La pace si fonda sul dialogo. Il dialogo è atto di civiltà, di rispetto umano, di volontà di confronto e non di sopraffazione.
È bello il confronto sereno e leale. Lo amano le persone dotate di raziocinio, oltre che in possesso di saldi valori etici.
Accade, in tale caso, che si stabilisca un’interlocuzione nel corso della quale ciascuno espone le proprie argomentazioni, suffragandole con eventuali evidenze, le cosiddette “prove”. Accade, in tale caso, che si instauri un rapporto inequivocabilmente costruttivo per entrambe le parti. Per le persone per bene rappresenta un’occasione di chiarimento, un’occasione per misurare se stessi e migliorarsi.
Per i vili, e in genere per i mediocri, che costruiscono teoremi diretti a misurare il mondo con il metro della propria ottusità, il confronto è invece una possibilità da rifuggire.
Per costoro è appagante nascondersi dietro la delazione falsa o la lettera anonima. È comodo e non impone il dovere di argomentare ciò che la meschinità ha ispirato. Ma ancora più comodo è ricorrere ai social e a tutti gli strumenti offerti dal web, perché questo richiede un impegno minore e produce, nel soggetto disturbato o accecato da un potente intreccio di vizi capitali, il compiacimento di credere di aver innescato consenso attorno al proprio io.
Di aver, anche solo per una frazione di tempo, riempito il vuoto della propria nullità esistenziale, pensando di elevare se stesso inveendo contro tutti coloro che possiedono qualità morali, competenze umane e professionalità.
In questo modo, dichiarano da soli la propria inferiorità.
Ecco perché il riferimento a Tnugdali, richiamato nel titolo e marcatamente presente nell’allegoria di Bosch riportata in copertina, non è casuale. La Visio rappresenta infatti un esempio storico di come l’immaginario dell’orrore, la desincronizzazione e il disembodiment, cioè la perdita del senso della realtà, possano prendere forma in visioni deformate, paranoidi o mistico-terrificanti.
Il riferimento, a giudizio di chi scrive, rimanda anche alla cronaca attuale e alla rappresentazione pubblica di Donald Trump, spesso alimentata da dichiarazioni e immagini autoprodotte, in cui un immaginario caotico, talvolta grottesco, sembra riflettere una deriva percettiva e simbolica inquietante. Non è necessario riportare qui quelle immagini: sono di pubblico dominio e immediatamente reperibili sul web.
Resta, invece, una considerazione profondamente umana e politica: la commiserazione per certe evidenti turbative della personalità che affiorano nella comunicazione pubblica del personaggio, e insieme lo sdegno verso chi, per interesse, piaggeria o volontà dolosa, ha scelto di accreditarlo, favorendone l’ascesa e l’affermazione politica.





