A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, le parole di Antonio Ingroia irrompono nel frastuono delle commemorazioni. Parole pronunciate, giustamente, senza diplomazia nel corso della videointervista a “30 minuti con…”, il format ideato e condotto dal direttore Paolo De Chiara, con la partecipazione di Antonino Schilirò.
Una conversazione durata oltre un’ora, nata per ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Un viaggio dentro le ferite ancora aperte della Repubblica: la scomparsa dell’agenda rossa, la trattativa Stato-mafia, i depistaggi, le responsabilità istituzionali, le scelte della Commissione parlamentare Antimafia e il recente caso del magistrato Sebastiano Ardita.
«Un Paese di verità occultate e depistaggi di Stato»
Alla domanda sul perché, dopo trentaquattro anni, non siano ancora arrivate una verità completa e una giustizia definitiva sulla morte di Paolo Borsellino, Ingroia risponde:
«Il nostro Paese è un Paese di giustizie incompiute, di verità occultate, di depistaggi di Stato e anche di stragi di Stato, come certamente ormai lo possiamo affermare è stata la strage di via D’Amelio».
Secondo l’ex magistrato, l’Italia non sarebbe riuscita a liberarsi dal condizionamento esercitato dai poteri criminali, capaci di incidere sulle scelte politiche e istituzionali e, in alcuni momenti, persino sui vertici della magistratura.
Le poche verità conquistate sarebbero arrivate soltanto dopo il sangue e grazie alla reazione popolare:
«Sono però brandelli di verità e giustizia che purtroppo non possono essere quella giustizia compiuta e totale cui hanno diritto le vittime delle mafie, i familiari e tutti i cittadini onesti del Paese».
Borsellino celebrato e tradito dalle istituzioni
Ingroia ricostruisce anche il profilo umano e professionale del magistrato con il quale lavorò prima alla Procura di Marsala e successivamente a Palermo.
Il suo Borsellino non è il santino confezionato per le ricorrenze, ma un uomo consapevole dei pericoli, delle debolezze dello Stato e dei tradimenti interni alla magistratura:
«Era un uomo dello Stato. Però di quale Stato? Lo Stato della Costituzione, lo Stato del principio che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, lo Stato intransigente e contrario a ogni forma di trattativa nei confronti delle mafie e dei poteri criminali».
Un uomo coraggioso, ma non incosciente; un idealista, ma non un ingenuo:
«Era un idealista, ma non era un illuso; un utopista, ma non era uno scemo».
Quello di Falcone e Borsellino, secondo Ingroia, resta un modello evocato pubblicamente ma scarsamente seguito proprio dentro le istituzioni:
«È un modello che tanti italiani guardano come tale, ma tanti altri, soprattutto nelle stanze delle istituzioni, in realtà disprezzano e tradiscono, apparentemente adorandolo».
«Le commemorazioni sono un modo per tradire la memoria»
Uno dei passaggi riguarda le celebrazioni del 19 luglio, spesso trasformate in una sfilata, discorsi e fotografie rituali.
«Purtroppo, lo dico in modo brutale, le commemorazioni sono un modo per tradire la memoria di questi uomini».
E aggiunge:
«Queste commemorazioni, questa sfilata di autorità che poi nei loro armadi hanno gli scheletri peggiori, che cercano di nascondere, fanno finta di pulirsi la coscienza facendo».
L’agenda rossa e la porta chiusa dopo Capaci
Ingroia racconta di avere visto l’agenda utilizzata da Borsellino, pur senza averne mai letto il contenuto. Prima della morte di Giovanni Falcone, il magistrato la lasciava spesso aperta sulla scrivania. Dopo la strage di Capaci, tutto cambiò.
«Dopo il 23 maggio quella porta l’abbiamo sempre incontrata chiusa. Come era aperta la sua agenda prima del 23 maggio, così la sua agenda è rimasta chiusa».
Secondo l’ex magistrato, in quelle settimane Borsellino sarebbe diventato il destinatario di un flusso eccezionale di informazioni, anche sulla strage di Capaci. Avrebbe custodito quei segreti per proteggere i colleghi e le persone a lui vicine. Una generosità che, dopo la sua morte, si sarebbe trasformata in una condanna al silenzio:
«Forse sarebbe dovuto essere meno generoso nei nostri confronti, perché custodì quei segreti dentro di sé per proteggerci, per non coinvolgerci e non esporci a rischi ulteriori».
Quell’agenda, ha affermato Ingroia, avrebbe potuto rappresentare:
«La chiave per aprire questa maledetta porta della verità che qualcuno ci ha chiuso definitivamente».
«Borsellino era un ostacolo alla trattativa»
Il punto centrale dell’intervista arriva quando Ingroia affronta il possibile movente dell’accelerazione della strage del 19 luglio 1992. Ecco la sua convinzione:
«Il principale motivo è stato che Borsellino venne percepito come ostacolo alla trattativa che lo Stato stava svolgendo con la mafia proprio in quei mesi.Paolo Borsellino non era uno stupido. Anche solo quella notizia, per Paolo Borsellino, significava ovviamente l’inizio di una trattativa».
Per Ingroia, Borsellino non avrebbe mai accettato che lo Stato cercasse un accordo con gli assassini di Giovanni Falcone:
«L’ultima cosa che avrebbe concepito e consentito era che si trattasse con la mafia, perché era un evidente segno di debolezza che avrebbe favorito la mafia, come purtroppo è accaduto. Noi nel tempo siamo arrivati vicini alla verità e poi la strada della verità ci è stata sbarrata dai vertici più alti dello Stato italiano di quel tempo».
Ingroia indica espressamente l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, oggi scomparso. Il peggiore tra tutti i Presidenti, secondo il nostro punto di vista.
La Commissione parlamentare Antimafia
Ingroia contesta radicalmente la pista che collega l’accelerazione della strage di via D’Amelio al dossier Mafia e appalti. Conferma che Borsellino era interessato a quel rapporto e riteneva che l’indagine rischiasse di essere insabbiata. Esclude, però, che in quel momento l’inchiesta fosse tanto avanzata da giustificare l’improvvisa accelerazione dell’attentato.
«La Commissione Antimafia sta facendo, di fatto, un depistaggio delle indagini sulle stragi. La Commissione Antimafia sta seguendo una pista completamente morta».
Secondo Ingroia, isolare via D’Amelio dal contesto complessivo formato da Capaci, dalle bombe del 1993 e dalla strategia criminale degli anni 1992-1994 impedirebbe di comprendere il progetto politico-mafioso che ha condizionato la storia italiana:
«Separare la storia di Borsellino, concentrandosi sulla sua strage ed escludendo la lettura complessiva dei fatti, è un’opera obiettivamente di depistaggio».
Il caso Ardita e il correntismo nel CSM
La videointervista affronta anche la mancata nomina di Sebastiano Ardita a procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Per Ingroia, quella scelta dimostra che nel Consiglio Superiore della Magistratura continuano a prevalere appartenenze e logiche correntizie:
«Il caso Ardita dimostra che il correntismo continua a prevalere e certe logiche sono contrarie al riconoscimento dei meriti».
Senza dimenticare l’eredità professionale e morale lasciata da Falcone e Borsellino:
«Gran parte della magistratura quel modello se lo è lasciato alle spalle, preferendo il carrierismo, l’omologazione e il profilo basso».
Secondo Ingroia, i pochi magistrati rimasti fedeli a quel modello sarebbero stati progressivamente isolati e tenuti «fuori dai giochi». Tra questi cita Nino Di Matteo e lo stesso Sebastiano Ardita.
Dalle mafie alla “Cosa unica”
Nell’ultima parte della puntata, Ingroia commenta anche il processo ’Ndrangheta stragista e la conferma delle condanne nei confronti di Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone.
La conclusione dell’ex magistrato allarga lo sguardo oltre le singole organizzazioni:
«Non esistono le mafie: esiste un unico sistema criminale integrato, di cui le varie mafie sono delle componenti».
Guarda la videointervista integrale ad Antonio Ingroia.
“30 minuti con…” – Antonio Ingroia
In basso puoi rivedere l’intervista con Salvatore Borsellino





