L’Italia avrà una Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. Mercoledì 29 aprile 2026 l’aula del Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge che istituisce la ricorrenza, fissata ogni anno al 3 maggio, in coincidenza con la Giornata mondiale della libertà di stampa.
Un passaggio importante. Doveroso. Un Paese che dimentica i suoi cronisti assassinati dimentica anche una parte della propria democrazia. Dietro quei nomi ci sono biografie spezzate, ma anche inchieste, minacce, solitudini, verità scomode, pezzi di Stato assente e pezzi di società civile che non si sono voltati dall’altra parte.
La legge prevede che Stato, Regioni ed enti locali promuovano iniziative di sensibilizzazione, coinvolgendo scuole, Università, associazioni di settore e Ordine professionale. Il servizio pubblico sarà chiamato a dedicare spazi al racconto delle storie dei cronisti caduti, mentre il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio pubblicherà sul proprio sito istituzionale i nomi dei giornalisti uccisi per il loro lavoro.
Il provvedimento nasce da un’iniziativa del deputato Paolo Emilio Russo, di Forza Italia, ed era già stato approvato all’unanimità dalla Camera nel luglio 2025. Con il voto definitivo del Senato arriva il via libera finale.
La Fnsi, Federazione nazionale della Stampa italiana, ha accolto con favore l’approvazione della Giornata, ringraziando il Parlamento per l’istituzione di una ricorrenza dedicata ai cronisti caduti nello svolgimento del proprio lavoro. Allo stesso tempo, però, il sindacato dei giornalisti ha richiamato con forza l’attenzione sulle grandi questioni ancora irrisolte della professione.
La segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, ha ricordato che i giornalisti attendono da anni un intervento concreto sull’equo compenso, mentre una parte enorme della categoria continua a vivere dentro un precariato selvaggio, con redditi spesso al di sotto della soglia di povertà.
Un giornalista sottopagato, ricattabile, costretto ad accettare compensi indecenti e privo di tutele reali è un giornalista meno libero.
Poi ci sono le querele temerarie, uno degli strumenti più efficaci per intimidire chi fa informazione.
Il presidente della Fnsi, Vittorio di Trapani, ha espresso una posizione netta anche sulla scelta della data. Celebrare i giornalisti uccisi il 3 maggio, proprio nella Giornata mondiale della libertà di stampa, rischia secondo il sindacato di produrre un messaggio ambiguo: come se in Italia la libertà di stampa da onorare fosse soprattutto quella dei cronisti morti, mentre quella rivendicata ogni giorno dai giornalisti vivi continua a essere compressa, indebolita, imbavagliata.
Non basta commemorare chi è stato ucciso. Servirebbe la stessa convergenza per una legge sull’equo compenso, contro le querele bavaglio, il superamento del carcere per diffamazione, il recepimento del Media Freedom Act, maggiori tutele per gli operatori dell’informazione minacciati o aggrediti.
Fonte: Fnsi – Federazione nazionale della Stampa italiana.





