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Il silenzio li ha resi complici, la verità la conoscono e devono solo raccontarla

by Alessio Di Florio
12 Gennaio 2023
in Mafie
Reading Time: 6 mins read
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Quarant’anni, una tappa fondamentale nella vita di ogni persona.

A quarant’anni si giunge definitivamente nell’età adulta, l’età dei primi bilanci, della gioventù che s’avvia verso il tramonto, la consapevolezza della maturità, di una vita già piena di sogni, ideali, progetti, esperienze.

Ci sono persone a cui tutto questo è stato strappato via, in cui queste fasi della vita sono state negate. Saranno quarant’anni esatti, tra pochi mesi, dal giorno in cui fu fatta scomparire Emanuela Orlandi.

L’Italia è il Paese dei depistaggi, delle trame, degli intrighi, dei misteri mai svelati. Cosa è stato di Emanuela Orlandi? In questi otto lustri abbiamo assistito a tutto e al contrario di tutto, sono fiorite ipotesi, rivelazioni che non rivelavano, crudeli bufale, irreali proposizioni di “verità” che della verità reale non sono neanche lontani parenti.

Interrogarsi, esercitare l’arte del dubbio, chiedere verità e giustizia dovrebbe essere impegno civile, umano, di ogni persona dotata di coscienza.

Che è sempre più rara in quest’Italia descritta da Pasolini, dominata da potenti maschere «imbrattate di sangue» (non più vagamente ma sempre più in decenni di stragi, mafia, depistaggi, giochi di potere che hanno assassinato, trucidato, violentato, perpetrato i crimini più orrendi e disumani) e dalla frenesia della colpevole incoscienza.

Esercitare l’arte del dubbio, dell’impegno civico e allo stesso tempo del rispetto più profondo.

Alla pluridecennale vicenda di Emanuela Orlandi ci si deve accostare con profondo rispetto, senza inerpicarsi in ricostruzioni che non ricostruiscono, in facili verità che tali non sono, in retoriche che aumentano solo la nebbia e la confusione. Su Emanuela Orlandi, sul suo possibile destino, su pupi e pupari che hanno i fili che hanno ingabbiato la sua giovane esistenza troppa la letteratura fiorita negli anni che non ha mostrato nessun rispetto per verità, giustizia, per il dramma della famiglia, per lei stessa.

Siamo nati, ormai tre anni fa, con l’obiettivo e l’impegno di raccontare quel che in questo Paese è considerato indicibile, per schierarci nell’agorà civile in ben precise direzioni, per cercare di essere voce non ovunque ma lì dove le nostre coscienze impongono di darlo. Ricordare Emanuela Orlandi, dare voce alla lotta della famiglia e di coloro che realmente continuano ad impegnarsi, per una realtà come la nostra è prioritario, è la mission come direbbero oggi certuni.

E proprio per questo crediamo doveroso farlo con il massimo rispetto, senza rischiare di aggiungerci al cicaleccio dei cicisbei, dei baciapile, di trombe, tromboni e trombette che inquinano e avvelenano la società e il mondo dell’informazione. Trasformandolo troppo spesso in propagande interessate, violentando il concetto stesso di informazione e costruendo ben altro.

Sabato 14 gennaio ci sarà a Roma in Largo Giovanni XXIII un sit in per Emanuela Orlandi di cui è promotore il fratello Pietro.

La locandina, lineare e diretta, al centro pone le prime certezze. Incontrovertibili, sicure, certe. Anche se continuano, sui social e non solo, letture interessate e prone di chi sarebbe disposto a negare anche che l’acqua bagna.

«Il silenzio li ha resi complici» con le foto degli ultimi 3 Papi. Giovanni Paolo II che durante l’Angelus nel 1983 lanciò un appello ai rapitori quando nessuno aveva certezze del destino di Emanuela Orlandi, regnante dello Stato Vaticano in anni in cui IOR, Banda della Magliana e altri soggetti erano colonne di ben precisi mondi inquinati, sporchi, manovrieri d’Italia e non solo.

Benedetto XVI, per decenni braccio destro di Giovanni Paolo II, sulla cui «lotta contro la pedofilia» (le virgolette non sono assolutamente casuali, anzi) scrivere che ci sono più di qualche ombra è fin troppo riduttivo, e il cui braccio destro padre Georg aveva – come Pietro Orlandi ha sottolineato anche in questi giorni – un corposo dossier su Emanuela Orlandi.

Francesco, colui che disse a Pietro Orlandi «Emanuela sta in cielo». Sapevano e sanno. Questi sono solo alcuni degli episodi in questi quarant’anni che lo confermano. Sapevano, sanno e di Emanuela Orlandi la famiglia da quarant’anni non ha nessuna notizia, nulla sul suo destino, «Emanuela sta in cielo» con il dito ben puntato – parafrasando il poeta – a imporre «e più non dimandare».

Dopo anni di esposti e richieste della famiglia Orlandi e del loro avvocato Laura Sgrò è stato aperto un fascicolo d’indagine dalla magistratura vaticana, qualche settimana dopo l’annuncio di una commissione parlamentare d’inchiesta in Italia. In questi giorni tante ricostruzioni, dietrologie, motivazioni, commenti si sono potuti ascoltare e leggere su quest’inchiesta vaticana.

Forse fin troppi e non tutti realmente interessati al cammino della verità e della giustizia per Emanuela Orlandi. Come la locandina del sit in di sabato prossimo è necessario, indispensabile, rispettoso essere il più possibile lineari e non prestare il fianco a caos, confusione, parole in libertà.

È una vicenda che affonda le radici tra le mura del Vaticano, lì responsabilità e i fili che hanno manovrato tutto sono di casa. E lì sarà necessario illuminare quel che da quarant’anni hanno voluto tenere oscuro e depistato. Concludiamo questo nostro primo articolo riportando le parole di Pietro Orlandi alla notizia dell’apertura dell’inchiesta vaticana e il video di «Vatican Shock», pubblicato nelle scorse settimane da Alessandro Ambrosini, curatore di «Notte Criminale».

Parole che ben poca, se non quasi nulla risonanza, hanno avuto sulla grande stampa italiana in silenzi che troppo spesso puzzano di omertà, complicità, pavidità, conformismo.

«L’apertura di un’inchiesta in Vaticano sul rapimento di Emanuela, dopo 40 anni, se fatta veramente con la volontà e l’onestà di fare chiarezza una volta per tutte e dare finalmente giustizia ad Emanuela , potrebbe durare pochissimo. Non sarebbe necessario fare lunghissime indagini perché la Verità già la conoscono, basta raccontarla. Altrimenti spero mi convochino prima possibile per poter verbalizzare.

Comunque non posso non essere contento e come sempre, voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare positivo.

Ci vediamo , con chi vorrà e potrà’, sabato alle 16.30 a Largo Giovanni XXIII , per ricordare Emanuela e per ricordare che noi non cederemo mai di un passo fino alla Verità».

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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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