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Coronavirus e Democrazia: intervista al Professor Mauro Volpi

by Redazione Web
30 Marzo 2020
in L'Opinione
Reading Time: 5 mins read
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In questo periodo di emergenza a causa del coronavirus, molte cose sono cambiate. Facciamo i conti con un realtà tristemente modificata, con restrizioni personali, cambiamenti nella vita di tutti i giorni, dalla libertà limitata negli spostamenti, alla privazione del lavoro, alla costrizione nelle relazioni sociali.
Anche la politica è cambiata: una gestione emergenziale e di urgenza, dove il Governo vede rafforzato il proprio ruolo spesso a discapito della rappresentanza Parlamentare. Tutto questo crea una percezione alterata della realtà e non manca chi intravede in questo nuovo mondo un rischio per la «tenuta democratica». Ne abbiamo parlato con Mauro Volpi, Costituzionalista. 

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Professor Volpi, la Costituzione prevede e giustifica limitazioni delle libertà personali in momenti di evidente emergenza come quello che stiamo vivendo a causa del covid19?

«Nella Costituzione vi sono varie norme che giustificano limitazioni ai diritti di libertà. L’art.16 prevede che la legge possa porre limitazioni alla libertà di circolazione “per motivi di sanità o di sicurezza”. L’art.17 stabilisce che le riunioni in luogo pubblico possano essere vietate “per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. Inoltre la tutela della salute può costituire un limite anche all’iniziativa economica privata che non può svolgersi “in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41). Più in generale sono pienamente giustificati la chiusura delle attività economiche non indispensabili per la garanzia di servizi essenziali e il dovere di apprestare in tutti i luoghi di lavoro le condizioni di sicurezza richieste dalla diffusione del contagio. Più in generale il diritto alla salute sia come diritto fondamentale dell’individuo sia come interesse della collettività (art. 32) prevale su ogni altra libertà e quindi ciò giustifica in situazioni estreme come quella attuale la compressione degli altri diritti. Tuttavia questa deve essere eccezionale e temporanea, quindi destinata a durare finché sussista la situazione che l’ha determinata, e proporzionata (evitando ad esempio di sanzionare chi fa una passeggiata non lontano dalla propria abitazione)».

Qualcuno parla di "democrazia a rischio" in questo momento con un Parlamento che si riunisce poco o affatto e un Governo con poteri quasi esclusivi. Lei intravede questo rischio?

«Siamo entrati in uno stato di emergenza che non è espressamente contemplato dalla Costituzione. Tuttavia questa prevede tre situazioni di eccezione che conferiscono al Governo poteri eccezionali: l’art. 77 attribuisce all’esecutivo il potere di adottare decreti-legge immediatamente efficaci “in casi straordinari di necessità e di urgenza”, l’art. 78 stabilisce che lo stato di guerra è deliberato dalle Camere che “conferiscono al Governo i poteri necessari”, l’art. 120 prevede che il Governo possa sostituirsi agli organi delle autonomie territoriali in vari casi, tra i quali il “pericolo per l’incolumità e la sicurezza pubblica”. In tutte queste ipotesi è previsto l’intervento del Parlamento immediatamente successivo o preventivo rispetto a quello del Governo. Inoltre non è mai consentito che al Governo possano essere attribuiti i “pieni poteri”, che è un istituto estraneo alla Costituzione e alla democrazia, al quale non a caso sta facendo ricorso il Primo ministro ungherese teorizzatore della “democrazia illiberale”. I poteri attribuiti al Governo sono quelli necessari a rispondere alla situazione di eccezionalità e non possono trasformarlo in un potere assoluto.

Cosa è avvenuto in Italia? Il Governo ha fatto correttamente ricorso a vari decreti-legge che devono essere convertiti in legge dal Parlamento. Ancora più numerosi sono stati i DCPM (decreti del Presidente del Consiglio dei ministri) che sono atti regolamentari non soggetti al controllo del Presidente della Repubblica e del Parlamento e quindi sono ammissibili solo entro il perimetro stabilito dai decreti-legge. Non c’è dubbio che in una situazione di emergenza il Governo sia al centro della scena, ma ciò è in larga misura inevitabile. Maggiore preoccupazione suscita lo stato del Parlamento in quanto le Camere ad oggi si sono riunite solo in due occasioni e a ranghi ridotti. A parte la necessità di adottare le misure di sicurezza, si può anche discutere del ricorso alla delega del voto o a strumenti digitali per i parlamentari impossibilitati a partecipare, ma una cosa è certa: le Camere devono riunirsi e provvedere all’esercizio delle loro competenze e in particolare di quelle di controllo nei confronti del Governo. Lo richiede la difesa della democrazia, specialmente in una forma di governo parlamentare come la nostra, e il dovere di fare fronte ai propri compiti così come stano facendo milioni di cittadini impegnati nell’assistenza ai malati e nell’espletamento di servizi essenziali a favore della comunità». 

Cosa accadrà quando finirà tutto questo? In particolare la richiesta, da parte delle tre più forti Regioni del Nord, dell'autonomia differenziata si rafforzerà o verrà accantonata?

«La tremenda esperienza che viviamo oggi deve aiutarci a modificare il nostro futuro. A questo proposito trovo riduttivi e anche preoccupanti commenti, come quelli di Veltroni e di Galli della Loggia pubblicati nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, che in nome della semplificazione e della velocità, puntano tutto sul rafforzamento del Governo e dell’uomo posto al suo vertice. Forse si dovrebbe misurare quanti danni stiano facendo nel mondo i cosiddetti leader “forti”, tanto auspicati, che hanno deciso liberamente le politiche da seguire, a fronte di un Presidente del Consiglio come quello italiano che ha agito con pazienza e moderazione e in concertazione con i ministri, le autonomie territoriali e gli organismi tecnico-scientifici (quella con le opposizioni dipende dalla disponibilità reciproca a un confronto collaborativo e costruttivo).

Dopo il superamento dell’emergenza bisogna volare alto, rinnovando le politiche istituzionali (con la rivitalizzazione di un Parlamento ridotto negli ultimi decenni a organo di mera ratifica della volontà del Governo), partecipative (con un sistema elettorale rappresentativo e che dia agli elettori l’effettiva libertà di scegliere i parlamentari), socio-economiche (con misure destinate a affrontare i problemi del lavoro e della precarietà e con investimenti anche in deficit volti a mettere in sicurezza il territorio, a salvaguardare l’ambiente, a rafforzare il sistema sanitario e quello della istruzione, della ricerca e della cultura). Dico con chiarezza che l’autonomia differenziata non può rientrare in questo quadro. Oggi solo un folle alla luce di quanto è accaduto potrebbe pensare che l’attribuzione integrale ad alcune Regioni della sanità, della scuola, della valorizzazione della cultura e dell’ambiente, delle infrastrutture, rafforzerebbe la tutela della popolazione nazionale e delle comunità locali. Lo Stato deve quindi avere la priorità negli interventi necessari e il suo rapporto con le Regioni va ridefinito nel suo insieme senza squilibri fra territori».

Qualche Presidente di regione sta prospettando l'intervento dell'esercito sulle strade per far rispettare le normative imposte per evitare il diffondersi del contagio: lo considera un elemento di pericolo per la libertà dei singoli come sostengono alcuni?

«Penso che l’intervento di militari possa essere consentito solo se è concepito come stretto supporto dell’azione delle forze di polizia e di sicurezza e gli organi statali  locali di pubblica sicurezza devono vigilare perché questo accada».

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2020-03-30 15:41:46

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