La vicenda è nota e da settimane occupa la cronaca nazionale, scatenando il solito dibattito dei teatrini nazionali – ancor più scatenati quando si parla di un qualcosa che nessuno o quasi conosce e sul carcere più si ignora la realtà più ci si sente in diritto di sputare sentenze – a reti e giornaloni unificate: Emanuele De Maria, detenuto impegnato in un percorso di reinserimento sociale, ha aggredito un collega e ha assassinato Chamila Wijesuriya per poi suicidarsi.
Saggezza popolare tramanda un triste copione: chi poco sa subito parla. Quando si parla di giustizia, reati, questioni sociali, carcere il copione si esaspera ancor di più. Tra i fiumi di parole e inchiostro manca, nella totalità o quasi, sempre un passaggio: perché De Maria era stato condannato. Il nome della sua prima vittima, il femminicidio del 2016, praticamente non viene minimamente citato – se non in poche eccezioni – in queste settimane. Lo facciamo noi, da quella donna barbaramente assassinata 9 anni fa partiamo oggi. Non è casuale che il titolo di quest’articolo parta da lei e a lei è interamente dedicato. Si chiamava Oumaima Rache, aveva 23 anni, ed era sfruttata dai clan della tratta a Castel Volturno. Oumaima Rache era una donna prostituita, era una di quelle schiave che quotidianamente si vedono nelle periferie di tante città. È stata uccisa da De Maria in uno dei luoghi in cui lo sfruttamento sessuale è più florido, in uno straordinario lembo di una regione straordinaria come la Campania in cui i clan della mafia nigeriana sono consolidati. Di lei non si trovano foto, le abbiamo cercate in queste settimane ma invano.
Oumaima Rache è stata cancellata dall’inner circle mediatico, sociale e politico. È una donna prostituita, una schiava del sesso, una senza voce che nessuno potrà mai difendere, appartiene ad una categoria sociale a cui quest’asocietà non riconosce nulla, la cui dignità e umanità non è contemplata. La schiavitù sarebbe stata abolita da secoli, quella lavorativa di fatto non ha nessun difensore, nessuno dichiarerebbe mai che deve esistere. Al massimo c’è chi, con rocambolesche acrobazie linguistiche, cerca di minimizzare la strutturalità della sua diffusione e poco altro. Sul corpo delle donne, sulla loro umanità stuprata, violentata, abusata, cancellata, assassinata, invece siamo pieni di sfruttatori e di difensori, la propaganda favorevole è sempre attiva. Arrivando a negare anche la realtà più evidente, scatenando le canee e le menzogne più squallide e bestiali. Tacciono anche, se non addirittura si schierano con chi difende la necessità e la possibilità di tale schiavitù, molti che si professano antimafia, impegnati e carrozzoni vari. Si è parlato, per un breve periodo, in Italia di mafie nigeriane e dei loro turpi business criminali. Ma, come troppo spesso accade, è durato ben poco e poi tutto è tornato nel silenzio. O, usando il giusto termine, l’omertà.
A Oumaima Rache vengono negati in queste settimane il nome e, ancor di più, il volto. Non avendo trovato sue foto in copertina pubblichiamo i volti di Adelina Sejdini e di Liliam Solomon. «Diventate la mia voce, date voce a quello che è successo a me perché tutte le Adeline possano avere quello che non ho avuto io, che queste cose non possano accadere più» gridò, malata e abbandonata dallo Stato e da tanti, Adelina in una diretta social poche ore prima del suicidio. Ad Adelina e Lilian dedicammo, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno contro le mafie, due anni fa una diretta facebook con Ilaria Baldini di Resistenza Femminista. Ben pochi hanno raccolto, dopo essersi voltati dall’altra parte mentre era in vita, il grido di dolore e l’appello di Adelina. In questa terra desolata e desolante che è l’Abruzzo, nonostante lo sfruttamento della schiavitù sessuale e le mafie nigeriane sono ben consolidate, nessuno ricorda più Lilian. Un’omertà vergognosa, vigliacca e squallida che continuamente cerchiamo di squarciare. Lilian è morta il 1° ottobre 2011 presso l’Ospedale di Pescara. È stata sfruttata dalle mafie nigeriane della tratta prima in Lombardia e poi in Abruzzo, nella drammaticamente nota “bonifica del tronto”, costretta con violenza ad abortire ingerendo alcolici e medicinali. Per mesi e mesi continuò ad essere preda degli schifosi appetiti dei suoi quotidiani aguzzini (quelli che vengono definiti “clienti”) nonostante soffrisse dolori lancinanti, insopportabili quotidianamente. E proprio perché troppo vittima di questi dolori, proprio perché le stavano letteralmente impedendo di vivere, troppo spaventata dal loro persistere e aumentare, decise di sfidare la paura e i suoi sfruttatori. Denunciò e si affidò a On the Road. I dolori sempre più lancinanti erano i sintomi dell’avanzata di un linfoma. Per un tempo infinito Lilian ogni notte continuò ad essere violentata, sfruttata, a dover nascondere una sofferenza inumana. Il linfoma che la uccise avanzava, le provocava dolori sempre più atroci. Eppure gli stupratori e i suoi aguzzini non si sono mai fermati. Le centinaia, se non migliaia, di maschi che la stuprarono per mesi sono stati totalmente indifferente al suo calvario.
«Sono venuta in Italia per fare la parrucchiera, invece mi hanno messa in strada. Ho cercato di scappare ma quando i miei sfruttatori l’hanno saputo hanno avvertito i loro amici in Nigeria, hanno preso una delle mie figlie gemelle, di 4 anni, e l’hanno uccisa davanti a mia mamma, a cui le avevo affidate. A questo punto cosa ho da perdere?», sono le parole della testimonianza drammatica di una ragazza sfruttata raccontata da Martina Taricco della Comunità Papa Giovanni XXIII, in prima linea in Abruzzo per la liberazione delle schiave del sesso, ad un convegno contro la tratta a Montesilvano il 9 marzo 2019.
Sonia viveva a Benin City quando a 16 anni perse entrambi i genitori, l’anno dopo anche a lei fu proposto di trasferirsi in Libia per lavorare come parrucchiera. Ma così non fu ed iniziò il suo calvario nel lager della schiavitù sessuale in Libia e poi a Bologna fino alla sua fuga in Abruzzo dove si liberò dopo l’incontro con “On the road”.
Alexandra, uccisa dall’Aids.
Angela, abbandonata nel deserto e stuprata in una barca “in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo”.
Antonia, “uccisa da tre balordi della Napoli bene”.
Blessing, di cui non si hanno più notizie.
Carmen, assassinata a 27 anni dopo dieci di violenze e stupri.
Caroline, venduta a 19 anni.
Dorina, una minorenne che fece quel che troppi “italiani brava gente” adulti non faranno mai: denunciare con coraggio.
Erabor, baby schiava in Piemonte.
Ester, salvata in ospedale dopo che a Vercelli l’infanzia e l’adolescenza furono violentate dalla schiavitù sessuale.
Evelyn, assassinata a 23 anni nella periferia di Brescia.
Faith Aworo, condannata a morte nella Nigeria in cui il decreto d’espulsione del governo italiano la rimandò nel 2010.
Franca, ritrovata assassinata tra i rifiuti a 27 anni sulla statale Ortana a Narni.
Grace, Hanna, Gypsy, Helena, Hellen, che hanno fatto quel che la brava borghesia italiota non farà mai: denunciare e chiamare con il loro nome le mafie della schiavitù sessuale.
Liliam Solomon, che non smetteremo mai di ricordare e indignarci per come abruzzesi l’hanno assassinata.
Maimuna, “salvata dalla strada in un modo che fa piangere il cuore”.
Maroella, uccisa dopo due anni di schiavitù sessuale.
Nike Favour, “bruciata viva da un cliente legato alla mafia (quella locale che appoggia quella nigeriana).
Oluwa, sfruttata da quando era poco più che una bambina, perché le mafie (nigeriane ma non solo) schiavizzano anche minorenni e i papponi, gli stupratori a pagamento, sono criminali depravati anche (come abbiamo denunciato e documentato tante volte) pedofili.
Rose, “stuprata da chissà quanti uomini in una volta sola” e a cui “le hanno perforato l’utero con un oggetto appuntito”.
Gladys, a cui un cliente “ha distrutto l’ano violentandola tre o quattro volte con un bastone”. Eki, “torturata con le sigarette accese”.
«Siamo diventate bancomat di carne» il grido di denuncia e disperazione di una schiava africana della tratta riportata in un’inchiesta dell’estate 2019
Tra le africane schiave della tratta, «Siamo diventate bancomat di carne»
Le stesse parole documentate in una precedente inchiesta di due anni prima in cui sono state denunciate le violenze, gli abusi, gli stupri, le torture subite da ragazze minorenni giunte in Italia dalla Libia provenienti dalla Nigeria.
Ragazze e anche bambine in tenera età
Schiavizzate, imprigionate, minacciate di morte se provano a ribellarsi ai boss del papponaggio
Le mafie dello stupro a pagamento e i pedofili trovano oggi sul web autostrade infinite in cui consolidare e diffondere i loro immondi traffici
Droga, armi, minori e killer: viaggio nel deep web. Dove tutto è possibile
Queste sono inchieste che Amalia De Simone ha realizzato tra il 2012 e il 2019. Fili rossi, di sangue e lacrime, disumanità e calvari, emersi in queste inchieste si uniscono a quanto sta emergendo in queste settimane sull’attività criminale dei trafficanti che stanno sfruttando l’emergenza umanitaria causata dalla nuova guerra in Ucraina.
Pedofilia, trafficanti, il web che si pone come megafono e strumento dello sfruttamento mafioso.
Col cuore coperto di neve
Il lavoro minorile è una tragedia che interessa centinaia di milioni di bambini ad ogni angolo del mondo. E per molti, troppi di loro, l’alternativa, in assenza di nuove politiche, è la fame o il vendere i propri corpi. Come accade, purtroppo, a tanti ragazzini e ragazzine nel nordest del Brasile.
La carne fresca
Questo documentario e’ stato realizzato da Silvestro Montanaro a Fortaleza, in Brasile, con la collaborazione della giovane regista, vincitrice del Premio Solinas, edizione 1999, Barbara Rossi Prudente. Racconta la storia di quattro bambine brasiliane, la loro quotidianità assediata dal turismo sessuale, turismo che troppo spesso parla italiano. Non esistono statistiche precise sul fenomeno dello sfruttamento sessuale dei minori: la cifra più attendibile, anche se probabilmente in difetto, è che ogni anno un milione di bambini e bambine vengono avviati alla prostituzione.
Di questi, il 70 per cento è coinvolto nel circuito del turismo sessuale. La carne fresca, raccontano alcuni italiani incontrati da Silvestro Montanaro è l’unica vera motivazione dei loro viaggi raccontati invece a casa come vacanze al sole di poveri papà stanchi dopo un anno di lavoro. Ne sono coscienti le giovani protagoniste del documentario. Guai invecchiare. Sedici anni alle volte sono troppi.
Allora, come unico rimedio per incontrare clienti e danaro con cui sopravvivere, c’è solo accompagnarsi con una giovane recluta tra i nove e gli undici anni. Carne nuova e fresca, per l’appunto, e sempre disponibile e in abbondanza, figlia com’è della crescente miseria dei tanti sud del mondo.
Alla fiera dell’Est
Racconta il terribile fenomeno del mercato di carne umana, di corpi femminili, che sconvolge numerosi paesi dell’est Europa. La crisi dei sistemi di protezione sociale, politiche sociali e salariali miserabili, hanno spinto decine di migliaia di giovani donne nelle mani di mercanti senza scrupoli del sesso a pagamento e turisti sessuali. Un affare milionario e di facile accesso.
La troupe di “C’era una volta” ha filmato l’acquisto di alcune ragazze da avviare alla prostituzione in Italia.
Bambole
Uno dei prodotti più perversi della localizzazione è la nascita di un immenso mercato dei corpi a fini di sfruttamento sessuale. Nelle aree più miserabili del pianeta nascono autentiche città del turismo sessuale a costi bassissimi e dalle stesse aree si muove un flusso enorme di giovanissima umanità che raggiunge in forma di moderna schiavitù i nostri marciapiedi. A fronte di questa tragedia che distrugge la vita di milioni di ragazzine e ragazzini, nel nostro mondo ci si attarda ancora su parchi del sesso popolati da ragazze che “liberamente” scelgono la prostituzione come una delle tante possibilità della vita.
I documenti presentati questa sera mostrano una crudele e incontestabile realtà. La grandissima parte del mercato di massa del sesso è fatta di miseria, violenza e schiavitù. E l’uso di questa dolente umanità a fini sessuali
Vi ho tanto amato
Mae, una giovane prostituta thailandese morente a causa dell’Aids, racconta l’inferno della sua vita aprendo squarci impressionanti sulla realtà del turismo sessuale nel sudest asiatico, sulle reti pedofile, sui traffici di giovani vite e sul lucroso mercato della pedopornografia e della pornografia estrema, quella in cui la protagonista femminile, alla fine muore veramente.
Mae aveva appena tredici anni quando venne avviata alla prostituzione nell’area di Pattaya, una città thailandese di circa un milione e mezzo di abitanti, di cui ben 350.000 sono giovani donne e bambini in vendita esposti ad un flusso di turisti che raggiunge quasi i dieci milioni l’anno. Di lei è stata venduta prima la verginità, poi il suo corpo bambino, in un crescendo di orrore, lo stesso che vivono quotidianamente tantissime giovanissime tra Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam e Birmania. Ma niente e nessuno è riuscito a piegarne l’anima.





