Continuate pure con l’inutile e vergognosa liturgia di maggio, la vostra retorica nazional-popolare sulle stragi di mafia fa più schifo di Voi. Siete esseri indegni. Con i vostri discorsi, con le vostre putride corone di fiori, con le vostre ignobili passerelle istituzionali: parole solennemente stupide, minuti di silenzio che nascondono la vostra anima nera. Siete tutti ordinati, tutti composti. Vestiti in maniera impeccabile (come i clown dei peggiori circhi) per le vostre orrende foto ricordo. Da trentaquattro anni tutto viene magistralmente sistemato per consumare quel giorno nel Paese orribilmente sporco. Ma Voi siete ancora più sporchi. Lo siete dentro – dove nascondete i vostri segreti che vi portate nella tomba – e fuori – con le vostre facce di cazzo.
Siamo costretti a vivere nel Paese che commemora molto e si interroga poco. Il Paese – nato da accordi indicibili proprio con le schifose mafie – che fa finta di inchinarsi davanti ai morti ma se ne fotte delle responsabilità dei vivi e dei tanti personaggi morti (pure in tarda età) che hanno stipulato innumerevoli accordi e fatto affari di ogni genere con i mafiosi. Ma badate bene: Voi siete peggio dei mafiosi. Fate più schifo di loro.
Chi ha voluto la morte di Giovanni Falcone?
Chi ha ucciso materialmente Falcone?
Chi ha premuto il telecomando?
A chi appartengono le “menti raffinatissime” che hanno prima ideato, poi progettato e alla fine eseguito il piano criminale?
Quali sono le responsabilità istituzionali?
Chi era presente quel maledetto giorno, a distanza di sicurezza?
Che ruolo hanno avuto i servizi segreti (che continuiamo a definire deviati) di questo Paese?
Che ruolo ha avuto Cosa nostra e che ruolo hanno avuto i mafiosi in Parlamento?
Chi trasse vantaggio da quella strage?
Il 23 maggio 1992 il geniale giudice Giovanni Falcone – che aveva compreso perfettamente lo schifo di questo Paese coinvolto (da Portella della Ginestra in poi) – fu massacrato insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani in una strage pensata e diretta dagli apparati dello Stato. Lo stesso Stato che degnamente rappresentava.
Falcone – come tutte le vittime delle mafie e del terrorismo – non era un eroe, faceva semplicemente il proprio lavoro. E lo faceva molto bene. Non può essere trasformato e diventare un santino, una statua, un volto da manifesto. Era un magistrato onesto, concreto, rigoroso, moderno, capace di leggere la mafia.
Aveva capito che Cosa nostra non viveva solo nelle campagne, nelle cosche ma soprattutto nei rapporti, negli affari, nelle protezioni, nelle complicità, nei silenzi.
Lo isolarono. Lo infangarono. Lo delegittimarono. Lo ostacolarono.
Poi – vista la sua rettitudine morale e professionale – lo uccisero con il tritolo. E l’altro giudice, il suo amico fraterno, Paolo Borsellino riuscì a capire tutto. Fino al 19 luglio del 1992. Giorno della strage di mafia e, soprattutto, di Stato. Ma questa è un’altra storia di un Paese indegno che continueremo a raccontare – senza paura e senza timore – sulle colonne di WordNews.it.
Oggi noi sappiamo ma non abbiamo tutte le prove. Dopo quasi quarant’anni di depistaggi, falsità e omissioni vi sentite in dovere solo di commemorare. Invece di pretendere Verità e Giustizia.
Ricordare i morti è facile. Fa fare bella figura, ci sono gli applausi e le lacrime di coccodrillo. Molti utilizzano questa retorica nazional-popolare per fare carriera in politica. Guardatele bene le tante facce di cazzo che partecipano a questi eventi, studiate il loro sguardo diabolico. Imparate a diffidare da questa gentaglia e, possibilmente, evitate di votarli. Non posizionate nessuno sul piedistallo. La storia insegna tante cose: molti sono caduti rovinosamente.
Per quanti anni sono stati indicati come i paladini della legalità?
Quanti hanno utilizzato questo scudo, donato da tanti esaltati che gravitano in questo mondo, per fare il bello e il cattivo tempo?
Montante, Helg, Nicosia sono solo alcuni esempi di pericolosi personaggetti che hanno – per troppi anni – approfittato della situazione. Appoggiati, idolatrati. Sostenuti, abbracciati. E poi?
Ogn’anno, il 23 maggio, c’è l’usanza per i vivi di visitare Capaci. Ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero. Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno, di questa triste e mesta ricorrenza, anch’io ci vado, e con dei fiori adorno il loculo marmoreo della strage di Stato.
Ogni anno, il 23 maggio, l’Italia istituzionale mette i suoi sporchi piedi a Palermo. Lo fanno con annunci roboanti, articoloni, post sui social. Una roboante pubblicità. Si stringono tutti attorno al nome di Giovanni Falcone. Una brutta e fluttuante passerella che fa invidia ai principi reali. Hanno saputo trasformare la memoria in rito, il vuoto cosmico in passerella, la gita (comprese le navi della presunta legalità da magnaccioni) in un’assoluzione definitiva.
Cari (poco graditi) governanti, non basta pronunciare – con falsità – il nome di Giovanni Falcone per stare dalla parte giusta della storia (come dice qualcuna). Per stare da quella parte bisogna pretendere la Verità.
Avete ridotto la memoria di Falcone a una cerimonia blindata. Il 23 maggio doveva e deve essere una domanda scomoda. Deve disturbare. Deve rompere i fili istituzionali con le mafie. Deve essere il giorno della cacciata dei mafiosi dai consigli comunali e provinciali. Dalle giunte e dai consigli regionali.
Dai partiti (con i Vostri candidati delinquenti e condannati). Dal Parlamento italiano e da quello europeo.
Tutte queste istituzioni, oggi, sono rappresentate anche dai mafiosi. Quelli che hanno scannato. Quelli che hanno massacrato con bombe e stragi. Quelli che oggi fanno affari nel silenzio generale, soprattutto da parte di un Governo (per non parlare della Commissione parlamentare antimafia e della sua presidente – non a caso la “p” minuscola) che non la nominano nemmeno la parola mafia. E se la nominano lo fanno solo per dire cazzate immonde.
Falcone non appartiene alla retorica. Non appartiene ai comunicati stampa. Non appartiene ai palchi allestiti per l’occasione. Falcone appartiene alla ricerca ostinata dei fatti. Appartiene a chi non si accontenta della memoria addomesticata.
Il 23 maggio dovrebbe essere il giorno in cui la parola antimafia (in bocca a cani e porci) torni a essere conflitto, responsabilità, rottura.
Quel debito con Giovanni Falcone si paga con la verità. Non con le buffonate organizzate.
LE CAZZATE SULLA MAFIA SICILIANA
Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa







