Alla vigilia della sentenza di primo grado sulla tragedia del Ponte Morandi, il dibattito attorno alla gestione di Autostrade per l’Italia (ASPI) si riaccende con forza. Da un lato arriva una storica e formale lettera di scuse da parte dei nuovi vertici dell’azienda; dall’altro si leva la voce di chi, già molti anni prima del disastro, aveva denunciato un sistema di corruzione, collusioni e totale assenza di sicurezza, scontrandosi con un impenetrabile silenzio istituzionale.
La lettera di Arrigo Giana: le scuse che arrivano dopo anni di silenzio
Con una lettera aperta dai toni netti, l’amministratore delegato di ASPI, Arrigo Giana, ha rotto il silenzio della holding e, a nome dei suoi diecimila dipendenti, ha rivolto le scuse ufficiali ai familiari delle 43 vittime del 14 agosto 2018, alla città di Genova e a tutti gli italiani.
«Porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale che va al di là dell’accertamento delle responsabilità e del corso della giustizia verso la verità».
Le parole di Giana segnano una netta e definitiva presa di distanza dalla precedente gestione, controllata dalla famiglia Benetton tramite Atlantia. Il nuovo amministratore delegato ha sottolineato come oggi l’azienda sia profondamente diversa: una realtà a controllo pubblico, attraverso Cassa Depositi e Prestiti, guidata da un nuovo management impegnato quotidianamente nel monitoraggio della rete e nella prevenzione dei rischi.
Se per l’azienda questo rappresenta un “nuovo corso”, per l’opinione pubblica e per chi ha vissuto la tragedia sulla propria pelle queste scuse, pur necessarie, arrivano con un ritardo difficile da colmare.
Il “Sistema ASPI”: denunce inascoltate e infiltrazioni criminali
Dietro la facciata delle scuse istituzionali rimangono aperti i capitoli più bui di una gestione ultradecennale. Le scuse odierne, infatti, non cancellano la gravità di un modus operandi criminale che per decenni avrebbe governato all’ombra delle concessioni autostradali, coperto da silenzi complici e potenti lobby.
Le denunce presentate già nel 2011 parlavano chiaro, delineando una realtà caratterizzata da:
- lavori eseguiti senza i necessari standard di sicurezza e dalla totale assenza di controlli reali;
- collusioni e mazzette finalizzate a chiudere gli occhi di fronte al progressivo deterioramento delle infrastrutture;
- affidamenti diretti senza verifiche a ditte collegate alla criminalità organizzata, nello specifico al clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia, uno dei sodalizi camorristici più longevi e spietati.
Questo intreccio perverso ha permesso alla camorra di gestire milioni di euro di fondi pubblici destinati alla manutenzione delle nostre strade, con la compiacenza o la cecità dei vertici ASPI dell’epoca. Un sistema protetto da un vero e proprio “muro di gomma”, eretto da azionisti insospettabili e soggetti con forti legami all’interno delle sedi istituzionali.
Da Acqualonga al Morandi: un filo rosso di sangue e corruzione
Le tragedie del viadotto di Acqualonga, dove nel 2013 un incidente che coinvolse un autobus costò la vita a 40 persone, e del Ponte Morandi non sono state tragici imprevisti del destino, ma la drammatica e prevedibile conseguenza di questo sistema corrotto.
Per anni, chi ha provato a squarciare questo velo di omertà ha pagato un prezzo altissimo, vedendo la propria vita professionale e personale distrutta pur di perseguire la giustizia.
La sentenza di primo grado rappresenta un momento cruciale per la storia giudiziaria del Paese, ma non potrà mai restituire la vita alle vittime innocenti né cancellare il dolore dei sopravvissuti. Resta la consapevolezza che la ricerca della verità è un percorso che non può fermarsi alle sole aule di tribunale, specialmente quando quella verità pesa ancora così tanto sulle spalle di chi ha avuto il coraggio di denunciare.
Gennaro Ciliberto – Testimone di giustizia





