Primo punto fermo in una vicenda che ha scosso l’Abruzzo, con echi nazionali, negli ultimi undici anni. Era la notte tra il 31 agosto e il primo settembre del 2015 quando Giulia Di Sabatino, nel giorno del suo compleanno, precipitò da un viadotto dell’A14 all’altezza di Mosciano Sant’Angelo.
La morte della ragazza è stata archiviata nelle aule di tribunale come suicidio. Ma la famiglia non ha mai creduto a questa versione, come la famiglia di Jois Pedone a Vasto ha sempre sostenuto che la figlia è stata uccisa.
Dopo una prima pista satanica, alimentata da vari fatti accaduti in quegli anni, dalle indagini scaturì una vicenda parallela e (finora) autonoma: sul cellulare di Francesco Giuseppe Totaro, 36enne di Giulianova, furono trovate immagini di Giulia Di Sabatino. Ritrovamento che ha portato ad un’inchiesta approdata poi nelle aule di tribunale.
Ieri è arrivato il verdetto del collegio del Tribunale di Teramo, presieduto dal giudice Francesco Ferretti, che ha condannato Totaro a 4 anni e 9 mesi per le accuse di pedopornografia e prostituzione minorile. «L’inchiesta, avviata anni fa dalla Procura distrettuale dell’Aquila, è scaturita dal rinvenimento sul cellulare dell’imputato di numerose foto osé ritraenti la stessa Giulia e altre ragazze, all’epoca dei fatti tutte minorenni – ricorda l’Ansa Abruzzo – Durante le udienze precedenti, il sostituto procuratore Laura Colica aveva letto in aula alcuni sms che, secondo l’accusa, dimostravano la richiesta da parte del 36enne di prestazioni sessuali in cambio di denaro.
In aula, al momento del verdetto, era presente Luciano Di Sabatino, padre di Giulia che «alla lettura della sentenza – riporta l’Ansa – alla lettura della sentenza è scoppiato in lacrime. I legali della famiglia ancora oggi sono tornati ad annunciare l’imminente deposito di un’altra richiesta di riapertura delle indagini sul decesso della ragazza, anche alla luce delle situazioni emerse durante questo procedimento giudiziario».
Sulla morte di Giulia Di Sabatino e su altre morti archiviate come suicidi incombono tante “ombre”, da satanismo allo sfruttamento della prostituzione e della pornografia minorile fino alla “mafia dei pascoli”.
Non possono essersi suicidati, non si sono uccisi ma sono stati uccisi. È il grido di dolore, rabbia, amore per cari che non ci sono più, che accomuna due famiglie abruzzesi. Entrambe impegnate in una tenace lotta per avere giustizia e verità sulla violenta morte di due giovani ragazzi: Jois Pedone e Giulia Di Sabatino.
Dopo il ritrovamento del corpo della ragazza, sotto un cavalcavia autostradale, tra le prime piste si ipotizzò il satanismo. La stessa ombra che incombe sulla violenta morte di Jois Pedone. Successivamente si virò, dopo indagini che documentarono un vasto archivio, su altre piste per Giulia Di Sabatino. Foto della ragazza furono trovate sul cellulare di un 30enne di Giulianova, attualmente sotto processo per presunta induzione alla prostituzione minorile e alla pornografia minorile ma nessun addebito finora dalla Procura è stato sollevato per la morte violenta di Giulia Di Sabatino. I genitori della ragazza si sono costituiti parte civile nel processo. Ieri è stata emessa dal Tribunale di Teramo la sentenza di primo grado: condanna a 4 anni e 6 mesi per Francesco Giuseppe Totaro, 36enne di Giulianova, accusato di pedopornografia e prostituzione minorile.
Dopo un’udienza del processo, nel dicembre 2024, Daniela Senepa, TGR RAI Abruzzo, ha intervistato la madre di Giulia Di Sabatino, Meri Koci, che ha ribadito la certezza che non fu suicidio ma la giovane fu uccisa. E che il trentenne «c’entra con la morte», testuali parole, di Giulia Di Sabatino. «Chi sono queste persone che organizzavano appuntamenti? Chi collaborava con Totaro? È impossibile che un ragazzo solo, per un suo gusto personale, chieda a centinaia di persone, di ragazze, foto in continuazione. A che scopo?» i pesanti interrogativi posti da Meri Koci nell’intervista di Daniela Senepa. «Lei pensa ad una regia un po’ più alta? Gliela dico immediata, pensa ad una sorta di racket?» la domanda della giornalista a cui la mamma di Giulia di Sabatino risponde «Penso, l’ha capito tutta l’Italia, che sotto il tappeto c’è ancora tanta polvere da rialzare». «Lei pensa a personaggi importanti, diciamo che in qualche maniera frequentavano questo mondo?» la successiva domanda a cui Meri Koci ha risposto «esattamente».
Interrogativi e denunce che rilanciamo, di polvere sotto il tappeto ce n’è tanta, troppa, in questa regione. Pornografia minorile, sfruttamento della prostituzione minorile, reati che ad altre latitudini vengono definiti pedocrimini, che piombano costantemente nella cronaca di questa regione. Come WordNws.it ha sottolineato e denunciato varie volte negli anni solo negli ultimi anni sono state decine le inchieste, un numero sconvolgente e raccapricciante per una regione piccola come alcune zone di Roma, e continuano costantemente ad aumentare. In pochi anni due hanno sgominato giri di prostituzione minorile a Chieti.
Giulia Di Sabatino si è suicidata per la “giustizia” italiana, per la famiglia non si è uccisa ma è stata uccisa. Esattamente come Jois Pedone, il ragazzo di Vasto la cui vita è stata spezzata sulla spiaggia di Punta Penna.
Su WordNews.it dal dicembre 2024 stiamo portando avanti un’inchiesta sui tantissimi dubbi e interrogativi sulle ultime ore del ragazzo, sui mesi (e anni) precedenti e sulla profanazione della sua tomba. Entrambi coincidenti con fasi lunari particolari e date dal forte valore simbolico per i satanisti, la profanazione avvenuta nei giorni in cui viene venerata dai satanisti la «Dea Regina dell’Inferno» e un mese prima del «natale satanico».
Il ragazzo vastese era entrato in contatto con una “sacerdotessa” e con una setta denominata “I figli della Luna”. Chi era la “sacerdotessa”? Come e perché Jois Pedone ci era entrato in contatto? Quanti altri ragazzi sono entrati in contatto con lei? È di Vasto, è del territorio o è di altro luogo d’Italia? Perché e cosa implicava il “patto di sangue”? Jois Pedone era entrato in contatto con una setta, si era imbattuto nel satanismo organizzato. Come? Dove? Quante altre persone a Vasto e dintorni ci sono entrati in contatto? Come opera e cosa realizza questa setta? Come lega le persone, cosa modifica nelle loro vite e cosa obbliga a fare? È una sola o sono più di una? Locali o da altri territori con contatti e ramificazioni a Vasto e dintorni? Dopo l’archiviazione delle indagini, disposte dal gip del Tribunale di Vasto Anna Rosa Capuozzo, la famiglia è tornata pubblicamente a ribadire la propria certezza che Jois Pedone non può essersi suicidato. E che continuerà a battersi per avere verità e giustizia.
È notizia delle settimane successive che la redazione di “Chi l’ha visto?” continua ad interessarsi alla vicenda e che la famiglia ha contattato la redazione della trasmissione “Quarto Grado”. Pochi giorni dopo è stata vandalizzata la tomba di Jois Pedone, danneggiata pesantemente e in una maniera che certo non può essere opera di un vandalo del momento. Appare uno sfregio compiuto in maniera organizzata, con tecniche precise. Perché? Chi ha compiuto questo crimine? Chi gli esecutori e chi i mandanti? A chi dà fastidio che si parli di Jois Pedone e che si continui a ribadire la certezza che non si è suicidato? Chi vuol cercare di intimidire, ma non ci riuscirà come già ribadito pubblicamente, la famiglia? Chi vuol far tacere tutto? Perché? Sono gli stessi che due anni fa minacciarono la famiglia? Sono i “satanisti” con cui Jois Pedone è entrato in contatto? Quale motivo, reale, ha spinto Jois Pedone a recarsi a Punta Penna a quell’ora? Con chi? Per cosa? E come poteva un ragazzo da solo legarsi la zavorra alla caviglia? E come poteva legarsi un grosso zaino se il tassista che l’ha portato a Punta Penna sostiene che non ne aveva con sé? Chi ha partecipato al falò sulla spiaggia di Punta Penna di cui sono state trovate tracce? La Z fu marchiata quella notte? A simboleggiare cosa? Perché quel falò quella notte e a cosa e chi è legato?
La sua famiglia, anche dopo l’archiviazione decisa dal gup del Tribunale di Vasto, continua a gridare che Jois Pedone non può essersi ucciso ma è stato ucciso. Famiglia che, già due anni fa, si era rivolta all’associazione Penelope (presieduta in Abruzzo da Alessia Natali, in prima linea e tenace in tantissimi casi di scomparsi e misteri in questa regione)che continua a seguire costantemente la vicenda, ad impegnarsi accanto alla famiglia e a dargli tutto il supporto possibile grazie soprattutto alla vicepresidente di Penelope Abruzzo, l’avvocata Federica Benguardato.
Jois Pedone e Giulia Di Sabatino non sono le uniche morti archiviate come suicidi nei tribunali nonostante le tante ombre e i copiosi interrogativi. Nel 2022, l’anno della morte di Jois Pedone, sono morti due allevatori nell’Abruzzo interno. Archiviati come suicidi ma su cui incombe un’altra ombra inquietante di questa regione di cui ci siamo occupati tante volte: le “mafie dei pascoli”. A marzo 2022 scattano in Abruzzo quattro interdittive antimafia legate ad inchieste ed operazioni contro le “mafie dei pascoli”.
«La mattina del 17 maggio 2022, a distanza di due mesi dalle interdittive, viene ritrovato impiccato a un albero un allevatore di 28 anni, Emiliano Palmeri – riporta un’inchiesta sulla presenza in Abruzzo delle “mafie dei pascoli” di IrpiMedia pubblicata l’11 ottobre dell’anno scorso – Il giovane, originario di Ofena e residente a Castel del Monte in provincia di L’Aquila, poco meno di un mese prima del presunto suicidio era stato trovato privo di sensi in un uliveto di sua proprietà. Il 28enne aveva riportato una profonda ferita alla nuca causata dal calcio di una pistola utilizzata per l’uccisione dei capi di bestiame prima della macellazione. Mentre si trova in ospedale, due suoi cavalli vengono uccisi, rafforzando la tesi per la quale l’allevatore era stato preso di mira da atti intimidatori. Dopo la sua morte viene aperto un fascicolo d’indagine per tentato omicidio, ma da quel momento in poi non si sa più nulla. Nel luglio del 2022 viene nominato un super perito che, nel tempo di 90 giorni, esegue le analisi sulla pistola con la quale sarebbe stato aggredito il giovane: la perizia dirà che si è trattato di un tentato suicidio».
«Il presunto suicidio del giovane allevatore però non è l’unico caso di morte sospetta – sottolineano i giornalisti d’inchiesta di IrpiMedia – Qualche giorno dopo il ritrovamento di Emiliano, un altro allevatore di Pizzoli, paese limitrofo, è stato trovato impiccato nella sua stalla. Giuliano Anastasio, pastore di 51 anni, aveva venduto gran parte del suo gregge, quasi 150 pecore, qualche giorno prima della sua morte. Era stanco, diceva che la pastorizia non garantiva più introiti economici e le problematiche legate all’allevamento erano troppe. Gli inquirenti comunque hanno escluso ogni collegamento con la morte di Emiliano Palmieri. A questi due casi di presunto suicidio si aggiungono diverse altre morti di allevatori avvenute negli anni sempre nella stessa area dell’aquilano. Tutte archiviate rapidamente e tutte indicate come suicidi».






