Al Festival “Arièl a Castello”, il giornalista e scrittore ha presentato il volume vincitore della seconda edizione del Premio nazionale Pier Paolo Pasolini.
Nel dialogo con Paolo De Chiara, un viaggio tra clientele, affari, potere economico, astensionismo e diritti trasformati in concessioni.
CASOLI (CHIETI) – I diritti trasformati in concessioni, l’interesse particolare anteposto al bene comune, la politica sempre più subordinata al potere economico e cittadini progressivamente allontanati dalle urne. È il ritratto di un Paese ferito quello emerso al Castello Ducale di Casoli, durante la presentazione del libro “L’Italia dei favori” di Stefano Tamburini. L’incontro, inserito nella dodicesima edizione del Festival letterario dannunziano “Arièl a Castello”, è stato voluto e organizzato dall’Amministrazione comunale di Casoli. A dialogare con l’autore è stato il giornalista d’inchiesta Paolo De Chiara, direttore di WordNews.it e presidente dell’associazione antimafie e antiusura Dioghenes APS.
Pubblicato da Il Foglio Letterario Edizioni, con la prefazione di Giustino Parisse, il volume ha conquistato il primo posto nella sezione letteraria della seconda edizione del Premio nazionale Pier Paolo Pasolini, celebrata nel giugno scorso alla Palazzina Liberty di Venafro.
Tamburini ha spiegato di aver raccolto nel volume otto grandi storie, tutte conosciute e vissute direttamente durante la sua lunga esperienza professionale nei quotidiani locali italiani.
«Ho scelto storie che ho vissuto io, perché nessuno possa dirmi che non è così. Non me le ha raccontate nessuno: è tutta roba che ho vissuto e visto».
Le vicende attraversano territori e stagioni politiche differenti, dall’Abruzzo a Salerno, da Rimini a Milano, fino al mondo delle federazioni sportive e dei grandi eventi. Cambiano i luoghi, i protagonisti e i partiti, ma resta una struttura riconoscibile: l’utilizzo della cosa pubblica come terreno di scambio, consenso e convenienza.
«Questo libro è un atto d’amore per la vera politica. La maggior parte delle persone che fanno politica non sono quelle che appaiono in televisione. Esiste l’impegno di tanti sindaci per i quali amministrare significa responsabilità e non convenienza».
La legalità non basta senza l’etica pubblica
Uno dei passaggi centrali dell’incontro ha riguardato la distanza tra responsabilità penale e responsabilità politica.
Un comportamento può non costituire reato, oppure non condurre a una condanna definitiva, ma restare comunque incompatibile con i principi dell’etica pubblica, della trasparenza e della corretta amministrazione.
«Non possiamo giudicare una storia soltanto sulla base del suo esito giudiziario. Anche quando un’operazione non viene considerata illegale, bisogna chiedersi se sia giusta, opportuna e rispettosa dei cittadini».
L’assoluzione giudiziaria, dunque, non può essere utilizzata come una patente automatica di correttezza politica. Il tribunale stabilisce se sia stato commesso un reato; ai cittadini resta il diritto di valutare il modo in cui sono stati gestiti il denaro pubblico, il territorio e le istituzioni.
Dai diritti alle concessioni
Il favore non è soltanto una pratica clientelare. È uno strumento di controllo sociale.
Il risultato è uno Stato nello Stato, fondato non sulle regole valide per tutti, ma sulla vicinanza a chi governa.
È un sistema che si mostra forte con i deboli e arrendevole davanti ai potenti; che promette sviluppo mentre impoverisce i territori; che distribuisce poche briciole alla collettività mentre concentra vantaggi e ricchezze nelle mani di gruppi sempre più ristretti.
Quando gli affari uniscono maggioranza e opposizione
Nel dialogo con De Chiara, Tamburini ha ricordato diverse operazioni urbanistiche e sportive nelle quali gli interessi economici sono riusciti a superare le tradizionali divisioni politiche.
Uno degli esempi affrontati riguarda il progetto per la costruzione di un nuovo stadio a Rimini, presentato come un’occasione per la città e per i tifosi. Dietro la retorica sportiva, secondo la ricostruzione dell’autore, emergevano concessioni edilizie, terreni, subappalti e una complessa rete di interessi trasversali.
«Quando si organizza una grande operazione, spesso si cerca di far mangiare tutti. A quel punto maggioranza e opposizione smettono improvvisamente di essere avversarie».
La politica subordinata al potere economico
Dalla discussione è emerso un cambiamento profondo rispetto alla stagione di Tangentopoli. Allora era spesso la politica a chiedere denaro agli imprenditori in cambio degli appalti. Oggi, secondo Tamburini, il rapporto si sarebbe in larga parte rovesciato.
È il potere economico a imporre le proprie priorità alla politica, orientando scelte energetiche, infrastrutturali e industriali. Le istituzioni rischiano così di diventare esecutrici di decisioni maturate altrove.
«Oggi chi deve fare gli affari dice alla politica cosa deve realizzare. E poi contribuisce, direttamente o indirettamente, a mantenerla al potere».
Anche l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è stata riletta criticamente. Una battaglia sostenuta in passato in nome della trasparenza potrebbe aver aumentato la dipendenza della politica dai finanziatori privati.
Informazione, pubblicità e silenzi
Il ruolo dell’informazione è stato uno dei punti più duri dell’incontro.
Le grandi società energetiche, finanziarie e industriali investono ingenti risorse pubblicitarie sui mezzi di comunicazione. Questa dipendenza economica può condizionare l’autonomia delle redazioni e restringere lo spazio riservato alle inchieste più scomode.
«Una società non informata è già fuori da ogni forma di democrazia».
Senza la possibilità di conoscere i fatti, verificare le decisioni e comprendere chi trae vantaggio dalle scelte pubbliche, il cittadino non è realmente libero. Può votare, ma lo fa all’interno di una realtà deformata da omissioni, narrazioni interessate e campagne di comunicazione.
La libertà di stampa, quindi, non riguarda soltanto i giornalisti: è il presupposto della partecipazione democratica.
Pasolini e il Paese “orribilmente sporco”
Il confronto ha richiamato inevitabilmente Pier Paolo Pasolini, al quale è dedicato il Premio vinto da Tamburini.
Poco prima di morire, Pasolini descrisse l’Italia come un Paese «orribilmente sporco».
«Quello che diceva Pasolini esiste ancora sotto altre forme. Tutto cambia perché nulla cambi: si trasformano i metodi, ma l’essenza resta la stessa».
Un Paese migliore di chi lo rappresenta
Nonostante il quadro severo, Tamburini ha rifiutato l’idea di un’Italia irrimediabilmente perduta.
Il Paese reale, ha sottolineato, è spesso migliore della sua rappresentazione. Esiste un tessuto civile composto da volontari, dipendenti pubblici responsabili, amministratori onesti, associazioni e cittadini che continuano a difendere silenziosamente il bene comune.
«Il Paese esiste ancora come essenza e questo dà speranza. È proprio per questo che vale la pena scuoterlo».
«Un granello di sabbia»
Nelle battute finali, il confronto si è concentrato sulla crescita delle disuguaglianze e sulla necessità di ricostruire una visione collettiva del futuro.
Una società nella quale pochi accumulano ricchezze immense mentre una parte crescente della popolazione scivola nella povertà non può restare stabile all’infinito. L’alternativa non è costruire fortezze per proteggere i privilegi, ma distribuire opportunità, diritti e benessere.
Il messaggio conclusivo è netto: nessuno può salvarsi da solo.
«Quel libro è un granello di sabbia in mezzo a una spiaggia. Però penso che qualcosa possa fare. Ed è proprio questo che mi impedisce di tirarmi indietro».

Il volume e la vittoria ottenuta da Tamburini al Premio Pasolini sono documentati nella scheda editoriale e nel resoconto della seconda edizione pubblicato da WordNews.it.
Il programma di “Arièl a Castello” è disponibile nell’articolo di presentazione del Festival.



