Antonio Caporale, giornalista molto attivo de Il Fatto Quotidiano, presente in numerose trasmissioni televisive e autore della newsletter di discussione politica “A Sinistra”, in questa intervista ribalta molti dei luoghi comuni che si sono consolidati, negli ultimi anni, nel dibattito politico e sociale.
Il rapporto Meloni-Trump e la continuità della dipendenza italiana dagli USA
Il ragionamento parte dal rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump, tra Italia e Stati Uniti. Un rapporto che, nelle condizioni attuali, non rappresenta affatto una novità, ma piuttosto un elemento di continuità storica.
A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli americani sono passati dal ruolo di liberatori dal fascismo a quello di controllori assoluti della nazione italiana. Un’influenza tanto profonda da condizionare le scelte politiche ed elettorali del Paese, come dimostrerebbe il fatto che il Partito Comunista Italiano non sia mai riuscito ad arrivare al governo o a entrare stabilmente in una coalizione governativa.
In questa continuità storica si inserisce anche la situazione attuale, rappresentata dalla cosiddetta alleanza Trump-Meloni.
Ciò che colpisce maggiormente è il cosiddetto nuovo linguaggio politico del presidente americano, definito da Caporale come un linguaggio “da bar o da cucina”: violento, aggressivo e trasferito direttamente nei rapporti della politica internazionale.
Un esempio di questa “cattiva amicizia” sarebbe rappresentato dalle accuse rivolte agli alleati della NATO, quando la guerra con l’Iran appariva in una fase di stallo, se non parzialmente perduta, per non aver fornito un aiuto sufficiente.
Il linguaggio aggressivo e la crisi della democrazia occidentale
La questione del linguaggio rappresenta la saturazione, il punto finale di non ritorno di un’evoluzione negativa e ultrapopulista iniziata a metà degli anni Novanta.
Un processo che, nel corso dei decenni, avrebbe prodotto quella che il fisico Carlo Rovelli ha definito l’inaffidabilità della democrazia occidentale.
Parallelamente si è assistito al successo, almeno temporaneo, delle dittature socialmente controllate, come la Cina, dove si realizza un curioso interscambio tra uno stato sociale garantito e una libertà minima, sorvegliata e vigilata.
Un sistema che, pur limitando fortemente i diritti individuali, assicurerebbe un livello di vita almeno parzialmente dignitoso all’intera popolazione.
In Occidente, invece, si addensano nuovi incubi politici e strutturali.
La frase emblematica è: «Dopo la destra liberista è arrivato qualcosa di peggio, la destra trumpiana. Dopo arriverà qualcosa di molto peggio».
Una considerazione che indica la strada inquietante, e apparentemente senza uscita, imboccata dall’Occidente.
Migranti, remigrazione e propaganda politica
Uno degli esempi più evidenti riguarda la questione migratoria.
Dal rimpatrio forzato degli anni Novanta e Duemila si è passati al concetto di remigrazione, sostenuto da figure politiche come Roberto Vannacci.
In molte trasmissioni televisive, alla domanda su come sostituire la forza lavoro agricola che verrebbe a mancare a causa della remigrazione, vengono offerte risposte generiche e scontate, come: «Con la meccanizzazione e con le braccia italiane».
Una risposta che non affronta realmente il problema e che riflette ciò che, a livello strutturale mondiale, sta accadendo nell’era Trump.
Gaza, Venezuela e il silenzio dell’Europa
Caporale richiama anche il silenzio dei governi europei, e in primo luogo di quello italiano, sul dramma e sullo sterminio della popolazione di Gaza.
Allo stesso modo denuncia il rapimento di un capo di Stato, finalizzato ad accelerare trattative commerciali sui combustibili fossili nel caso del Venezuela, avvenuto nell’indifferenza generale della comunità internazionale.
Una situazione che trova la sua naturale estensione nel modo in cui l’Italia affronta la questione migratoria.
Il migrante è accettato soltanto quando serve
Il migrante viene accettato soltanto quando è utile al sistema produttivo, quando rimane invisibile e quando non disturba.
È il caso delle badanti romene e ucraine, spesso non regolarizzate e impiegate con costi nettamente inferiori rispetto a quelli degli infermieri italiani.
È il caso dei raccoglitori di ciliegie in Calabria, dei lavoratori impiegati nella raccolta dei pomodori di Pachino in Sicilia e di quelli utilizzati nei campi del Tavoliere delle Puglie.
Lavoratori sottopagati e sfruttati, ma indispensabili agli imprenditori.
Emblematico anche il caso dell’azienda friulana che assume lavoratori bengalesi perché lavorano per l’intera giornata e non rivendicano gli stessi diritti dei lavoratori italiani.
A Roma, pizzaioli egiziani e indiani, dopo aver appreso integralmente le tecniche culinarie della pizza, aprono locali capaci di offrire una qualità paragonabile a quella degli chef napoletani, ma a prezzi molto più bassi, ottenendo un significativo successo commerciale.
Il migrante, quindi, va bene quando produce, lavora a basso costo e non pretende nulla. Diventa invece un nemico quando chiede diritti anche minimi, come il diritto alla salute o la possibilità di mangiare cibi appartenenti alla propria tradizione culturale.
Carceri sovraffollate e assenza di soluzioni concrete
L’intervista affronta anche il problema delle carceri sovraffollate, descritte come luoghi di umiliazione e degrado umano.
Nel dibattito pubblico, tuttavia, manca quasi completamente una riflessione sulla soluzione più immediata: costruire nuove strutture detentive per distribuire meglio la popolazione carceraria e migliorare le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari.
Anche in questo caso domina la propaganda, mentre le soluzioni concrete restano ai margini.
L’allargamento dell’Unione Europea e il rischio di un nuovo impoverimento
All’orizzonte si addensano inoltre nuove e oscure nubi.
L’eventuale ingresso dell’Ucraina e di altri sette o dieci Paesi dell’Est nell’Unione Europea, oltre al rischio di trascinare l’Europa in una guerra con la Russia, potrebbe creare una nuova forza lavoro di terza fascia.
Una nuova emigrazione di massa che rischierebbe di imporre un modello salariale uniforme, basato sulla semplice sopravvivenza, a tutti i lavoratori europei.
Il risultato sarebbe un processo di appiattimento sociale e di impoverimento generale pilotato, capace di comprimere ulteriormente salari, diritti e condizioni di vita.
La sinistra che non c’è
La questione più importante resta però quella della sinistra e del progressismo scomparso.
Dagli anni Novanta a oggi, la sinistra avrebbe inseguito costantemente la destra, riproducendone idee, linguaggi e politiche pur di conservare il potere.
Una sorta di copia e incolla permanente che ha progressivamente svuotato l’alternativa politica e culturale.
Nel frattempo, il Paese, e più in generale l’intero Occidente, continua a sprofondare nella parte peggiore di sé stesso.
È questo il quadro oscuro della situazione italiana e mondiale che emerge dall’intervista ad Antonio Caporale, realizzata da PrimaLinea News: un’analisi che attraversa il rapporto tra Italia e Stati Uniti, il trumpismo, la crisi della democrazia, lo sfruttamento dei migranti, l’allargamento europeo e la scomparsa di una sinistra realmente alternativa.





