La sentenza di primo grado sul crollo del Ponte Morandi di Genova segna un punto di svolta giudiziario: 12 anni di reclusione per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia. Una condanna che, secondo il legale del Comitato delle vittime, rappresenta «un’affermazione chiara di responsabilità» e conferma come la tragedia potesse essere evitata.
Dietro il verdetto dei giudici si allunga, tuttavia, l’ombra di un sistema molto più radicato, denunciato anni prima che il viadotto sul Polcevera crollasse, il 14 agosto 2018, provocando la morte di 43 persone.
A parlare, con parole durissime, è Gennaro Ciliberto, ex carabiniere e testimone di giustizia, che già nel 2011 aveva messo nero su bianco, davanti alla DIA di Milano e ad altre Procure distrettuali antimafia, i dettagli di un presunto meccanismo che avrebbe legato la mancata manutenzione, la corruzione e la criminalità organizzata.

«In ASPI vigeva la regola della corruzione»
Il quadro delineato dal testimone di giustizia è inquietante e descrive, secondo le sue dichiarazioni, una prassi consolidata all’interno dei vertici societari dell’epoca.
«Che il crollo del ponte fosse evitabile è cosa certa. Le mie denunce dettagliate sono finite in un processo a Roma, bloccato dai troppi rinvii. Stesso modus operandi, stessi protagonisti, stesse modalità. In ASPI vigeva una regola: quella della corruzione e della mancata esecuzione dei controlli sulle opere».
Ciliberto richiama il caso del cavalcavia autostradale di Ferentino, lungo la tratta dell’A1, sequestrato per il rischio di crollo, e i diversi cedimenti avvenuti nel corso degli anni.
Secondo il testimone di giustizia, si sarebbe trattato soltanto dell’inizio di una tragedia annunciata. Circostanze riportate, sostiene, nelle migliaia di pagine del processo celebrato a Roma, nelle sue dichiarazioni e negli accertamenti condotti dagli organi inquirenti.
Le verifiche, secondo la sua ricostruzione, non sarebbero state semplicemente omesse. Si sarebbe proceduto anche alla produzione di documentazione falsa o alterata, con il solo obiettivo di «mettere a posto le carte».
Un giro da milioni di euro che, secondo Ciliberto, avrebbe alimentato una fitta rete di rapporti e collusioni, coinvolgendo anche esponenti di primo piano dell’azienda.
L’ombra della Camorra sugli appalti
Le accuse di Ciliberto vanno oltre la negligenza amministrativa e investono il tema delle infiltrazioni mafiose negli appalti autostradali.
«Oltre alla corruzione, in molti appalti c’era la mano della Camorra».
Secondo il testimone, la combinazione tra paura, interessi economici e tangenti avrebbe garantito un silenzio durato anni. Un silenzio che avrebbe impedito di affrontare tempestivamente le criticità delle infrastrutture, fino alle conseguenze più drammatiche.
Ponte Morandi, le scuse tardive di ASPI e quelle denunce ignorate dal 2011
Le condanne ai vertici di Autostrade per l’Italia
Il Tribunale di Genova ha condannato in primo grado Giovanni Castellucci a 12 anni, Michele Donferri Mitelli a 11 anni e Paolo Berti a 5 anni e 6 mesi.
La posizione di Ciliberto è netta:
«Rispetto la sentenza, ma considero minima la condanna, soprattutto per chi, in quegli anni, occupava i vertici di ASPI, percepiva compensi milionari e disponeva di un potere smisurato».
Il testimone di giustizia sostiene che i massimi dirigenti fossero pienamente consapevoli di ciò che accadeva all’interno della società:
«Castellucci, Mollo e Donferri sapevano tutto. Non si metteva una virgola senza che loro ne fossero informati».
Ciliberto afferma inoltre che Donferri avrebbe incontrato periodicamente il padre di uno dei più potenti esponenti del clan D’Alessandro, conosciuto con il soprannome di “Capa Storta” e più volte condannato per reati di mafia.
Si tratta di affermazioni e circostanze riferite direttamente dal testimone di giustizia, sulle quali spetta all’autorità giudiziaria stabilire eventuali responsabilità individuali.
«La mia vita è finita nel 2011»
Mentre la giustizia compie il proprio corso, il prezzo più alto, racconta Ciliberto, continua a pagarlo chi ha deciso di non voltarsi dall’altra parte.
Essere un testimone di giustizia in Italia, secondo il suo racconto, significa spesso essere condannati alla solitudine e all’isolamento.
«Pago l’altissimo prezzo di aver perso tutto dopo aver denunciato quel sistema e quei nomi. La mia vita è devastata. Sono un sepolto vivo, condannato ad attendere una vendetta che, prima o poi, potrebbe arrivare. Le mie denunce non hanno soltanto svelato la corruzione e le anomalie costruttive, ma hanno sottratto milioni di euro alle casse della Camorra».
Il testimone riferisce di aver cercato, negli anni, un interlocutore nei nuovi vertici di Autostrade per l’Italia, scrivendo a Roberto Tomasi e ad altri rappresentanti del gruppo. La risposta ricevuta sarebbe stata negativa, motivata dall’esistenza del procedimento penale ancora in corso.
«Oggi c’è una sentenza, ma io continuo a essere considerato un loro nemico. In questa nazione chi denuncia diventa un infame, un soggetto da isolare».
Il pensiero rivolto alle 43 vittime
Nonostante la solitudine e la consapevolezza che la propria esistenza sia stata irrimediabilmente spezzata nel 2011, Gennaro Ciliberto continua a rivendicare la scelta compiuta.
«Resto sempre più convinto di aver fatto la cosa giusta».
Il suo pensiero finale rimane legato alla tragedia umana del 14 agosto 2018, quando il crollo del Ponte Morandi strappò alla vita 43 persone:
«Il mio unico pensiero va alle vittime innocenti, che nulla potrà riportare in vita: né una condanna, né un risarcimento, né una lettera di scuse».
I pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a 18 anni e 6 mesi, la più alta tra le richieste formulate nei confronti dei 57 imputati del processo. Castellucci è stato riconosciuto colpevole di crollo colposo e omicidio stradale, mentre è stato assorbito il reato di omicidio colposo semplice.
In questo libro è raccontata la storia del testimone di giustizia che ha sfidato la camorra e i sistemi economici-criminali.






