Da una indagine fatta tra il 12 e il 17 aprile, a seguito di altre fatte per alcune comunali in Sicilia, lo scenario in Sicilia ci restituisce una lettura che sembra ovvia: un Presidente in carica strutturalmente favorito, un’opposizione di centrosinistra compatta ma insufficiente da sola, e un terzo polo che non è un comprimario ma il vero decisore dell’esito finale.
L’indagine si basa su tre variabili fondamentali: conoscenza, fiducia e propensione al voto. Si parte da Renato Schifani, presidente in carica. Ha la notorietà più alta tra tutti i candidati, pari al 92,9% ma con una fiducia che si attesta al 34,5% e una propensione al voto al 19,25%. La differenza tra notorietà e fiducia è il dato più importante, si parla di quasi 60 punti. Infatti una larga quota dell’elettorato lo conosce, ma non lo apprezza o non intende votarlo. Questo schema non compromette necessariamente la sua posizione di vantaggio nella corsa presidenziale, ma segnala che il suo bacino di voto non è espandibile con facilità. La sua coalizione di centrodestra vale il 44,5%, con una forchetta tra 42,5% e 46,5%. Un risultato solido, ma lontano dalla soglia di autosufficienza.
La parte più interessante è quella di Cateno De Luca con il suo Sud Chiama Nord non tanto per i numeri totali ma per le relazioni che si possono intrecciare. Ha una notorietà dell’82,6%, subito dopo Schifani, con una fiducia del 49,7% che lo piazza al primo posto tra tutti i candidati presidenti. La propensione al voto lo piazza al secondo posto con il 14,3%. Il dato più rilevante è il rapporto tra fiducia e propensione: si differenzia di circa 35 punti, il che significa che esiste un bacino significativo di elettori che gli riconosce credibilità ma non ha ancora tradotto questa stima in intenzione di voto dichiarata. Il blocco di Sud chiama Nord vale l’11,2%, con una forchetta tra 9,2% e 13,2%.
Andiamo al possibile campo largo che si trova frammentato ma consistente. Infatti l’area progressista ha un insieme di candidature che, messe insieme, pesano il 40,8% e parliamo di Ismaele La Vardera che con il suo Controcorrente pesa il 9,1%; Giuseppe Provenzano, che con il PD vale l’8,0%; Nuccio Di Paola e Giuseppe Antoci, che con il Movimento 5 Stelle valgono rispettivamente il 4,8% e 4,7%; Barbara Floridia il 4,1% e Anthony Barbagallo il 4,5%. L’insieme di questi numeri hanno una rilevanza numerica ma a livello politico si disperde. Infatti “la somma vale, la sintesi latita.” Tra i candidati di quest’area, La Vardera presenta il profilo di crescita più interessante: notorietà al 70,2%, fiducia al 48,9%, propensione al 9,1%. La differenza tra fiducia e propensione suggerisce, anche in questo caso, un bacino non ancora completamente mobilizzato.
Però il dato più rilevante non riguarda i candidati ma l’astensione, infatti l’affluenza stimata la troviamo tra il 48% e il 52% il che significa che meno della metà dell’elettorato siciliano si recherà alle urne: le ragioni sono strutturali: il 27,4% dichiara che nessun partito lo rappresenta, il 24,8% si dice deluso dalla politica. A questi si aggiunge un 38,3% di indecisi divisi tra chi aspetta i candidati (21,2%) e chi le coalizioni definite (25,4%). In un contesto di astensione strutturale così marcata, la capacità di mobilitare i propri elettori certi diventa determinante quanto quella di convincere i dubbiosi. Un’affluenza nella fascia bassa della forchetta (48%) tende a favorire le basi più ideologicamente motivate; una nella fascia alta (52%) apre spazio agli elettori di opinione più tiepidi, tipicamente più sensibili alle candidature personali forti. Nessun blocco tradizionale, però, è autosufficiente. Infatti il centrodestra si attesta al 44,5% e il centrosinistra al 40,8%. Ed è in questo scenario che subentra il blocco Sud Chiama Nord con il suo 11,2%: se si coalizza con il centrodestra si arriva ad un 58,2%; se lo farà con il centrosinistra si arriva al 51,8%. Nel primo caso sarà una maggioranza ampia che annulla di fatto la competizione. Nel secondo caso, invece, si produrrebbe una maggioranza alternativa che sarà sufficiente numericamente ma più difficile da costruire sulla base della distanza nelle azioni programmatiche. Il dato è che chi vince la trattativa con Cateno De Luca vince l’elezione.
Anche Schifani, come presidente uscente, ha dei suoi limiti. Parte da una posizione di vantaggio reale, come coalizione di centrodestra è la più grande e come voto presidenziale lo afferma al primo posto. Si trova anche da posizione di vantaggio grazie ad una macchina organizzativa già strutturata e consolidata. Però il dato importante non è se Schifani arriverà primo ma se riuscirà a costruire un’alleanza che lo porti oltre la soglia critica prima del voto o se si troverà a negoziare una maggioranza dopo.
Anche il centrosinistra non gode di ottima salute. Affronta la tipica trappola della frammentazione, infatti troviamo sei candidature credibili ma che si sottraggono voti a vicenda. Un totale di coalizione competitivo ma nessuna figura capace di aggregare da sola il campo progressista. La sfida non è costruire un profilo vincente, i numeri di La Vardera, Provenzano e Antoci sono tutti comparabili, ma evitare che la dispersione del voto presidenziale alimenti la percezione di un centrosinistra incapace di sintesi. Una percezione che, in campagna elettorale, diventa una profezia che si autoavvera.
Un altro dato che farà la differenza, come dicevamo, è l’affluenza. Infatti in una competizione in cui l’affluenza stimata non supera il 52%, il rischio di diserzione selettiva è elevato. Un’affluenza bassa tende a comprimere i voti di opinione e a esaltare le basi più motivate. Viceversa un’affluenza alta premia le candidature con il più ampio bacino di fiducia trasversale: un indicatore in cui De Luca, con il 49,7%, è paradossalmente il più forte del campo.
Il sondaggio, guardando al futuro, conclude cosi:
“La fotografia demoscopica della Sicilia 2026 è quella di una competizione aperta su un crinale preciso: non tra centrodestra e centrosinistra, ma tra chi riuscirà a cooptare l’11% che pende in mezzo. Renato Schifani ha il vantaggio strutturale della coalizione più grande e del voto presidenziale più alto. Ma la matematica elettorale siciliana, in questo momento, è scritta con il segno di Cateno De Luca. Eppure, anche in contesti apparentemente definiti, la demoscopia insegna prudenza: l’elevata quota di indecisi (38,3%), le variabili di mobilitazione e la qualità della campagna elettorale possono sempre introdurre elementi di imprevedibilità.”






