Si è concluso nelle scorse ore il primo grado del processo relativo alla gestione di un bene confiscato ma la cui gestione, secondo le accuse (ora confermate da una sentenza di tribunale) è rimasta nelle mani di una famiglia vicina a Cosa Nostra barcellonese.
un processo su cui è piombato un silenzio quasi assoluto, ignorato e totalmente assente dai radar della quasi totalità della stampa e anche di blasonate organizzazioni che si definiscono “antimafia”.
Una vicenda in cui si intrecciano silenzi, giramenti di testa, indifferenza, urla da parata che “improvvisamente” non sono neanche miagolii.
Siamo in una terra in cui si intrecciano mafie, massonerie, pezzi dello Stato e dell’economia in relazioni di potere, città in cui un ex collaboratore di giustizia è stato arrestato l’estate scorsa dopo che interrogativi pesanti erano stati già posti su di lui anni e anni fa.
Su WordNews.it stiamo seguendo la vicenda sin dalla prima puntata dell’inchiesta di Disma e Cozzi, nel nostro archivio sono disponibili gli articoli già pubblicati.
Unica parte civile costituita, nel silenzio di istituzioni e di determinata “antimafia”, l’Associazione Antimafie Rita Atria. Richiesta di costituzione accettata e che ha avuto oggi dovute conseguenze.
Condanne fino a sedici anni, una sola assoluzione, risarcimento dei danni in favore della parte civile, la confisca delle somme sequestrate, misure interdittive e il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per diversi imputati stabilito dal gip del Tribunale di Messina, Alessandra Di Fresco.
Questo il comunicato dell’Associazione Antimafie Rita Atria dopo la lettura della sentenza.
Comunicato stampa: processo Messina, condanne nel caso Ofria; l’Associazione Antimafie Rita Atria unica parte civile
Il Tribunale di Messina ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di numerosi imputati nel procedimento che coinvolge esponenti della famiglia mafiosa barcellonese degli Ofria con pene che arrivano fino a oltre 16 anni di reclusione.
La sentenza dispone inoltre il risarcimento dei danni in favore della parte civile, la confisca delle somme sequestrate, misure interdittive e il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per diversi imputati.
Unico soggetto costituito parte civile nel processo è stata l’Associazione Antimafie Rita Atria.
Si ribadisce quanto già osservato in fase di costituzione di parte civile: l’assenza dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, che non si è costituita parte civile nel procedimento pur essendo direttamente coinvolta quale soggetto istituzionale di riferimento, rappresenta un grave danno politico e un segnale di estrema gravità rispetto al sistema delle confische.
La vicenda conferma il rischio di un indebolimento del significato stesso della confisca come strumento di giustizia e riscatto sociale. In assenza di una gestione pubblica efficace, i beni sottratti alla criminalità organizzata possono continuare a rimanere, di fatto, nella disponibilità degli stessi contesti mafiosi.
Si determina così un messaggio distorto e pericoloso: o la mafia o nessuno. Lo Stato non riesce a garantire una concreta alternativa, né sul piano simbolico né su quello economico, compromettendo la credibilità dell’intero sistema.
L’Associazione Antimafie Rita Atria comunica che nelle prossime settimane intende presentare ulteriori esposti per approfondire alcune dinamiche emerse nel procedimento e sollecitare gli organi competenti a verificare che altri beni confiscati non risultino ancora occupati o gestiti da soggetti non aventi diritto, al fine di salvaguardare il valore sostanziale e simbolico della confisca e impedirne lo svuotamento.
Le pesanti condanne inflitte rappresentano un risultato significativo che conferma la fondatezza dell’impegno assunto dall’Associazione nel costituirsi parte civile, in un contesto segnato dall’assenza delle istituzioni preposte e del comune di Barcellona P.G..
Un sentito e profondo ringraziamento va all’Avv. Valentino Gullino del Foro di Messina e all’Avv. Goffredo D’Antona del Foro di Catania, il cui lavoro ha reso possibile questo risultato, contribuendo in modo determinante ad affermare, anche in sede processuale, il principio che i beni sottratti alla mafia devono tornare realmente alla collettività e non rimanere, neppure indirettamente, nella disponibilità dei contesti criminali.




