Al carcere femminile di Piazza Lanza, a Catania, il laboratorio teatrale sinergico ideato e condotto da Cinzia Caminiti ha dato vita a qualcosa di profondo: un’opera collettiva capace di trasformare la detenzione in racconto, il silenzio in parola, la sofferenza in immagine. Il 10 aprile 2026, nel salone destinato alle attività di socializzazione, è stato presentato il cortometraggio #dall’alba al tramonto – una giornata a Piazza Lanza, un film di quindici minuti nato interamente dentro il reparto femminile.
Il progetto si inserisce nel percorso di Koinè 2 – Presidio per la Giustizia di Comunità della Sicilia Orientale, diretto da Domenico Palermo e realizzato all’interno di una rete che vede come capofila la Cooperativa Prospettiva Futuro di Catania, con il cofinanziamento della Cassa delle Ammende e della Regione Siciliana. Ma oltre la cornice istituzionale, resta soprattutto la forza di un’esperienza umana e artistica che ha coinvolto decine di donne recluse in un lavoro paziente, condiviso, intenso.
Il cortometraggio, realizzato con la collaborazione di Marco Pisano, aiuto regista, e Leandro Perrotta, video maker, è stato scritto, pensato e interpretato dalle stesse detenute. È questo uno degli elementi che ne fanno un’opera autentica: la narrazione non arriva da fuori, ma nasce dall’interno, da chi il carcere lo vive ogni giorno sulla pelle. Il testo si sviluppa in cinque quadri – il risveglio, il lavoro, il pranzo, la socialità, la preghiera della sera – e accompagna lo spettatore dentro il tempo lento e ripetitivo della reclusione, dove ogni gesto si ripete uguale e ogni rumore diventa segnale di un’esistenza sospesa.
La monotonia del carcere si rompe nei dettagli, nei piccoli riti, negli spazi minimi di relazione che diventano ossigeno. Una frittata condivisa, una battuta, un momento di sorellanza, un gesto inatteso: tutto contribuisce a colorare un mondo che altrimenti sembrerebbe condannato al grigio. Il lavoro teatrale e cinematografico costruito da Cinzia Caminiti entra in quel territorio fragile dove l’arte scava, mostra, restituisce dignità.
Ci sono scene che restano impresse per la loro forza simbolica. Una donna anziana che ripete ossessivamente “che forza si deve avere” si trasforma all’improvviso in una regina, con un mantello rosso e verde di carta crespa, seduta su un trono finto e sventolata dalle compagne. È una scena surreale, quasi fiabesca, ma necessaria.
Un giorno qualsiasi in carcere, uniforme, può mutare colore quando si affaccia una prospettiva minima: quella di “un giorno in meno da scontare”. Allora i lenzuoli si accendono, la tavola si riempie di colori, il movimento si fa danza, il chiuso si apre per un istante alla possibilità di un altrove. Ma quella libertà resta fragile, provvisoria, e viene subito interrotta.
Anche il finale porta con sé una delicatezza dolorosa. Le preghiere delle detenute vengono affidate alla montagna, alla luna, alle stelle, alle immagini sacre, a Sant’Agata, al Cristo, alla Madonna, quando la notte arriva e il corpo si piega nel letto contro il muro, “dalla parte della vergogna”.
Il laboratorio teatrale non è stato pensato come un’esibizione, ma come uno strumento educativo, relazionale, umano. La trasformazione dal teatro al cortometraggio ha consentito di affrontare anche una delle criticità tipiche del contesto detentivo: il continuo turnover delle partecipanti. Questo limite si è trasformato in occasione. Le fruitrici coinvolte sono aumentate progressivamente, fino a raggiungere almeno cinquanta partecipanti.
Scrivere, per queste donne, ha significato dare un nome ai moti del cuore, ai bisogni inespressi, ai rimorsi, ai sogni, ai legami spezzati e a quelli ancora vivi. Ha significato fare esperienza concreta di solidarietà femminile, amicizia, comunione, consapevolezza di un dolore condiviso. #dall’albaaltramonto non si limita a raccontare una giornata in carcere, riesce a mostrare dall’interno ciò che troppo spesso resta invisibile.
Alla fine, la frase che chiude il piccolo film suona come una lama lenta e precisa: “’U tempu ccà passa, lentu ma passa”. Dentro quelle parole c’è tutto. C’è la condanna del tempo sospeso, la sofferenza, la resistenza.




