Usa e Iran: altalena negoziale e prove di forza (e di guerra). Duello fra due nazioni, in una profonda trasformazione e in bilico, fra conflitto e pace, antico e cambiamento. Donald Trump: stretto tra esigenze di accontentare i Neocon repubblicani e il loro antico progetto di attaccare i nemici degli USA, e il fattore di non deludere un elettorato che lo percepisce come un traditore del suo non interventismo della sua propaganda.
Stati Uniti in cerca di una rivalsa in un mondo cambiato, il mondo delle potenze multipolari, neoliberiste o nazional liberiste, che non consentono più mano libera al gigante nordamericano.
Iran, paese dove tutti si auspicano un Regime Change. Nazione che non è più quella degli inizi del monocratismo religioso dei primi tempi della rivoluzione islamica, ma ha già un complicatissimo parlamentarismo e sistema elettorale e un vivace dibattito politico e ideologico, bloccato dall’istituzione ereditata dal primo Khomeini dei “Guardiani della legge” e mai abolita o rinnovata.
Un paese che non è più tra i paesi del terzo mondo o in via di sviluppo, ma si avvia verso una profonda trasformazione ed evoluzione, in cui la componente legalista radicale islamista non viene più quasi rispettata nelle grandi metropoli e grossi centri, e ormai stretto dalla crisi economica, provocata dalle sanzioni di Trump, con il suo ritiro unilaterale dagli accordi per il nucleare del suo primo mandato.
Con la guida Khamenei, che parla di guerra e resistenza, ma con un governo parlamentare che sembra fare l’opposto nell’altalena di “dialogo promettente” e minaccia di reazione militare. In un panorama politico in cui ci si accorge che l’elemento laico (Ghalibaf,Larijani Pezeshkan e altri) è ormai preponderante a scapito di quello propriamente radicale religioso. Una transizione che in realtà è già iniziata, anche se nella maniera che non ci si aspetta in Occidente, che è guidata da personaggi inaspettati, come l’ex presidente Mahmoud Ahmedjadinaed e una parte degli ayatollah “progressisti”.
Uno scenario di guerra in cui gli Stati Uniti sembrano essere soli nelle loro alleanze, a cominciare dallo stesso Golfo, suo alleato storico, e in cui non si capisce e non si sa che cosa sarà nel post attacco attacco, il cambio di regime. Su cui incombono nuovi fattori di disturbo, in primis quello del neo nazionalismo persiano, soprattutto professato dall’esercito e forze armate del paese. Erede della ideologia dello Shah deposto dalla rivoluzione del 1979, Reza Pahlavi, della mossa strategica di Ruhollah Khomeini, una volta preso il potere, di non reprimere o massacrare la struttura militare del vecchio regime pahlavico, ma integrarlo nel nuovo stato,insieme alla borghesia commerciale dei bazar e delle grandi famiglie di imprenditori iraniani (dai Rafsanjani ai Makhalbaf).
E ancora, un conflitto che potrebbe provocare un crollo delle borse massiccio e soprattutto l’abbandono totale del presunto “alleato” Putin dalle buone relazioni con Donald Trump e quindi, come reazione a catena, il totale fallimento dei negoziati di pace Russia/Ucraina.
Con prove di forza continue e, come suggerisce nel video Danilo Gullotto acutamente, emergono due elementi che sono sfuggiti. Il fattore Iran/Russia: una frontiera lunghissima del paese medio orientale con la Federazione Russa e sue repubbliche asiatiche e con il Caucaso, che fa sì che in qualche modo lo mette in relazione diretta con Vladimir Putin e il suo progetto strategico globale.
Seconda cosa: il silenzio e inerzia totale dell’Asse della Resistenza e di tutte le sue variegate componenti (dagli Houthi a Hezbollah alle forze alawite residue in Siria a tutte gli altri suoi movimenti, non tutti radicali islamici, oscillanti tra rielaborazioni del vecchio ba’athismo siro iraqeno, la sinistra nazionalista panislamica, panarabismo islamista e tante altre sfaccettature).
Un segnale che indica che anche il paese di riferimento strategico, l’Iran, sembra non avere più ascendente, o che si stia avviando in contemporanea un inizio verso la transizione.
Board of Peace. Un comitato internazionale per la pace, in cui però tutto è completamente guidato e manovrato da agenti esterni e di matrice economica.
Come rilevato da Gullotto, una serie di trust finanziari, corporations, complessi finanziari industriali ed energetici che stanno preparandosi per la “ricostruzione”. E ancora, Israele che incita alla guerra contro la Turchia “nuovo Hamas”, “nuovo Iran”, che rischia una deflagrazione geopolitica di una inattesa alleanza fra sunniti e sciiti nella zona, e del paradosso di avere poi un paese NATO come lo stato di Erdogan a fianco di un paese nel mirino di USA e Europa.





