La salute mentale è una delle grandi emergenze del nostro tempo. Non riguarda più soltanto gli ambulatori, gli ospedali, i servizi sanitari. Riguarda le scuole, le famiglie, i luoghi di lavoro, le relazioni, la solitudine che cresce sotto la superficie lucida dell’iperconnessione. I dati internazionali parlano chiaro: oltre 1,2 miliardi di persone nel mondo convivono con un disturbo mentale, una cifra quasi raddoppiata rispetto al 1990. Le patologie legate alla salute mentale rappresentano oggi la principale causa di disabilità a livello globale.
A lanciare l’allarme è la dottoressa Stefania Calapai, psichiatra e presidente dell’APS Angelo Azzurro, che sottolinea la crescita del disagio psicologico, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.
Dottoressa Calapai, perché oggi la salute mentale deve essere considerata una priorità assoluta?
«Siamo davanti a una crisi che è contemporaneamente sanitaria e sociale. Ansia e depressione stanno registrando una crescita significativa e le risorse destinate alla salute mentale restano insufficienti. La sofferenza colpisce in modo particolare le nuove generazioni: il disagio emotivo, l’isolamento e l’autolesionismo rappresentano oggi vere priorità di salute pubblica.»
La pandemia ha inciso profondamente su questo quadro?
«La pandemia ha rappresentato un trauma collettivo che ha lasciato conseguenze profonde sul benessere psicologico della popolazione. La paura della malattia, l’incertezza e la brusca interruzione delle normali relazioni sociali hanno favorito un aumento di ansia, attacchi di panico e sintomi depressivi. A questo si sono aggiunti l’isolamento sociale e la precarietà economica e lavorativa, fattori che hanno amplificato la vulnerabilità emotiva di milioni di persone.»
Possiamo parlare di veri e propri moltiplicatori del disagio?
«Sì. Isolamento, precarietà, incertezza e paura hanno agito come moltiplicatori del disagio. Molte persone si sono trovate improvvisamente più sole, più esposte, più fragili. La pandemia non ha creato tutto dal nulla, ma ha reso più visibili e più gravi ferite che in molti casi erano già presenti.»
Che ruolo hanno avuto le piattaforme digitali e i social network?
«Durante le restrizioni i social network hanno rappresentato un importante strumento di connessione, ma il loro uso eccessivo ha spesso aggravato il disagio. Le dipendenze tecnologiche possono favorire isolamento, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione e un progressivo impoverimento delle relazioni reali.»
Il disagio giovanile sembra assumere forme sempre più complesse. Cosa sta accadendo tra adolescenti e giovani adulti?
«Il disagio giovanile contemporaneo presenta caratteristiche diverse rispetto a quello degli adulti. Adolescenti e giovani adulti vivono spesso una forte ansia legata alla performance, al confronto continuo con gli altri e all’incertezza sul futuro.»
Tra le manifestazioni più preoccupanti ci sono attacchi di panico e autolesionismo. Come vanno letti questi segnali?
«Molto spesso il corpo diventa il mezzo attraverso cui viene espresso un dolore interiore che non riesce a trovare altre forme di comunicazione. L’autolesionismo e gli attacchi di panico non vanno banalizzati: rappresentano richieste di aiuto che meritano ascolto e interventi tempestivi.»
Viviamo nell’epoca della connessione permanente, ma cresce la solitudine. È questo il grande paradosso?
«Le tecnologie digitali offrono l’illusione della vicinanza, ma non possono sostituire il contatto umano autentico. Stiamo assistendo a una progressiva frammentazione delle relazioni e a un individualismo crescente che lascia molte persone prive di una rete di supporto reale.»
La solitudine può essere considerata una minaccia per la salute pubblica?
«Sì. La solitudine è ormai riconosciuta a livello internazionale come una vera minaccia per la salute pubblica. Non è soltanto una condizione emotiva. Può incidere profondamente sulla qualità della vita, sul benessere psicologico e sulla capacità delle persone di affrontare momenti di difficoltà.»
Quali sono i segnali da non sottovalutare?
«Riconoscere precocemente il disagio è fondamentale. Tra i principali campanelli d’allarme ci sono l’isolamento sociale, la chiusura in se stessi, la perdita di interesse verso attività e relazioni, le alterazioni del sonno e dell’alimentazione, le difficoltà di concentrazione, i bruschi cambiamenti dell’umore, lo stato confusionale e le percezioni alterate della realtà.»
Quando bisogna chiedere aiuto?
«Quando questi cambiamenti persistono nel tempo è importante rivolgersi ai servizi competenti. Il Centro di Salute Mentale rappresenta il principale punto di riferimento territoriale per chi vive una situazione di sofferenza psicologica.»
Lo stigma verso psicologi e psichiatri esiste ancora?
«Sì, purtroppo esiste ancora. Molte persone hanno paura di rivolgersi a uno psichiatra o a uno psicologo. Da una parte cresce la consapevolezza, dall’altra persistono stigma, disinformazione e timore del giudizio sociale. È necessario continuare a investire nella cultura della salute mentale.»
Il sistema sanitario italiano è pronto ad affrontare questa crescita del disagio psichico?
«Il sistema sanitario italiano non è ancora pienamente preparato ad affrontare la crescita del disagio psichico. Persistono carenze di personale e criticità nella rete territoriale, particolarmente evidenti nell’ambito della neuropsichiatria infantile. Troppo spesso famiglie e giovani arrivano ai servizi quando il problema è già diventato grave.»
La prevenzione deve partire prima, quindi?
«La prevenzione deve diventare una priorità. Circa il 50% dei disturbi mentali esordisce prima dei 14 anni. Investire nelle scuole, nelle famiglie e nei territori significa intervenire prima che il disagio si trasformi in patologia.»
Che ruolo può avere il Terzo Settore?
«Le realtà del Terzo Settore svolgono una funzione insostituibile nel contrasto all’isolamento e nella diffusione di una corretta informazione sulla salute mentale. Attraverso sportelli di ascolto, incontri pubblici, attività di sensibilizzazione e percorsi di supporto, rappresentano un presidio umano e sociale essenziale per molte persone e famiglie.»
Qual è il messaggio da rivolgere a chi oggi vive una sofferenza psicologica nel silenzio?
«Chiedere aiuto non è una debolezza. È il primo passo verso la guarigione. Nessuno dovrebbe affrontare da solo il proprio dolore. Rompere il silenzio permette di attivare percorsi di cura, sostegno e ascolto. Intervenire precocemente può fare la differenza e restituire speranza a chi oggi vede soltanto sofferenza.»





