Nell’immediato secondo dopoguerra lo schermo televisivo ha contribuito ad alfabetizzare una popolazione più usa al dialetto locale che all’italiano; col boom economico, poi, ha acculturato gli italiani sull’uso dei principali prodotti industriali di consumo, con il Carosello prima e altre forme pubblicitarie, poi. Ha progressivamente sostituito i comizi nelle piazze con i talk-show, nuovo strumento di diffusione delle idee politiche, contribuendo così a formare l’opinione pubblica. Negli anni ottanta ha rappresentato il paese post-industriale a se stesso, con la pubblicità e la televisione commerciale, facendogli prendere coscienza di come fosse mutato. Ha poi cambiato lo sport e gli sportivi, la politica e i politici, il linguaggio e il modo di formare e trasferire i concetti, i sentimenti e i valori. Nell’ultimo lustro, infine, investito dalla più rilevante ondata d’innovazione tecnologica di sempre, ha iniziato a trasformarsi, fisicamente – alleggerendosi e assottigliandosi, fin quasi addirittura a sparire – e funzionalmente – aprendosi all’esterno, alla rete e alle periferiche.
Lo schermo televisivo s’è imposto prepotentemente negli stili di vita delle persone, detronizzando quei mezzi cui veniva affidato, nel passato, il compito di informare, educare e divertire. Dall’avvento dello schermo, quello della marginalizzazione è divenuto così il destino comune della scrittura, dell’ascolto collettivo della radio, della lettura dei quotidiani, dei libri e poi delle riviste. Oggi Internet sta intervenendo a rafforzare questo trend, mettendo anche in discussione – soprattutto fra i giovanissimi – il primato conquistato dallo schermo televisivo.
Fino agli anni Ottanta il brand televisivo in Italia assume una rilevanza sostanzialmente nulla: ha la sola funzione identificativa dell’editore. Un secondo passaggio epocale si ha con la costituzione del duopolio Rai – Fininvest: l’ampliamento dell’offerta nazionale di consumo televisivo, introdotto dalla televisione commerciale, segnerà un netto cambiamento, nella forma e nella sostanza, dell’intero settore. Da qui prende le mosse quel progressivo “sgretolamento” della massa indifferenziata di pubblico in gruppi di audience, che condurrà all’attualità, fatta di un’audience sia generalista che frammentata in segmenti e addirittura nicchie. Il brand televisivo inizia ad arricchire il proprio profilo d’utilità costruendo un legame di significato fra target di spettatori e singoli programmi. Il percorso di scelta dello spettatore, tuttavia, non muta di forma rispetto al passato e appare ancora lineare, sebbene su un numero maggiore di opzioni.
Una significativa discontinuità si ha con l’avvento della televisione via satellite (Tardo MediaEvo, anni 90), quando Telepiù porta in Italia il rivoluzionario concetto di una televisione che offre contenuti pregiati a pagamento. Esordisce altresì, in sordina, il concetto di piattaforma televisiva. Il brand inizia a farsi notare: Telepiù e Stream si pongono come “company brand” identificativi di una nuova possibilità di consumo, pregiata e superiore a quella free; i brand di programma iniziano a prendere forma.
Si giunge poi all’attualità, un nuovo mondo segnato anche dall’avvento del World Wide Web: il mondo 2.0 muta definitivamente il rapporto fra la tecnologia e le persone, rendendolo “caldo” e gli oggetti che lo rendono possibile, desiderabili. La frammentazione diviene il tratto caratterizzante dello scenario, arricchendo di ulteriore varietà il quadro competitivo del settore.
Le cinque forme della frammentazione televisiva
La frammentazione, nello specifico contesto televisivo, prende forma in cinque distinte modalità:
- frammentazione dell’audience televisiva: la “torta” degli ascolti quotidiani si divide oggi fra più commensali e tavoli: i grandi duopolisti (Rai e Mediaset) passano dal 93% di share degli anni novanta al 78% attuale, aumentando il numero di canali e perdendo audience a vantaggi dei nuovi player e di altri media. Questo fenomeno ha prodotto una “frattura” nel mercato televisivo, segmentandolo in:
- mainstream, l’area popolata dai canali free-to-air che, a tendere, genererà intorno ai due terzi dell’audience totale;
- focalised, l’area popolata dai nuovi canali digitali ai quali spetterà il resto;
- frammentazione dell’unità di consumo televisivo: la visione di un programma, un tempo sempre fatto sociale e aggregante, è definitivamente individualizzata e diventa attività personale, multimediale, erratica;
- frammentazione dell’offerta di contenuti: i player aumentano di numero;
- frammentazione della filiera produttiva: i modelli di business del settore cambiano, s’arricchiscono in varietà, modificando le regole di funzionamento economico e la struttura delle organizzazioni
- frammentazione della filiera distributiva: lo schermo televisivo non è più l’unico strumento sul quale passano i contenuti televisivi.
Come diretta conseguenza del manifestarsi della frammentazione, la “linearità” del percorso di scelta dei contenuti televisivi si spezza. Altri schermi simil-televisivi si aggiungono a rendere possibile la fruizione di contenuti televisivi, anche in mobilità.
È in questo quadro di moltiplicazione e frammentazione, che il brand televisivo assurge finalmente ad asset competitivo. La posta che i player d’offerta si contendono è sempre la medesima: l’audience, l’attrazione di una elevata quantità di persone, la conquista della loro attenzione e del loro tempo, la loro fedeltà di visione. L’audience è ciò che viene “venduto” agli inserzionisti, una fonte di reddito che può assumere una differente veste:
- fonte accessoria: è tale per la Rai (forte del canone), per le pay-tv e per i fornitori di canali alle piattaforme pay, come Fox Channels (che integrano i ricavi pubblicitari alle fee ricevute dagli owner delle piattaforme);
- fonte esclusiva: è tale per i player che perseguono il modello commerciale puro (come Mediaset);
Guardiamo più televisione che nel passato, ma non solo sullo schermo del televisore, accettando l’idea che per vedere certe cose si debba pagare e riempiendoci la casa di device e il divano di telecomandi.
L’Informazione in TV quanto è affidabile oggi?
Il dibattito nell’informazione televisiva italiana è oggi fortemente concentrato: poche categorie di soggetti e pochi temi assorbono la gran parte del dibattito televisivo nei programmi informativi. Su ventidue categorie di soggetti monitorati, le prime cinque rappresentano l’80% degli interventi in voce, mentre su quindici argomenti rilevati i primi cinque raggiungono il 94% del totale.
La politica interna domina l’agenda in tutti i format, con una quota pari al 62,2% nei telegiornali, al 58,9% nei programmi Extra TG e al 52,6% nei canali all news. Tra i soggetti, i protagonisti della politica sono quelli che intervengono maggiormente nei telegiornali e nei canali all news, mentre nei programmi di approfondimento prevalgono gli esponenti del mondo dell’informazione.
È quanto emerge dal primo studio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, dedicato all’analisi del “tempo di parola” e relativo al periodo 1° settembre 2024-31 agosto 2025, che misura quanto e come i diversi attori sociali e istituzionali intervengono in voce nei telegiornali, nei programmi di approfondimento e nei canali all news.
Il livello di concentrazione del tempo di parola risulta maggiore nei telegiornali rispetto ai programmi di approfondimento; è più basso della media per i TG Mediaset e per i programmi Extra TG della Rai.
Oltre alla politica, i temi cui è riservato maggiore spazio di parola sono esteri, economia, cronaca e religione, con differenze significative tra i format.
L’analisi del rapporto tra categorie di soggetti e argomenti trattati conferma la forte associazione tra ciascuna categoria di soggetti e il tema di riferimento, come nel caso dei rappresentanti politico-istituzionali con la politica interna, sulla quale si concentra quasi integralmente la loro presenza. Per altre categorie, invece, il profilo tematico è più articolato: i soggetti del mondo economico e finanziario intervengono non solo sull’economia, ma anche, in misura non marginale, su politica ed esteri; gli interventi degli esponenti religiosi e del mondo della giustizia toccano anche la politica, la cronaca e gli esteri.
Alla sua prima edizione, lo studio offre una lettura comparativa delle modalità con cui il pluralismo si riflette nella distribuzione del tempo di parola nell’informazione televisiva nazionale, integrando gli strumenti di analisi già sviluppati nell’ambito dell’Osservatorio annuale sul sistema dell’informazione.
In questo scenario, la televisione resta ampiamente diffusa, ma chiamata a misurarsi con nuove logiche di consumo e competizione. La partita si gioca sempre meno sui volumi e sempre più sulla capacità di presidiare qualità, identità e rapporto con il pubblico.
Occorre tener presente che l’informazione è oggi esposta su più fronti: da un lato nei contesti di conflitto, dove i giornalisti diventano bersagli diretti — 129 quelli uccisi nel 2025 —, dall’altro sul piano della credibilità, sempre più messa in discussione da una parte dell’opinione pubblica. Questa crescente sfiducia spinge molti utenti a mettere in dubbio i contenuti informativi e a cercare verifiche in fonti scientifiche.





