Tra celebrazioni di palazzo e ritiri dello Stato: il costo reale della stabilità di governo su sanità, scuola, salute mentale e tutela delle donne.
Mentre i riflettori si accendono sulla ricorrenza istituzionale che si terrà oggi 4 settembre a Bari per celebrare l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni come il più duraturo nella storia della Repubblica, un altro quadro, decisamente più cupo e reale, emerge dalle cronache del Paese e dai dati statistici. Il contrasto tra l’autocelebrazione del potere e la drammatica tenuta dei servizi fondamentali non è mai stato così lacerante. Da un lato la propaganda della stabilità istituzionale elevata a valore supremo, dall’altro la progressiva, inesorabile smobilitazione della sanità, della scuola e della sicurezza sociale dei cittadini.
I numeri fotografati dall’ultimo report della Fondazione Gimbe non lasciano spazio ad interpretazioni di “comodo”. L’Italia si ritrova desolatamente all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite, scivolando persino al quinto posto tra le ventisette nazioni europee dell’area OCSE. Il dato relativo all’incidenza della spesa sul Prodotto Interno Lordo segna una flessione al 6,2%, un valore in costante calo e distante anni luce dalla media europea e OCSE, che viaggia stabilmente attorno al 7,1%. Questa contrazione contabile si traduce in un vero e proprio impoverimento collettivo. Quando il servizio pubblico arretra, l’unica alternativa diventa il ricorso alle strutture private, con quasi un italiano su dieci costretto ormai a rinunciarvi del tutto o a indebitarsi pur di curarsi. Il diritto alla salute, solennemente protetto dalla Costituzione, si sta trasformando in un bene di lusso riservato a chi se lo può permettere.
Ma l’arretramento dello Stato non si arresta tra le corsie degli ospedali. C’è un’altra emergenza, profonda e strutturale, che continua ad essere derubricata a pura fatalità di cronaca nera, la drammatica violenza di genere. Proprio mentre si apparecchiano i festeggiamenti di governo, la cronaca più recente ci strappa l’ennesimo e atroce tributo di sangue, con la tragedia consumatasi ieri sull’autostrada A1, dove l’ennesimo femminicidio-suicidio ha spezzato una vita in un delirio di possesso e violenza. Di fronte a questa strage continua, la risposta istituzionale appare ancora tragicamente insufficiente. La tutela delle donne non può limitarsi agli slogan da propaganda o a inasprimenti delle pene a tragedia avvenuta; richiede una rete capillare di supporto, centri antiviolenza adeguatamente finanziati, forze dell’ordine e magistratura formate in modo specifico per intervenire prima del punto di non ritorno.
In questo scenario di abbandono si inserisce la totale assenza di politiche efficaci sulla salute mentale. In una società attraversata da fragilità crescenti, da ansia sociale e da un disagio diffuso, l’assistenza psicologica e psichiatrica pubblica resta un miraggio, un lusso privato o una periferia dimenticata dalle risorse dello Stato. I dipartimenti di salute mentale sono svuotati di personale, mentre le famiglie vengono lasciate sole a gestire un carico emotivo ed economico devastante, senza che lo Stato intervenga con un sistema di supporto strutturato e accessibile a tutti.
Infine, non vi è futuro possibile senza una scuola pubblica forte e tutelata, altro pilastro colpevolmente trascurato nelle priorità della spesa pubblica. L’istruzione, che dovrebbe rappresentare il principale motore di mobilità sociale, l’argine all’analfabetismo funzionale e il terreno fertile per la prevenzione culturale contro la violenza di genere, si ritrova invece soffocata da tagli, precariato e strutture scolastiche spesso inadeguate. Tagliare sull’istruzione significa rinunciare a formare cittadini liberi e consapevoli, riducendo l’insegnamento a un mero adempimento burocratico.
Se ci si interroga su cosa abbia prodotto la continuità dell’azione di governo in questi anni, la risposta non può prescindere da questo spaccato di realtà. La longevità politica rischia di rivelarsi un guscio vuoto se la stabilità decisionale non viene tradotta in un potenziamento concreto dei servizi primari. Celebrare la durata ed il primato di permanenza nei palazzi del potere mentre si sgretolano la sanità, la scuola, la salute mentale e la sicurezza sociale dei cittadini significa nascondere la testa sotto la sabbia. La vera forza di una democrazia e la maturità di una classe dirigente non si calcolano sui giorni trascorsi sulle poltrone del governo, ma sulla capacità di difendere la vita, la dignità e la salute di chi quel potere lo ha delegato.



