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Scarpinato: «Giù le mani da Paolo Borsellino». Il durissimo atto d’accusa contro l’antimafia di potere

Dalla strage di via D’Amelio ai depistaggi, dai mandanti rimasti nell’ombra alla polemica sugli “eredi morali” del magistrato: l’intervento di Roberto Scarpinato scuote le coscienze e denuncia le responsabilità ancora nascoste.

by Redazione Web
28 Agosto 2026
in Wn TV
Reading Time: 8 mins read
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Roberto Scarpinato ripercorre le zone d’ombra delle stragi di Capaci e via D’Amelio, denuncia depistaggi, silenzi e complicità istituzionali e lancia un’accusa frontale contro quella politica che vorrebbe appropriarsi della memoria di Paolo Borsellino. Il suo messaggio è netto: la verità sulle stragi continua a essere negata e nessuno può trasformare il sacrificio del magistrato in una passerella del potere.



Vorrei iniziare la riflessione ricordando un fatto importante: il 21 luglio del 1992, nella cattedrale di Palermo, si svolsero alla presenza delle massime autorità e vertici politici del tempo i funerali di Stato dei cinque agenti della scorta di Paolo Borsellino che erano stati trucidati insieme a lui il 19 luglio. Quel giorno si verificò un fatto che non ha precedenti nella storia italiana e che segnò uno spartiacque storico: una folla immensa di circa 10.000 cittadini, che era raccolta intorno alla cattedrale, a un certo punto ruppe i cordoni di sicurezza della polizia e si avventò contro i rappresentanti dello Stato gridando “assassini“. Vi furono momenti di panico perché le forze di polizia temettero di non riuscire a contenere la folla che aveva cerchiato il Presidente della Repubblica e il capo della polizia.

Cosa significa questo fatto? Prima ancora che scoppiasse il caso dell’agenda rossa, prima ancora che fossimo venuti a conoscenza del depistaggio Scarantino, quelle migliaia di persone normali avevano capito che la strage di via D’Amelio non era solo una strage di mafia, ma era una strage di Stato, e per questo motivo gridavano “assassini” contro i rappresentanti dello Stato. Quel grido che è stato lanciato il 21 luglio del 1992 non si è mai spento; è arrivato sino ai nostri giorni e ogni anno, grazie a Salvatore Borsellino, alle Agende Rosse e a tutti voi, riecheggia forte qui in via D’Amelio e attesta che la frattura che si è aperta il 19 luglio del ’92 tra lo Stato e la cittadinanza non si è sanata.

E non si è sanata perché le verità, i segreti terribili che si celano dietro la strage di via D’Amelio, sono rimasti tenacemente celati. I mandanti al volto coperto di quella strage sono rimasti dentro il potere e, approfittando di questo fatto, sono rimasti operosi dietro le quinte perché quelle verità indicibili non venissero mai rivelate. Hanno fatto di tutto e di più perché questi segreti non venissero rivelati: depistaggi, sparizione di documenti scottanti, creazione di false piste. Sono state messe a tacere le bocche di quelli che conoscevano questi segreti e che avrebbero potuto rivelarli, così come è accaduto ad Antonino Gioè, trovato morto impiccato nella sua cella poco prima che potesse rivelare i segreti della strage di Capaci di cui lui era a conoscenza perché era l’uomo di collegamento con i servizi segreti.

E quindi Gioè non potrà mai dirci chi erano i personaggi che parteciparono ai sopralluoghi per la strage di Capaci, che lui vide, ma ai quali lui e gli altri uomini d’onore non si potevano avvicinare, non potevano rivolgere la parola, e che “avrebbero fatto la storia”, come gli fu detto. E Antonino Gioè non ci potrà dire chi erano i titolari del numero americano del Minnesota che per tre volte, nel pomeriggio del 23 maggio del 1992, poco prima dell’esplosione, chiamò per ricevere istruzioni. Chi erano costoro? E nessuno ci potrà neppure rivelare i segreti di cui era a conoscenza Luigi Ilardo, capo mafia di Caltanissetta, che era a conoscenza dei rapporti tra la mafia e i servizi segreti, la destra eversiva, pezzi deviati dello Stato, e che aveva anticipato ai magistrati che avrebbe rivelato questi segreti perché di lì a poco avrebbe iniziato a collaborare. Ma talpe di Stato avvisarono i mafiosi che Ilardo stava per aprire la bocca e lo assassinarono nel maggio del 1996.

Il mondo del potere che ha orchestrato le stragi di Capaci e di via D’Amelio ha messo a tacere tutte queste bocche. E questa non è una storia che riguarda solo il passato, perché nel marzo di quest’anno si è ripetuta: Bernardo Pace, importantissimo colletto bianco della mafia che conosceva i segreti di Matteo Messina Denaro e i suoi rapporti con il mondo del potere, con i servizi segreti e la massoneria deviata, aveva iniziato a collaborare e aveva detto ai magistrati: “Mi uccideranno dentro il carcere, datemi la vostra protezione. Ho deciso di collaborare perché ho il cancro e pochi mesi di vita”. Temeva di essere ucciso e rifiutava il vitto del carcere per non essere avvelenato. I magistrati di Milano hanno avvisato la direzione del carcere che rischiava di essere ucciso; lo hanno lasciato morire, l’hanno trovato morto impiccato nella sua cella con un cavo d’acciaio intorno al collo.

Quindi, dinanzi a queste ripetute esibizioni di potenza di un potere che ti può uccidere anche nella cella del carcere, è evidente e si può capire perché i boss stragisti Graviano e Bagarella, che si trovano all’interno del carcere, sono assolutamente consapevoli che non possono rivelare i segreti di cui sono portatori perché probabilmente farebbero la stessa fine; e quindi sono rassegnati a sperare di uscire alla chetichella dal carcere anche senza collaborare, grazie alle nuove leggi che hanno fatto. Questi mondi del potere hanno operato in questo modo e tutto questo lo sappiamo, però quest’anno c’è una novità, una novità che ci fa capire che stiamo facendo un salto indietro. Qual è questa novità? Sino ad oggi questi mondi del potere avevano rispettato una tacita convenzione, un tacito patto. Questa tacita convenzione stabiliva che, sino a quando lo Stato non avesse portato alla luce le verità indicibili dietro le stragi, questa via D’Amelio il 19 luglio sarebbe rimasta uno spazio off-limits, interdetto alle cerimonie di palazzo, all’antimafia da vetrina e da passerella, alla vuota retorica di Stato.

Questa tacita convenzione stabiliva che il 19 luglio da questa via D’Amelio devono tenersi lontani i “sepolcri imbiancati” del mondo del potere, che si battono il petto per “il povero Paolo” ucciso dai “brutti, sporchi e cattivi”, che ci fanno i predicozzi sulla cultura della legalità e poi, spenti i riflettori, continuano a esercitare il potere grazie al sostegno di colletti bianchi condannati con sentenza definitiva per collusione con la mafia come Marcello Dell’Utri, come Salvatore Cuffaro. Sepolcri imbiancati che sono invischiati in mille storie di corruzione e che sono tra le prime file delle autorità di quelli che fanno le cerimonie pubbliche nei palazzi per commemorare Paolo Borsellino; che continuano a costruire il loro potere con il voto di scambio con i mafiosi.

La giunta Schifani ha battuto il record nazionale di vicepresidenti della regione, consiglieri regionali, assessori e alti dirigenti incriminati per corruzione e associazione a delinquere; tra poco non potranno più fare le votazioni perché mancherà il numero legale. È una corsa contro il tempo: da quando questa maggioranza si è insediata al potere, ha fatto di tutto per garantire la libertà di abuso di ufficio, la libertà di corruzione, abrogando l’abuso di ufficio, ridimensionando il traffico di influenze, limitando in tutti i modi possibili i poteri di intercettazione. Ma, nonostante ciò, continuano a farsi beccare.

Ecco, tutti costoro, i loro reggicoda, i loro maggiordomi, sino ad oggi avevano rispettato questa tacita convenzione e qui il 19 luglio non osavano mettere piede. Si facevano le loro cerimonie di vuota retorica nei palazzi, ma qui non venivano. E quest’anno invece è successo qualcosa di diverso: quest’anno hanno deciso di prendersi anche questo spazio. E se non fosse stato per Salvatore Borsellino, sarebbero qui; sarebbero qui su questo palco, sarebbero al vostro posto a dirci cosa c’è dietro la strage di via D’Amelio, e rivendicano di salire su questo palco, di prendere il vostro posto, perché si autoqualificano come i veri eredi morali di Paolo Borsellino.

Ma dunque, vediamole quali sono le qualità morali di questi eredi di Paolo Borsellino. A quali mondi appartengono? Appartengono a quella Commissione Antimafia di cui hai parlato, una Commissione Antimafia che in questi tre anni ha impedito in tutti i modi di fare qualsiasi indagine conoscitiva sui mandanti, sui complici, sui depistaggi, perché non si possono permettere indagini che portano direttamente a casa loro. Chi sono costoro che si dicono eredi morali di Paolo Borsellino e che vogliono prendere il vostro posto? Sono quelli che in questi anni hanno alimentato una campagna di fango e di delegittimazione nei confronti di tutti i magistrati che non si sono limitati a identificare e a condannare gli esecutori mafiosi, ma che hanno cercato di individuare anche i mandanti esterni. Questi magistrati sono stati estromessi dai gruppi di lavoro sulle stragi, sono stati sottoposti a lunghi procedimenti disciplinari, sono stati penalizzati nella carriera, sono stati oggetto di campagne di fango alimentate dai giornali che appartengono all’area culturale di questi che vogliono venire qui a prendere il vostro posto. Il messaggio che viene da questi mondi è: “Magistrato, vuoi fare una vita tranquilla? Vuoi fare carriera? Allora non ti occupare di questo tipo di indagini, occupati delle estorsioni”. Questo vogliono venirci a dire qui su questo palco.

Chi sono questi che vogliono prendere il vostro posto in queste sedie? Sono i “compagni di merenda” e gli estimatori di personaggi come Marcello Dell’Utri, come il senatore Antonino D’Alì di Forza Italia, sottosegretario agli interni condannato per collusione con Matteo Messina Denaro e con Riina. Tajani, ministro degli esteri (indicato come interni nel discorso), segretario di Forza Italia, nella campagna per il referendum del marzo scorso invitava a votare “sì” perché non si potessero ripetere più casi di mala giustizia come quelli che avevano portato alla condanna di Marcello Dell’Utri, vittima di una magistratura politicizzata. Sono questi i discorsi che vogliono venire a fare qui?

Sono questi gli eredi morali di Paolo Borsellino? Ma chi sono questi che vogliono prendere il vostro posto qui? Sono quelli che sono ammiratori e seguaci di personaggi che hanno fatto le stragi neofasciste di Bologna, di Brescia, di Milano. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel 2007 ha partecipato ai funerali di Nico Azzi, estremista di destra che era salito nel 1973 sul treno Torino-Roma con una carica di tritolo per farlo saltare in aria e non c’è riuscito per un puro accidente. Il presidente del Senato vuole venire qui a dire che lui è erede di Paolo Borsellino? Lui che va col saluto fascista a dare onore a un terrorista?

Loro vogliono venire qui… Ma chi? Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha sempre manifestato la propria assoluta ammirazione per Pino Rauti, ex componente della Repubblica di Salò che definì la democrazia una “malattia dello spirito”, che fondò Ordine Nuovo dalle cui fila sono usciti tanti di quelli che sono stati condannati per le stragi? Ma chi? Chiara Colosimo vuole venire qui a dirci che è erede di Paolo Borsellino, lei che si è fatta fotografare con uno stragista, Ciavardini?

Voi siete gli eredi morali di Paolo Borsellino, voi che ogni 19 luglio da tutta Italia venite, dalla Sardegna, da Bologna… È per questa Italia che Paolo Borsellino si è fatto uccidere, non per la loro Italia di corrotti, di mafiosi, di fascisti! Non ci sono due antimafia, ce n’è una sola: è quella di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone. La loro è la complicità con la mafia, con la corruzione, con i fascisti. Non facciamo confusione: giù le mani da Paolo Borsellino! No!


Antonio Ingroia: «Via D’Amelio fu una strage di Stato. Certe commemorazioni tradiscono la memoria di Borsellino»

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