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Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»

by Paolo De Chiara
22 Dicembre 2020
in Attualità
Reading Time: 6 mins read
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CASTEL DEL GIUDICE (Isernia). «Aiutateci, non sappiamo a chi rivolgerci». Questo è l’invito di una operatrice sanitaria, messa in quarantena, per aver contratto il virus sul luogo di lavoro. «Si sarebbe sviluppato – apprendiamo – un importante cluster di diffusione da virus Covid 19». In mattinata abbiamo ricevuto una nota da parte del segretario generale della FP Cgil Molise, Antonio Amantini. «Sembrerebbe che numerosi operatori e ospiti siano risultati positivi a tale virus, e siano nell’impossibilità di lasciare la struttura, senza che nessuno abbia contezza in merito alle terapie e alle procedure utilizzate per la cura e per il contenimento del contagio». La comunicazione è stata, inoltre, inviata al Prefetto di Isernia, al direttore generale della Asrem e ai Nas di Campobasso. «Chiediamo – scrive Amantini – un urgente intervento a tutela della salute degli operatori, degli utenti e della cittadinanza tutta.»

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Ma cosa sta succedendo nelle due strutture (una RSA e una casa alloggio) di Castel del Giudice? Abbiamo contattato l’operatrice sanitaria che ha cercato aiuto. Non sveleremo il suo nome reale, rispettiamo la sua scelta di rimanere in anonimato. E la chiameremo Maria. «Noi siamo all’incirca 26/27 persone che lavorano all’interno delle due strutture». In questo numero, come ci ha spiegato la donna, rientrano gli infermieri, le donne delle pulizie, gli OSS, la cuoca, la coordinatrice». E i pazienti? «Quelli rimasti si aggirano intorno ai 13 per la RSA e 6 o 7 per la Casa di riposo. Alla RSA tre sono già morti. L’ultimo aveva 81 anni, in questi giorni ha chiamato la figlia e voleva sapere come è morto suo padre. Gli altri sono tutti contagiati. C’è un paziente intubato, trasferito a L’Aquila e un altro sta morendo dentro la struttura. Ne sono rimasti tredici, così mi diceva ieri un mio collega.»

 

Per Maria i primi casi si sono registrati agli inizi di dicembre. «Ma non è stato fatto niente. Poi è diventato tutto Covid. Noi, con tutti loro. Sarebbe il caso di andare in fondo». Maria è una donna combattiva, le sue parole sono chiare e dure. «Noi sappiamo come è entrato là dentro il Covid. In queste strutture da marzo non è entrato più nessuno. Ultimamente se entrava qualcuno era sempre a prenotazione, a distanza e con le dovute cautele. Una persona alla volta. Siamo stati attenti su tutto, ci siamo attenuti a tutte le regole». E allora cosa è successo? Perché oggi le due strutture sono state blindate? «Abbiamo scoperto che queste regole sono state violate, da qualcuna di noi. Questa persona è stata a contatto con i suoi familiari con la febbre, è tornata in struttura, ha fatto i suoi turni e dopodiché ha telefonato dicendo che era positiva. Attualmente non fanno uscire nessuno. C’è la cuoca che è stremata. Dal giorno in cui dovevo rientrare a lavorare, il 12 dicembre, stanno tutti chiusi dentro. Sono tutti positivi. Ma si può lavorare in queste condizioni?».

 

Nelle due strutture lavorano gli stessi operatori. E una parte della gestione è partecipata dal Comune di Castel del Giudice. «Per me la responsabilità – aggiunge Maria – è del Sindaco. E comunque si deve andare in fondo. Noi sappiamo chi ha portato il virus nella struttura. Noi ci abbiamo rimesso la salute e la faccia. Questo argomento è tabù a Castel del Giudice. C’è un ragazzo che ha il padre che sta morendo e lui non può uscire dalla struttura. Ha minacciato di licenziarsi. Stanno lavorando, stanno tutti male. Non c’è un medico. Chiamano ogni tanto, fai questo, fai quell’altro…».

 

E chi assiste i pazienti? «Gli assistenti e gli operatori».

L’appello della donna è drammatico: «chiediamo aiuto alla giustizia. Stiamo rischiando le nostre vite. Devono chiudere, trasferire i pazienti e disinfestare tutto. E ricominciare da capo. È diventato un circolo vizioso, sono tutti malati. Così non ne usciamo vivi. Abbiamo bisogno di aiuto, ci dovete aiutare.»

 

La signora Maria ha citato il Sindaco Gentile. Per correttezza abbiamo raccolto anche il suo punto di vista. «Questa struttura è partecipata anche dal Comune. Ho letto la nota del sindacato, ma io ho già fatto – di comune accordo con la Asrem – il soggiorno obbligatorio, per evitare un contagio esterno. Le persone presenti nelle strutture non possono uscire fuori». Sono tutti in quarantena. «Per evitare una contaminazione integrale. L’Asrem si reca nelle strutture per fare i tamponi. Sono due le strutture, per un totale di 27/30 pazienti. I dipendenti sono una quindicina. Ci sono stati dei decessi, un paziente è stato portato al Cardarelli. Parliamo di persone anziane, con problemi molto pesanti. Ho anticipato la nota del sindacato. Già dal 7 dicembre ho fatto la nota al prefetto. Ho chiesto supporto alla Asrem e alla protezione civile. Nessuno è stato abbandonato. Sto lavorando notte e giorno su queste problematiche».

Quanti sono i positivi all’interno di queste strutture? «Sono quasi tutti positivi. Ne basta uno per scatenare i contagi».

 

Lei ha blindato le due strutture. Quale sarà il prossimo step? «È tutto blindato, fino al 27 dicembre. Quando ci sarà un altro giro di tamponi».

È prevista una sanificazione della struttura? «E come facciamo con i dipendenti e con gli ospiti dentro. La sanificazione è naturale. Non è questo il problema. Ci sono persone anziane, spero che la situazione si sia stabilizzata. Continueremo a fare i tamponi. Il controllo esiste, con tutte le difficoltà che conosciamo. Il problema è che tutti hanno preso il virus».

Ma come si è diffuso il virus? «Non lo so, forse tra qualche operatore. Noi abbiamo blindato da febbraio. Abbiamo fatto di tutto e di più, ma basta veramente poco. Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem».

 

I parenti dei pazienti conoscono queste problematiche? «Il rapporto è di trasparenza, di comunicazione. Informiamo i parenti, sono coinvolti per ogni nostra decisione. Mi è dispiaciuta la nota del sindacato. Prima di sparare bisogna informarsi. A me non interessa, l’importante è stare apposto con la propria coscienza.»

 

Ma per un’altra operatrice, che chiameremo Luisa, le responsabilità sono da addebitare proprio al primo cittadino. Anche lei è in quarantena, presso la sua abitazione. Per l’infermiera della RSA San Nicola «la situazione è desolante. Non è bello sentire i colleghi che vorrebbero lasciare il lavoro. Sono esausti, non ce la fanno più. Quello che stiamo vivendo è peggio di un incubo. È già passata una settimana dall’ordinanza del Sindaco». Ma cosa poteva e doveva fare il primo cittadino? «Ci doveva tutelare».

 

Cosa significa? «Ci sono stati forniti dei dispositivi di protezione che non erano idonei. Non riuscivo a capire come ho contratto il virus e, poi, ho scoperto che la tuta era buona solo per evitare la polvere. La visiera, le mascherine e i guanti erano a norma. Ma la tuta non è servita a nulla. La scelta della chiusura doveva essere presa prima. Tre persone sono decedute. I miei colleghi non ce la fanno più. Non è giusto lavorare in queste condizioni.»                          

 

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

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2020-12-22 17:28:27

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Paolo De Chiara

FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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