Sotto il numero “22” nasce un esercito. Giovane, feroce, senza regole. A Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, la camorra ha trovato nuova linfa tra i banchi deserti delle scuole e nei parchi popolari trasformati in avamposti criminali.
Parliamo di ragazzi dai 13 anni in su, reclutati con precisione chirurgica da chi ha già scritto pagine nere nella storia del crimine locale. Sono i nuovi soldati del clan, e si riconoscono dal tatuaggio “22”, un marchio d’appartenenza, un omaggio a un pregiudicato del parco Fiordaliso, assassinato anni fa e assurto oggi al rango di mito.

A gestire e orchestrare tutto c’era Clemente Correale, figura di riferimento del clan, che aveva persino allestito un circolo ricreativo a pochi passi da via Aldo Moro, punto nevralgico del centro cittadino. Lì si impartivano ordini, si distribuivano compiti, si coltivava l’ideologia del potere criminale.
Adolescenti, spesso appena tredicenni, cresciuti tra abbandono scolastico, degrado familiare e povertà educativa. Alcuni hanno genitori con precedenti penali, altri non hanno proprio figure genitoriali di riferimento. La camorra offre loro identità, denaro, rispetto. Un’alternativa alla marginalità, ma fatta di violenza e morte.
Nel loro corredo criminale ci sono:
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Moto truccate, rigorosamente senza casco,
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Abiti firmati, a imitazione dello stile da fiction,
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Frasi da Gomorra come mantra quotidiano,
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Armi: coltelli, pistole e la convinzione di poter sparare “per paura”, ma anche per dominio.
I più grandi, intorno ai 16 anni, spacciano già stabilmente, anche fuori Somma Vesuviana. Le trasferte per rapine sono all’ordine del giorno, e il parco Fiordaliso ospita addirittura una famiglia specializzata nei colpi ai Rolex.

Non si nascondono. Al contrario: si mostrano. Su TikTok e Instagram, il numero “22” diventa brand criminale: tatuaggi esibiti, adesivi sulle moto, video con pistole e frasi da film. L’illegalità si fa estetica, linguaggio, vanto.
Il clan che fa capo al “22” sta crescendo di numero e influenza, in un territorio dove l’assenza dello Stato è il primo fattore criminogeno. Le faide interne già iniziano a farsi sentire, e il rischio di vittime innocenti o regolamenti di conti è sempre più concreto.
Il recupero di ragazzi che vivono in contesti di degrado sociale come nel parco Fiordaliso e che rischiano di cadere, o sono già caduti, nella criminalità, richiede un approccio multifattoriale e integrato. Non esiste una soluzione unica, ma una serie di azioni mirate che agiscano su diversi fronti: sociale, educativo, psicologico e lavorativo.






