Regioni in “zona rossa”, frase che abbiamo sentito e letto milioni di volte durante la pandemia covid. Una frase sparita dall’orizzonte mediatico e politico e che, nel Paese senza memoria, ormai pare relegato al passato. Così non è perché ci sono pandemie perenni, raccontate come impossibili da fermare. Così non è ma nel Paese del fatalismo ultimo rifugio di chi tutto accetta e a tutto china la testa è “senso comune”. Tra queste pandemie alcune delle più drammatiche investono in pieno il mondo del lavoro. Ogni giorno ci sono persone che escono di casa per andare a lavoro e, come fosse una guerra, la sera non tornano a casa.
Strappati ai loro affetti, all’umanità dei propri cari. Vite spezzate, famiglie distrutte, drammi umani strazianti. Raccontate da statistiche che, oltre la fredda aritmetica, sono la plastica rappresentazione della società in cui (soprav)viviamo.
Si è celebrata domenica scorsa la settantatreesima Giornata Nazionale Vittime Incidenti sul Lavoro. «L’intollerabile e dolorosa progressione delle morti e degli incidenti sul lavoro sollecita una urgente e rigorosa ricognizione sulle condizioni di sicurezza nelle quali si trovano a operare lavoratori. Morire in fabbrica, nei campi, in qualsiasi luogo di lavoro è uno scandalo inaccettabile per un Paese civile, un fardello insopportabile per le nostre coscienze, soprattutto quando dietro agli incidenti si scopre la mancata o la non corretta applicazione di norme e procedure».
È stato questo il duro monito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della ricorrenza. Nei giorni precedenti l’ Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering ha pubblicato un rapporto sui primi nove mesi del 2023. L’Abruzzo è una delle quattro regioni collocate in “zona rossa”, i territori con un’incidenza superiore al 25% delle media nazionale.
Nella regione che fu Silone e Flaiano sono stati diciassette dall’inizio dell’anno le vittime sul lavoro. Tra loro i tre lavoratori le cui vite sono state spezzate nell’esplosione del 13 settembre alla Esplodenti Sabino di Casalbordino. Lì dove meno di tre anni fa, il 21 dicembre 2020, altri tre lavoratori furono vittime di un’altra esplosione. «Non me li spiego» è stata la risposta del direttore generale dell’Agenzia Industrie Difesa Nicola Latorre ai microfoni del Tgr Abruzzo ad una domanda della giornalista Roberta Mancinelli sulle due tragedie. Latorre ha aggiunto che ritiene «indispensabile un approfondimento delle indagini».
Durante l’intervista Latorre ha ricostruito i rapporti che l’Agenzia ha con quattro diverse aziende in Italia, tra cui la Esplodenti Sabino, e la provenienza del materiale bellico della tragedia dello scorso 13 settembre. L’agenzia, ha dichiarato Latorre, ha avuto una funzione di «tramite» con lo stabilimento di Casalbordino della commessa Nato proveniente dalla Germania.
Il giorno della tragedia siamo stati sul luogo per documentare ed informare su quanto accaduto insieme a tanti esponenti della stampa locale e nazionale. In questo mese abbiamo cercato di approfondire vari aspetti, dato spazio alla precisa e approfondita ricostruzione del precedente del 21 dicembre 2020 e del contesto realizzata dagli studenti dell’allora classe 3B Informatica (attuale5B Informatica) dell’ITI-Liceo Scientifico “E. Mattei” di Vasto realizzarono questa inchiesta, con il coordinamento e la supervisione dalla prof.ssa Rosa Lucia Tiberio, con cui parteciparono al concorso “Pina e Libero Grassi” che ogni anno la Cooperativa Solidaria di Palermo indice in loro memoria. Compito del giornalismo è documentare, informare, porre domande, interrogare. Le risposte spettano ai fatti e ad enti ed organismi istituzionali. La Esplodenti Sabino è inserita, ai sensi delle Direttive Seveso e delle leggi che le applicano, nell’inventario degli stabilimenti “a rischio incidente rilevante”. In questi casi tra gli enti istituzionali coinvolti ci sono le Prefetture.
Nel pomeriggio del 25 settembre abbiamo inviato una PEC alla Prefettura di Chieti in merito.
Nei giorni successivi, come documentato nel nostro articolo del 4 ottobre, abbiamo effettuato una rapida ricerca web riprendendo quanto riportato in nostri articoli e nei comunicati di Forum H2O e Rifondazione Comunista in merito dopo la tragedia del 21 dicembre 2020. Nove giorni dopo, come riportato nel nostro articolo del 4 ottobre, dalla Prefettura di Chieti nessuna risposta ci era giunta. Una settimana dopo registriamo che la situazione è rimasta la stessa e nessun riscontro c’è stato, nonostante siano passati altri sette giorni.



