Signora Presidente del Consiglio,
Le scrivo in un momento drammatico e decisivo. Dopo le prime sentenze per il crollo del Ponte Morandi e le condanne ai vertici di ASPI — soggetti che ho denunciato da anni insieme a figure legate alla criminalità organizzata e, nello specifico, al clan di camorra D’Alessandro — la mia vita è giunta a un punto di non ritorno. La mia condanna a morte è stata decretata: non solo nei territori del clan, ma nelle stanze del potere dove la convergenza tra lobby, colletti bianchi e criminalità d’affari non perdona chi rompe l’omertà.
Aver denunciato il sistema di corruzione, le anomalie costruttive e le infiltrazioni della camorra negli appalti e nei lavori autostradali mi ha trasformato in un bersaglio. Per 15 anni ho vissuto una “non-vita”: terra bruciata attorno alla mia professionalità, l’obbligo di abbandonare la mia terra d’origine e la quotidiana privazione della libertà,aver perso il mio passato,il mio nome,la speranza di un futuro.
Da un lato, la minaccia diretta della camorra e la sua capacità di esercitare una violenza estrema; dall’altro, le pressioni di un potere colluso che annienta, isola e umilia, spingendo le persone fino al gesto estremo pur di liberarsi dal peso della vendetta. A questo si aggiungono le grave falle del sistema di protezione: omissioni, distrazioni e troppi errori che, anziché tutelare chi ha fatto il proprio dovere, lo espongono a rischi incalcolabili. Per lo Stato, pare che i diritti di un cittadino onesto valgano meno quando diventa un testimone di giustizia,dal mancata possibilità dell’esprimere un diritto come il voto,al diritto alla salute, ma sono solo due esempi, la lista è lunga e documentabile.
Signora Presidente, Lei parla frequentemente di contrasto alle mafie, di lotta alla corruzione e di memoria. Eppure, sulle figure dei testimoni di giustizia si registra un silenzio istituzionale assordante. Sembra quasi che questa figura, pur definita dalla legge, non debba esistere o debba rimanere nascosta, affinché l’opinione pubblica non conosca le condizioni reali a cui siamo condannati noi e i nostri figli, lasciati senza tutele adeguate dopo aver pagato un prezzo altissimo.
I testimoni di giustizia non vengono valorizzati; vengono usati e poi isolati, esclusi anche dal racconto e dalla memoria pubblica. Un’antimafia di facciata ha troppo spesso costruito carriere sulle vittime, mentre chi ha messo a rischio la propria vita si ritrova a dover lottare quotidianamente solo per sopravvivere nell’indifferenza.
Se mi si chiede se rifarei la mia scelta, rispondo di sì per rispetto dei principi di giustizia e libertà in cui credo. Ma devo aggiungere con amarezza che non riesco più a fidarmi di chi governa questa Nazione e continua a rispondere con il silenzio e la burocrazia.
Io la mia parte l’ho fatta fino in fondo, pagandone ogni singola conseguenza.
Ora la domanda è rivolta a Lei, Presidente Meloni: Lei e il Suo Governo cosa intendete fare per i testimoni di giustizia e per i loro figli? Garantirete finalmente protezione, dignità e giustizia a chi ha scelto lo Stato, o continuerete sulla strada dell’indifferenza?
Ciliberto Gennaro
In questo libro è raccontata la storia del testimone di giustizia che ha sfidato la camorra e i sistemi economici-criminali.






