Torno sulla “colleganza” con questo post che mi sta moltissimo a cuore.
Come ho già scritto, l’unico argomento che viene offerto a favore della separazione delle carriere consiste nel sostenere che il pubblico ministero verrebbe favorito dal giudice, perché “collega”.
La tesi è smentita documentalmente dal fatto che il 50% dei giudizi si conclude con il rigetto delle domande del pubblico ministero.
E dal fatto che, se la tesi fosse vera, allora si dovrebbero separare per lo stesso motivo anche i giudici di appello da quelli di primo grado e quelli di cassazione da quelli di appello e i GIP dai GUP e i GIP e i GUP dai giudici del tribunale.
Per di più, a fronte di poco più di 9.000 magistrati di carriera, la giustizia in Italia è amministrata da oltre 6.000 magistrati onorari (che sono, quindi, il 40% dell’insieme di tutti i magistrati), che fanno sia i giudici che i pubblici ministeri e sono … AVVOCATI!
Questi 6.000 come verranno “separati” dai loro colleghi avvocati?
Insomma, la storia della necessità della separazione per evitare la colleganza è, come direbbe l’amatissimo rag. Ugo Fantozzi, “una boiata pazzesca”.
A questo si contro-obietta con note di costume relative al fatto che i giudici vanno a pranzo con i pubblici ministeri, si danno del tu e si trattano con confidenza.
E’ necessario, quindi, dire alcune cose un po’ “ruvide”.
A me sembra che dietro l’accanimento di alcuni (attenzione: non tutti, solo alcuni) avvocati a favore della separazione delle carriere ci siano dei motivi psicologici comprensibili e altri deplorevoli e (perdonatemi la franchezza) sciocchi.
Quelli comprensibili riguardano il fatto che fra i magistrati, come fra tutti gli altri professionisti (medici, avvocati, notai, ecc.), ci sono anche persone piene di difetti e povere di buona creanza.
Persone che non sanno gestire la loro funzione con la cortesia formale e sostanziale, l’educazione e il rispetto per tutti che essa imporrebbe.
Io ho SEMPRE trattato TUTTI – magistrati, pubblici ministeri, giudici, avvocati, testimoni, imputati, ricchi, poveri, giornalisti, cancellieri, ecc. – con la stessa incondizionata cortesia e rispetto.
Sicché mai nessuno mi ha dato l’impressione di credere che un mio collega avesse presso di me credito e rispetto maggiori di altri.
E questa è la parte comprensibile del rammarico di tanti avvocati.
Che, ovviamente, non può essere risolta “per legge”, ma richiederebbe un tipo di confronto fra le rispettive “categorie” che nessuno sembra interessato a promuovere.
Quella sciocca e deplorevole è credere due cose una più stupida dell’altra:
-
che quello che “unisce” sia la “colleganza” e che, quindi, tolta la “colleganza” non ci sarà più la confidenza
-
che la confidenza induca a essere meno imparziali.
Quanto al punto 1 quello che unisce NON E’ la colleganza, ma la comunione di intenti.
Ci si sente affini e “colleghi” non con coloro che fanno la stessa carriera, ma con coloro con cui si condividono gli stessi obiettivi.
Dunque, io sono andato tante volte a pranzo con magistrati, ma moltissime altre volte sono andato a pranzo con avvocati e cancellieri.
Mi sono sempre dato del tu con i cancellieri e mi sono dato del tu con tantissimi avvocati.
Con tutti quelli con i quali reciprocamente comprendevamo di avere a cuore gli stessi obiettivi: fare giustizia, sebbene ciascuno con i modi propri del suo mestiere.
Dovendo scegliere una foto a corredo di questa “puntata” metto – CON PROFONDA COMMOZIONE E GRATITUDINE – un frame del video del mio matrimonio, nel quale mio testimone è stato quel grandissimo Gentiluomo e Avvocato che è stato Ettore Randazzo.
Fautore convinto, peraltro, della separazione delle carriere.
Siamo stati tanto amici con Ettore e ci siamo tanto voluti bene.
L’altro mio testimone di nozze che appare nella foto accanto a Ettore è l’avv. Roberto Ponte, mio amico del cuore, con cui non ci siamo mai incontrati in un Tribunale solo perché, da adulti, siamo andati a vivere in città diverse e lontane.
Nella foto c’è, in effetti, anche un magistrato (oltre a me), ma è Mariella, mia moglie
E d’altra parte, in una causa fra due parti in conflitto fra loro, gli avvocati delle due parti non sono forse “colleghi”?
E non sono moltissime volte anche “amici”?
E forse ciascuno non mantiene fede ai suoi doveri verso i clienti senza che questo sia minimamente messo in discussione dall’amicizia con l’avvocato della controparte?
Dunque, cari avvocati (non tutti gli avvocati, ma quelli che credono questa cosa) che vi illudete che, separando le carriere, cambierà qualcosa nei rapporti fra giudici e pubblici ministeri, sappiate che NON CAMBIERÀ ASSOLUTAMENTE NULLA.
Coloro che sentiranno di avere gli stessi obiettivi – gli stessi obiettivi sostanziali e non quelli processuali – si sentiranno “amici” e si tratteranno con confidenza e fiducia.
Peraltro, in tantissimi paesi nei quali le carriere sono separate, giudici e pubblici ministeri e addirittura anche gli avvocati (si pensi alle Corti inglesi) provengono da percorsi comuni a da lunghi periodi di “colleganza“.
Permettetemi di dire che è veramente stupido non avere un’idea di quali sono gli infiniti rapporti e le infinite relazioni fra coloro che frequentano i palazzi di giustizia e credere che, se faranno parte di due “carriere” diverse, i pubblici ministeri saranno meno “in confidenza” con i giudici, andranno meno al bar e a pranzo e a cena insieme.
Io ho avuto la fortuna di lavorare SEMPRE in città diverse e lontane da quelle in cui sono cresciuto e ho studiato.
Ma il 90% dei magistrati lavora nella sua città di origine e ha infiniti legami con un sacco di gente.
I magistrati per bene non si fanno influenzare in alcun modo da queste relazioni.
Quelli che si fanno influenzare sono pericolosissimi, perché le ragioni per le quali si fanno influenzare “non si vedono” e non hanno niente a che fare con la “colleganza”, ma con cose oscure e deplorevoli. Cosa che certamente non si risolve separando le carriere.
Infine, sempre per quegli avvocati che si illudono che la separazione delle carriere gli farà … vincere più cause, sappiate che, a parità di capacità professionale, è NORMALE che il pubblico ministero vinca più cause dell’avvocato, per una ragione semplice ed evidentissima.
L’avvocato (penalista) non può “abbandonare” il processo, neppure se le carte danno clamorosamente torto al suo cliente.
Il pubblico ministero, invece, ha l’enorme vantaggio di potere decidere di “non giocare la partita” quando non ha le carte giuste per vincere. Il pubblico ministero può e deve chiedere l’archiviazione o l’assoluzione, quando non si sente sicuro di potere sostenere utilmente una accusa.
Quindi, un bravo pubblico ministero dovrebbe vincere la stragrande maggioranza delle cause.
Chi non è del mestiere deve sapere che il 50% di assoluzioni di cui ho parlato sopra non dipende tutto da poca professionalità del pubblico ministero, dato che il nostro sistema processuale è afflitto da una infinità di elementi distorsivi: continue riforme legislative che “buttano a mare” infinità di processi (basti pensare alla disciplina delle intercettazioni e alle modifiche della legge penale sostanziale), le scarse risorse che producono infinite prescrizioni, ecc. Oltre, ovviamente, al fisiologico mutare del quadro probatorio a causa di testimoni che “non ricordano più” o di bravi avvocati che, meritevolmente, offrono nuove prove e/o nuovi argomenti a favore dell’imputato.
Approfitto per condividere il link al video di un interessante intervento sui temi che ho trattato qui di un Avvocato https://www.facebook.com/100001088072521/videos/2331819157327188
Video che, a proposito di “colleganza”, traggo dal profilo Facebook dell’avv. Giovanni Lima, mio omonimo di cui non sono parente, ma con il quale ho condiviso con gioia e amicizia gli anni del liceo.
P.S. – Circa la “colleganza, io in quarant’anni di lavoro ho stimato e amato alcuni magistrati, ma di moltissimi altri ho pensato e detto: “Di questo non sono ‘collega’. Abbiamo solo lo stesso datore di lavoro”. Per altri ancora ho provato profondo disprezzo.
In compenso mi sono sentito “collega” di tantissimi avvocati e di tantissimi cancellieri.
E credo che sia assolutamente pacifico che questo succeda in tutti gli ambiti lavorativi.
Non credo proprio che ogni avvocato si senta “collega” di tutti gli avvocati, né che ogni medico si senta “collega” di tutti i medici, né che ogni giornalista si senta “collega” di tutti i giornalisti.
La “colleganza” non dipende per niente dalla comunanza di carriera.




