Il recente scioglimento del Comune di Castellammare di Stabia per infiltrazioni camorristiche – l’ennesimo capitolo di una cronaca locale che assomiglia sempre più a un bollettino di guerra – impone una domanda tanto dolorosa quanto ineludibile: è ancora possibile fare politica e vincere le elezioni, nel Napoletano e non solo, senza scendere a patti con la criminalità organizzata?
Le inchieste giudiziarie, i verbali dei collaboratori di giustizia e le relazioni delle prefetture descrivono una realtà in cui il confine tra legalità e criminalità è ormai ridotto a una linea d’ombra. Non parliamo solo di pacchetti di voti comprati all’ultimo minuto; parliamo di una penetrazione sistematica, culturale e strutturale all’interno della macchina pubblica.
Dalla compravendita del voto al controllo diretto delle istituzioni
Se un tempo il rapporto tra camorra e politica si basava su un mero accordo transattivo – la classica compravendita del voto per poche decine di euro o un pacco di pasta –, oggi la strategia dei clan è radicalmente cambiata. La camorra non vuole più intermediari: vuole i propri affiliati, o i propri fedelissimi, direttamente seduti in consiglio comunale.
Le liste civiche come “cavallo di Troia”
Svincolate dai rigidi controlli di partito e spesso create ad hoc in prossimità delle elezioni, le liste civiche sono diventate lo strumento perfetto per mimetizzare candidati impresentabili, nipoti di boss sanguinari o soggetti con frequentazioni quantomeno discutibili.
La memoria corta del corpo elettorale
«Cosa importa se voto il nipote di un boss o un condannato? Tanto è un amico». È questa la rassegnazione – o, peggio, la connivenza – che si respira in alcune realtà. Il voto non è vissuto come un diritto democratico o una scelta ideologica, ma come un favore personale da scambiare.
Il “referente” dentro la casa comunale
Le inchieste della magistratura svelano che il vero potere della camorra non si esaurisce il giorno delle elezioni. Una volta conquistato il Comune, scatta la fase dell’occupazione scientifica degli uffici.
Il controllo preventivo delle informazioni
Avere un dipendente comunale assunto non per merito, ma grazie a parentele mafiose, significa per il clan avere un “referente” interno. Qualcuno che vede, sente e riporta.
Sapere in anticipo come verrà strutturata una gara d’appalto, conoscere i progetti di sviluppo urbano o, banalmente, riuscire a ottenere documenti falsificati o residenze fittizie per i latitanti del clan: sono questi i reali servizi che la camorra esige in cambio del proprio appoggio elettorale.
Il silenzio dei leader e gli “anticorpi” che non bastano più
Davanti a questo scenario, il silenzio dei leader nazionali dei partiti è spesso assordante. Quando emergono foto di ministri o sottosegretari immortalati, durante inaugurazioni o feste patronali, insieme a pregiudicati e rampolli delle famiglie mafiose, la difesa è quasi sempre la stessa: «È stato un caso, non sapevo chi fosse».
Ma, in una battaglia elettorale senza regole, dove vincere a tutti i costi sembra essere l’unico imperativo, quel “non sapere” diventa una colpevole omissione. Gli anticorpi istituzionali – dalle commissioni d’accesso delle prefetture al lavoro della Commissione Antimafia – intervengono spesso quando il danno è già fatto, quando la camorra è già entrata nella politica locale «come un coltello rovente nel burro».
Inoltre, il fenomeno non è più confinato alle sole aree di origine. Come dimostrano le indagini sul clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia, la camorra ha da tempo colonizzato il Nord Italia, posizionando i propri referenti anche in molti consigli comunali settentrionali.
La fuga dei giusti: la politica non è per le persone oneste?
La conseguenza più drammatica di questa deriva è lo svuotamento democratico. Di fronte a dinamiche così inquinate, la società civile, i professionisti liberi e la gente di cultura decidono di fare un passo indietro. L’idea che «la politica sia una cosa sporca» si trasforma, da luogo comune, in una triste realtà autoavverante.
Se le persone oneste rinunciano a candidarsi per non misurarsi con i “pacchetti di voti” dei clan, lo spazio pubblico viene interamente ceduto a chi le regole non ha intenzione di rispettarle.
Per spezzare questo cerchio non bastano le sentenze dei tribunali. Serve una profonda bonifica culturale che parta dalla selezione rigorosa delle candidature da parte dei partiti e, soprattutto, dal rifiuto collettivo di considerare il voto come merce di scambio o come favore all’amico di turno. Solo così la politica potrà smettere di essere lo strumento di pochi clan e tornare a essere la casa di tutti i cittadini.
Questo doppio commissariamento consecutivo, avvenuto a distanza di pochissimi anni – e che ha colpito amministrazioni di colori politici opposti –, evidenzia come il problema delle infiltrazioni a Castellammare di Stabia vada ben oltre le singole appartenenze partitiche, toccando la struttura stessa della macchina comunale e del sistema delle liste civiche sul territorio.





