia chi argomenta con rigore.
La video intervista a Giovanni Bachelet offre una posizione chiara, argomentata, politicamente e costituzionalmente pesante.
È una posizione che merita di essere ascoltata fino in fondo, perché chiama in causa non soltanto i meccanismi della giustizia, ma il rapporto tra libertà, garanzie e democrazia.





