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Ingroia: “La condanna dei due capimafia Graviano e Filippone costituisce un ulteriore passo in avanti nella ricostruzione delle dinamiche della strategia stragista del ’92-’94”

L'INTERVISTA ad Antonio Ingroia, già magistrato e avvocato dei familiari dei carabinieri Fava e Garofalo al processo 'Ndrangheta Stragista.

by Antonino Schilirò
15 Luglio 2026
in Interviste
Reading Time: 7 mins read
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Venerdì 10 luglio la Corte d’Assise di Reggio Calabria ha emessa la sentenza dell’Appello bis del processo ‘Ndrangheta Stragista: ergastolo per il boss corleonese Giuseppe Graviano e per Rocco Santo Filippone, espressione della cosca Piromalli per gli omicidi dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.

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La Corte decidendo sul rinvio della Corte di Cassazione, che con sentenza del 16 dicembre 2024 ha annullato la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria il 25 marzo 2023 nei confronti di Filippone Rocco Santo e Graviano Giuseppe, ha confermato la sentenza di primo grado emessa il 24 luglio 2020 dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria. E’ stata inoltre ricostruita la collaborazione delle due mafie, cosa nostra e ‘ndrangheta, nel periodo stragista per destabilizzare il Paese. Adesso manca, un’altra volta, solo l’ultimo tassello: la Cassazione.

In merito a questa ultima decisione abbiamo intervistato Antonio Ingroia, già procuratore aggiunto a Palermo e attualmente avvocato di parte civile nel processo ‘Ndrangheta Stragista dei familiari delle due vittime.

Antonio Ingroia già magistrato e avvocato di parte civile per i familiari dei carabinieri Fava e Garofalo nell’appello bis del processo ‘ndrangheta stragista. Partiamo dal suo punto di vista di questa nuova sentenza che, sostanzialmente, ha confermato l’ergastolo del primo grado. Si è stati costretti a tornare in appello. Ma lo Stato ha intenzione di fare chiarezza di cosa accadde in quel periodo storico?

Sì. Quantomeno c’è una parte dello Stato che vuole rispondere a questa esigenza di chiarezza, questa esigenza di verità e giustizia che viene da più parti del Paese, che viene dai familiari delle vittime.

Io nel processo di Reggio Calabria sono l’avvocato dei familiari delle vedove e dei figli dei carabinieri Fava e Garofalo, che chiedono appunto verità e giustizia.

E c’è una magistratura impegnata a dare una risposta di verità e giustizia. La Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria sicuramente sì, in particolare va dato atto al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che ha fatto un lavoro immane di ricostruzione dettagliata, meticolosa, molto rigorosa anche sul piano delle prove e dei riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che ha costruito il quadro di ciò che è accaduto in quella stagione stragista terribile, la stagione delle stragi e della trattativa Stato-Mafia che si è sviluppata fra il ’92 e il ’94, e l’omicidio dei due carabinieri avviene in un momento cruciale.

I giudici di merito, la magistratura di Reggio Calabria, altrettanto ha dimostrato di voler fare chiarezza con delle esemplari sentenze di condanna in primo grado dalla Corte d’Assise di Reggio e poi in appello con ben due sentenze, con questa la seconda, della Corte d’Assise d’Appello.

In Cassazione ci sono delle resistenze e sono le stesse resistenze che ci sono state sul processo trattativa Stato-Mafia, però va detto che nel processo ‘Ndrangheta stragista l’annullamento che c’è stato in Cassazione e che ha costretto a fare un altro processo d’appello è stato non un annullamento totale come per la Trattativa, ma un annullamento parziale.

È stata una sentenza che ha confermato però la ricostruzione complessiva che aveva fatto la Procura di Palermo e la Procura di Reggio Calabria e le Corti d’Assise. La Cassazione ha evidenziato che, secondo la Cassazione appunto, non era completo, coerente, organico e adeguatamente robusto il quadro probatorio di riscontro che individuava nei due imputati, Graviano e Filippone, i mandanti di quell’omicidio e, soprattutto, hanno ritenuto che non fosse adeguatamente accertata la partecipazione di Giuseppe Graviano alle riunioni che hanno determinato il duplice omicidio Fava-Garofalo.

È questo il punto, ma su questo leggeremo le motivazioni. È importante che la Corte d’Assise d’Appello, anche come giudice di rinvio, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, ha tenuto il punto.

Per la prima volta viene accertato il legame tra cosa nostra e ‘ndrangheta nelle stragi del 1992-1994. Quale era l’obiettivo?

La condanna dei due capimafia Graviano e Filippone costituisce un ulteriore passo in avanti nella ricostruzione delle dinamiche della strategia stragista del ’92-’94.

Già nell’indagine della Procura di Palermo, Sistemi criminali, e poi anche nell’indagine Trattativa, che è nata dopo, avevamo evidenziato che ci fosse una concertazione nella strategia che andava al di fuori di Cosa Nostra e ci erano stati contatti sia con la Camorra che con la ‘Ndrangheta che con la Sacra Corona Unita.

In questo processo si è messo oramai definitivamente a fuoco che era una strategia certamente condivisa con la ‘Ndrangheta ed eseguita sostanzialmente insieme, di concerto tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, con un ruolo di protagonista apicale di Giuseppe Graviano, che nelle indagini che si erano fatte un decennio fa sui Sistemi Criminali e la Trattativa non si era evidenziato bene.

Qui credo che una delle componenti più importanti di questa indagine, di questo processo, è che si evidenzia sempre di più che non c’erano solo degli accordi fra organizzazioni criminali diverse, ma che il sistema criminale mafioso si muoveva in modo unitario, come si è scritto nelle motivazioni delle sentenze di questo processo, con una Cosa Unica.

Quindi accanto a Cosa Nostra abbiamo la Cosa Unica, dove Cosa Nostra e ‘Ndrangheta sono diventate un tutt’uno in quella stagione.

In quel periodo storico l’attacco all’arma dei carabinieri era un mezzo comune per destabilizzare lo Stato. Oltre agli omicidi Fava e Garofalo a gennaio del 1994 c’è stata la mancata strage dell’Olimpico. L’obiettivo comune di questo attacco, secondo lei, è stato raggiunto?

L’obiettivo di questa strategia insieme di Cosa Nostra e ‘Ndrangheta era un obiettivo politico-criminale.

Nella fase di passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, l’organizzazione criminale, il sistema criminale mafioso, che riteneva di essere stato tradito dalla politica tradizionale, attua un’azione di pressione violenta sugli organi dello Stato per arrivare su fino al Governo e alla classe dirigente del momento e alla classe dirigente che andava ad assumere le leve del potere in quella stagione di passaggio per svolgere un ruolo, come sempre, di condizionamento degli indirizzi politico-economico-sociali del Paese.

Le classi criminali nel nostro Paese, purtroppo, hanno sempre condizionato le scelte nazionali e quindi, in questa fase, questo si vuole realizzare.

Nella memoria che ha depositato il Pubblico Ministero al processo della Corte d’Assise d’Appello, aderendo e sottolineando anche cose che io stesso già nel processo di primo grado e poi ho ribadito nella mia arringa finale come parte civile in questo processo d’appello di rinvio, sottolineiamo la caratteristica peculiare di questo processo, nel quale capi mafia indiscussi come Giuseppe Graviano, sul versante Cosa Nostra, e Filippone, sul versante ‘Ndrangheta, decidono di colpire l’Arma dei Carabinieri con un attentato che è simbolico.

I poveri carabinieri Fava e Garofalo vengono uccisi non perché fossero dei carabinieri che avevano in qualche modo pestato i piedi, diciamo così, agli affari illeciti della ‘Ndrangheta, ma soltanto per la divisa che indossavano, perché erano carabinieri. E perché bisognava colpire i Carabinieri? E perché l’attentato più clamoroso da realizzare nello stesso mese degli omicidi Fava e Garofalo, cioè nel gennaio del ’94, e cioè la strage dell’Olimpico, per fortuna mancata strage dell’Olimpico, aveva come obiettivo un pullman dei Carabinieri?

Perché bisognava lanciare un messaggio all’Arma dei Carabinieri. E l’Arma dei Carabinieri era la stessa Arma e la stessa uniforme che erano indossate dal colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, i due ufficiali del ROS che avevano avviato la Trattativa con Cosa Nostra.

Quindi, a distanza di quasi due anni dall’inizio della trattativa, sempre rivolgendosi a chi si era presentato come ambasciatore dello Stato per avviare la Trattativa, il sistema criminale mafioso vuole mandare un messaggio fortissimo, battendo un pugno sul tavolo della Trattativa a suo modo, con l’omicidio di due carabinieri e con la strage di decine di carabinieri, sarebbero stati coinvolti anche tifosi, in una domenica di calcio.

È ovvio che tutto ciò si spiega solo nella cornice della Trattativa, perché si trattava di dare la spallata finale per chiudere l’accordo che era già in fase avanzata.

E non a caso, nello stesso gennaio del ’94, Graviano comunica in modo trionfalistico a Gaspare Spatuzza che l’accordo si è chiuso, e l’accordo si è chiuso con Marcello Dell’Utri, che in quei giorni del gennaio ’94 si trova a Roma, alloggiando in un hotel di via Veneto, a pochi passi dal bar Doney, dove Giuseppe Graviano comunica la conclusione, il successo per Cosa Nostra, perché ha chiuso l’accordo che chiuderà la Trattativa Stato-Mafia, Stato-Seconda Repubblica-Mafia e l’inizio di un nuovo corso che infatti avrà come immediato effetto la rinuncia agli attentati da parte di Cosa Nostra.

Si avvia una tregua dove, ovviamente, l’accordo è che Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta smettono omicidi e attentati e lo Stato, nella nuova Seconda Repubblica, allenterà la morsa della legislazione antimafia e dell’impegno antimafia.

Questo è il senso del processo, uno dei processi chiave che può far ricostruire la storia di quella stagione di sangue e che però, per concludersi, dovrà ottenere un nuovo sigillo dalla Corte di Cassazione.

Ecco perché ci si aspetta un nuovo capitolo in Cassazione.


‘Ndrangheta stragista: ergastolo confermato per Graviano e Filippone


‘Ndrangheta stragista, Lombardo demolisce il rinvio della Cassazione: “Il cortocircuito è nella loro sentenza” e chiede la conferma degli ergastoli

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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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